Intervista del Ministro della Difesa Guido Crosetto su “La Stampa”
02 lug 2026
IL MINISTRO A TUTTO CAMPO SU NATO, MEDIO ORIENTE E SPESE MILITARI
“Difesa, fondi Ue solo nel 2027”
Intervista a Crosetto “Rinvio Safe, rispetto le scelte del governo ma gli impegni europei si mantengono. I voli dalle basi Usa? Nella media, con Conte sono stati di più. In Libano nuova missione come a Kabul”
ALESSANDRO DE ANGELIS
Guido Crosetto dice no (per adesso) ai fondi europei per aumentare le spese della Difesa. E il ministro torna sulla questione dei voli Usa verso l'Iran: «Durante Epic Fury sono stati poco più di 500. Un numero nella media. In un periodo analogo quando premier era Conte furono di più».
“Nuova missione in Libano. Difesa, fondi Ue solo nel 2027 ma rispetteremo gli impegni. I voli? Di più con Conte”
Il ministro: “Con gli Stati Uniti auspico un intervento simile a quello in Afghanistan La protezione comune europea non è più rinviabile, renderebbe la Nato più forte”
ROMA
Guido Crosetto ci riceve nella sua stanza al ministero. Dietro, c'è la foto del Presidente della Repubblica. Prima ancora che gli rivolga la domanda, sorride: «Non mi occupo di Quirinale che verrà. Per me c'è Mattarella». Il titolare della Difesa torna su ciò che, poco prima, ha detto in Parlamento sulla questione dei voli: «Quest'anno, nel periodo di Epic Fury, come ho precisato dopo le parole di Rutte, sono stati poco più di 500. In linea con gli anni precedenti: 560 nel 2022, 477 l'anno prima. Nel 2019 furono 700, il numero più alto. C'era Conte. Stessa tipologia di voli. Capito perché dico che sono polemiche strumentali?».
Lei ha detto: «Voli di natura tecnico-logistica privi di carattere operativo». Significa che non andavano a bombardare?
«Significa che in Italia, in base ai trattati che abbiamo, non possono partire voli che vadano ad attaccare altri Paesi. A meno che non fossimo noi coinvolti e non è questo il caso. La discussione sviluppata è stata surreale. Questi voli non dipendono da una decisione politica ma dall'applicazione dei trattati. Ministro e governo sono avvisati solo in caso di situazioni non previste».
Come nel caso di Sigonella, se capisco.
«Esatto. Se gli americani invece fanno arrivare viveri o fanno scalo carburante, non vedo il problema».
Continua a mancare, però, il giudizio politico sulla guerra in Iran. A che è servito questo putiferio?
«Una cosa è certa: l'Iran rappresenta da anni uno dei principali fattori di destabilizzazione del Medio Oriente e del mondo, attraverso il sostegno a milizie armate e organizzazioni che operano in più teatri di crisi. Il giorno che avesse la bomba atomica nessuno potrebbe sentirsi davvero al sicuro. Detto questo, non credo che ogni problema possa essere risolto esclusivamente con l'uso della forza».
E così sicuro che sul nucleare ci sarà un accordo migliorativo di quello di Obama?
«Il semplice fatto che Stati Uniti e Iran siano tornati a negoziare sulla fine del programma nucleare è estremamente positivo. I giudizi si emettono alla fine».
Ci sono le condizioni per una missione europea per la libertà di navigazione a Hormuz?
«Le condizioni dipendono dalla tregua, che deve essere stabile e duratura. E dalla possibilità che tutte le parti coinvolte, compreso l'Iran, accettino la presenza di Paesi terzi. E occorre anche un mandato internazionale chiaro. Difendere la libertà di navigazione significa evitare che una crisi regionale diventi una crisi economica mondiale».
Intanto sta collassando il Libano. Lei ha sempre parlato missione Nazioni Unite con mandato rafforzato. Che significa?
«Consentirebbe, sempre nel quadro di una decisione delle Nazioni Unite e con il consenso delle autorità libanesi, di ispezionare aree sensibili, sequestrare depositi di armi illegali e impedirne la ricostituzione. Non una missione offensiva, ma una vera missione di enforcement della pace. Oggi Unifil può osservare, segnalare e mediare, ma non dispone degli strumenti necessari per impedire concretamente il riarmo di Hezbollah».
Servirebbe un'iniziativa dell'Europa, finora non pervenuta.
«Oggi percepisco una diversa postura americana, più assertiva rispetto alle scorse settimane, quando gli Stati Uniti sembravano orientati a ridurre il proprio impegno sia lì sia in Kosovo. Non so ancora a cosa porterà».
Cosa auspica?
«Se gli Stati Uniti sceglieranno di mantenere un ruolo attivo, potrebbe aprirsi la strada a una missione internazionale diversa da Unifil, con capacità operative e regole d'ingaggio più efficaci, pur restando nel quadro del diritto internazionale. Più simile all'Afghanistan».
Quella missione, Isaf, aveva regole più muscolari di Unifil. Andremo in guerra con Hezbollah come coi talebani?
«Nessuno vuole andare in guerra con Hezbollah. Una forza internazionale serve esattamente a evitare una guerra, non a provocarla. Ma quando una forza internazionale viene percepita come incapace di reagire alle violazioni, perde la propria funzione di deterrenza. E quando viene meno la deterrenza, aumenta il rischio del conflitto, non diminuisce».
Come dovrebbe nascere questa missione?
«Attraverso una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, con un mandato chiaro, condiviso e sostenuto dal consenso del governo libanese. Nessuna missione internazionale può essere efficace se viene percepita come una forza di occupazione. Deve essere uno strumento al servizio della stabilizzazione del Libano e della sicurezza di tutta la regione».
Una cosa del genere non produce un'escalation? L'Iran non ci sarà mai...
«L'escalation nasce dall'assenza di regole e se viene meno ogni credibilità della deterrenza. La storia insegna che le guerre spesso iniziano quando qualcuno è convinto che nessuno reagirà. Lo abbiamo visto troppe volte negli ultimi anni».
L'obiettivo di Netanyahu è la sicurezza o la Grande Israele?
«Israele si è inimicata una parte importante della comunità internazionale, ha compromesso molto del capitale politico e morale costruito in decenni e rischia di pagare un prezzo altissimo nel lungo periodo. Da Gaza alla Flotilla, molte scelte del governo Netanyahu sono un errore storico che dovrebbe preoccupare anzitutto gli israeliani».
Teme che la destabilizzazione del Medioriente porti a una destabilizzazione anche qui?
«La radicalizzazione è sempre pericolosa. Ma l'Italia gode, e non da oggi, di capacità di monitoraggio e controllo tra le migliori al mondo. Semmai il tema, in Italia, è il modo in cui si conduce la guerra ibrida da parte della Russia e della Cina, con strumenti sempre più sofisticati. Viene pompato l'allarme sicurezza e si manipola la percezione di ciò che è realmente rilevante».
Scusi ministro, ci siete andati al governo pompando l'allarme...
«Non io. Ho sempre distinto la sicurezza dalla propaganda. L'altro giorno il pestaggio di quel ragazzo francese sembrava fosse accaduto in Italia. Sono tecniche non solo per influenzare l'informazione, ma per penetrare nella sfera cognitiva dell'individuo e impedire di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso».
Vannacci è uno strumento della guerra ibrida?
«È un politico, che enfatizza alcuni messaggi per recuperare consenso. Se pensassi altro lo denuncerei pubblicamente».
Dica: mai un'alleanza con Vannacci.
«Non spetta a me decidere sulle alleanze politiche. Da ministro della Difesa mi sono occupato di Vannacci finché era un ufficiale in servizio e a me toccava difendere e custodire la terzietà delle Forze armate».
Vertice Nato di Ankara. C'è il rischio che si celebri la fine dell'alleanza atlantica?
«Personalmente auspico il rinvigorimento dell'alleanza. È incrinata, ma resta fondamentale per la stabilità di un mondo dove l'Onu ha perso gran parte della sua capacità di incidere. Se si sfalda anche la Nato, è finita».
Non pensa sia arrivato il momento di accelerare verso la difesa comune?
«Non è più rinviabile la creazione della Comunità europea di difesa. Sarebbe, al tempo stesso, uno strumento di deterrenza e uno scatto politico, in termini di ruolo nel mondo. Non per sostituire la Nato, ma per renderla più forte con un pilastro europeo anche con paesi, come Svizzera e Balcani Occidentali, Paesi che al momento non sono ancora parte della Ue. E di questo progetto deve fare parte anche l'Ucraina».
Una specie di nuova Ced. Con chi ci sta?
«Con tutti. Con questo livello di insicurezza è interesse di tutti».
L'ambasciatore americano alla Nato, Mattew Whitaker, si aspetta ad Ankara gli alleati si impegnino sul 5 per cento. Siamo in grado di esaudire questa richiesta?
«L'Italia ha già avviato con serietà il percorso concordato al vertice dell'Aia. Oggi ci presentiamo con una spesa pari al 2,8% del PIL: il 2% destinato alla difesa in senso stretto, lo 0,8% alle spese per la sicurezza. Quindi siamo già significativamente avanti nel percorso verso gli obiettivi».
Ne avete parlato ieri a palazzo Chigi?
«Sì, anche. L'Italia farà la propria parte. Quest'anno non è stato possibile destinare integralmente l'incremento dello 0,15%, a causa della procedura di infrazione, ma confidiamo che possa essere recuperato già nel prossimo esercizio di bilancio. L'importante è mantenere una traiettoria credibile».
Non è quello che voleva. Qual è la sua richiesta in vista della prossima finanziaria?
«Rispetto le scelte, ma continuo a ritenere che la sicurezza sia un investimento e non un costo. Mi aspetto che venga recuperato lo 0,15 che non è stato messo quest'anno, che si somma a quello del prossimo anno. Non per soddisfare la Nato, ma perché serve all'Italia. Serve ai nostri militari, alla nostra industria, alla nostra capacità di proteggere il Paese».
La Commissione europea dice che l'Italia ha un mese per accedere al fondo Safe, sennò quei soldi li perde. Li chiederemo?
«Mi risultano tempi maggiori e quindi potremmo magari usarlo per finanziare gli impegni del 2027».
Si è arreso su Safe?
«La lealtà verso il governo non mi impedisce di dire ciò che ritengo giusto. Il mio compito è rappresentare le esigenze della Difesa. Poi le decisioni spettano all'esecutivo e sono certo che gli impegni verranno rispettati».
Le esigenze della campagna elettorale sono più forti di lei?
«La sicurezza è la precondizione della democrazia. Perché senza sicurezza non esistono né welfare, né diritti, né crescita economica. La libertà la capisci solo quando la perdi».
Potrebbe dimettersi?
«Perché dovrei? Sono certo che verranno rispettati gli impegni e ho la certezza che Meloni e Giorgetti così come Tajani e Salvini siano consapevoli di ciò che sia giusto fare».