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16 novembre 2003

"Grazie a Dio sono Italiano"

IL DIARIO.Il Ministro della Difesa, reduce da Nasiriyah, racconta per il nostro giornale la visita al contingente italiano. "Lo sguardo dei nostri militari è sereno e deciso, è lo sguardo del giusto, di chi sa di compiere un suo dovere irrinunciabile"
Antonio Martino *

Ci sono momenti in cui i nostri sentimenti prendono il sopravvento sulle nostre capacità di autocontrollo.

Ricordo ancora il giorno in cui cadde il muro di Berlino: telefonai ad un mio amico tedesco, notissimo economista monetario e persona tranquilla e razionale. Il suo commento fu: "Ho paura delle mie emozioni". Sul momento pensai fosse un modo inusuale di esprimersi. Avantieri, a Nassiriya in visita al nostro contingente dopo lo spaventoso atto di barbarie terroristica, ho capito esattamente cosa il mio amico Herbert intendesse dire. Il cordoglio.

Lo sdegno, la rabbia, tuttavia, per quanto forti sono stati sovrastati da un sentimento del tutto diverso: l'orgoglio prorompente. irresistibile di essere italiano.

Lo sguardo sereno dei feriti che ho potuto incontrare all'ospedale, la loro tranquilla determinazione mi hanno dimostrato ancora una volta di che pasta sono i nostri militari.

Abbiamo la fortuna di essere difesi e rappresentati al l'estero da persone che hanno un senso dell'onore ed un senso del dovere troppo spesso assenti ed ignoti nelle amministrazioni civili.

A completare il trionfo delle emozioni è stato il discorso del comandante inglese che, dopo avermi espresso il cordoglio suo e dei suoi uomini per l'orrenda accaduto, ha usato espressioni talmente lusinghiere sulla professionalità e l'umanità dei nostri uomini da risultare quasi imbarazzanti.

Dopo avere elencato le tantissime cose fatte a vantaggio della popolazione irachena (ripristino di infrastrutture elettriche, idriche e di trasporto, controllo della distribuzione del carburante, addestramento delle forze dell'ordine irachene, soccorso sanitario, ripristino della funzionalità di ospedali e scuole, e così via) è arrivato a dire: se abbiamo potuto realizzare in poco tempo tutte queste cose "è stato solo grazie ai militari italiani, alla loro grande umanità ed alla conseguente popolarità che riscuotono presso la popolazione locale".

Questa è l'Italia di cui essere fieri, come lo è l'Italia delle lettere, dei messaggi di posta elettronica, dei fiori, che si è stretta attorno alle nostre Forze Armate coralmente, con grande affetto.

Ogni italiano ha subito a Nassiriya un lutto familiare, perché le Forze Armate sono per gli italiani parte essenziale di questa nostra grande famiglia che è l'Italia. Persino il Parlamento è riuscito, nel pomeriggio delle informazioni del governo, a dare prova di dignità e di compattezza, stringendosi unanime attorno ai nostri militari.

Tutto questo è bello e vero ma, com'è ovvio, non sono mancate anche le voci stonate, gli sciacalli che hanno approfittato dei nostri morti per usarli a scopi di non esaltante polemica politica.

E' purtroppo normale che sia così e non dobbiamo attribuire a queste meschinità eccessiva importanza. Basterà soltanto non dimenticare che i nostri militari si trovano in Iraq in base ad una decisione del governo approvata dal Parlamento, compiono cioè il loro dovere.

Né dimentichiamo che quest'ultimo, confortato anche da una risoluzione unanime del Consiglio di sicurezza dell'ONU, non consiste nel tentativo di sopraffare, colonizzare, annettere l'Iraq, ma nell'aiutare quello sfortunato Paese a riprendersi da decenni di dittatura sanguinaria, feroce e corrotta ed avviarsi verso la normalità.

Sappiate che i nostri uomini in divisa sono talmente amati dalla popolazione che in varie occasioni il loro passaggio è stato salutato dagli applausi degli iracheni. Questi ultimi negano con sdegno che l'atroce, barbaro attentato possa essere stato compiuto da loro connazionali e condannano vivacemente l'accaduto.

Paradossalmente, i nostri sono morti proprio perché ben visti dalla popolazione locale. A programmare e compiere l'attentato sono stati i nemici degli iracheni, quanti non vogliono che l'Iraq torni alla normalità, alla democrazia, alla libertà, e quanti vorrebbero il ritorno di Saddam.

Costoro sanno bene che se riuscissero a far desistere dal loro lavoro noi italiani e i militari degli altri paesi impegnati, se li convincessero ad andarsene, l'Iraq ripiomberebbe prima nel caos e poi nella dittatura.

Un Iraq prospero (lo può diventare), democratico (non è vero che non possa diventarlo) e libero (lo è già in misura enormemente superiore al passato), costituirebbe un esempio che metterebbe a rischio i regimi dispotici e corrotti di alcuni suoi vicini e non sarebbe più un santuario per i terroristi di AI-Qaeda e non solo.

Per questo la nostra presenza in Iraq è essenziale: perché lì si combatte una battaglia decisiva fra terrorismo globale e civiltà, fra democrazia e tirannide, fra umanità e barbarie. I nostri militari lo sanno. Nessuno di loro ha mai neanche per un istante contemplato la possibilità di abbandonare l'Iraq, consegnandolo ai terroristi. Lo sguardo degli italiani di Nassiriya è sereno e deciso, è lo sguardo del giusto, di chi sa di compiere un suo dovere irrinunciabile.

Il tenente Martino di Reggio Calabria mi ha regalato la striscia col suo nome: l'ho subito indossata. Mi aiuta a sentirmi uno di loro, come si sentono oggi tutti gli italiani degni del loro Paese.

*Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 10-03-2011