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22 gennaio 2006

La Sicilia

L'abbiamo sempre detto in Iraq il tempo necessario

L'analisi del ministro della Difesa. Conseguiti gli obiettivi prefissati, i soldati italiani torneranno a casa, ma Baghdad rimarremo con missioni di cooperazione. Gli equivoci della politica d'opposizione
Antonio Martino *

Vorrei fare qualche riflessione a margine della decisione del governo, da me annunciata al Parlamento, sul completamento della missione «Antica Babilonia» in Iraq. Come ripetutamente ribadito, l'Italia non ha partecipato alla "guerra", all'intervento militare anglo-americano (ma anche di altri Paesi) contro il regime di Saddam Hussein.
I nostri militari sono andati in Iraq solo dopo che l'intervento si era concluso, non sono andati per combattere, per fare la guerra, ma per aiutare a realizzare la pace, a portare sicurezza, assistenza ed incoraggiamento a quelle sfortunate popolazioni vittime di decenni di dittatura sanguinaria, crudele e corrotta. La nostra missione in Iraq, lo abbiamo ripetuto ad nauseam, a differenza di altre missioni internazionali, non era a tempo indeterminato; aveva degli obiettivi precisi; una volta che questi si fossero realizzati avrebbe avuto termine.
La sua durata era legata al suo successo, saremmo rimasti finché necessario e ce ne saremmo andati a missione compiuta: "non un minuto prima, né un minuto dopo". Le sinistre, invece, chiedevano (e alcuni di loro ancora chiedono) il ritiro, l'abbandono della missione, senza se e senza ma", indipendentemente dal suo esito.

RISULTATO REALIZZATO

Ora che è chiaro che la nostra missione ha avuto il successo sperato, avendo portato sicurezza e stabilità alla provincia affidata alla nostra responsabilità ed avendo messo gli iracheni in condizione di provvedere da soli alla propria sicurezza (i nostri carabinieri hanno addestrato 11.000 poliziotti iracheni e l'Esercito Italiano 2.000 soldati), possiamo pianificarne la fine, perché il risultato che ci ponevamo è stato realizzato. Questo è quanto abbiamo fatto, in pieno accordo con i legittimi rappresentanti iracheni - dal Presidente Talabani al primo ministro al-Jaafari, dal leader curdo Balzani al governatore della provincia di nostra responsabilità - e con i nostri alleati - il ministro della difesa inglese John Reid e quello americano Don Rumsfeld.
Il piano prevede il dimezzamento della consistenza dei militari presenti entro giugno ed il compimento della missione entro la fine dell'anno. Questo non significa che abbandoneremo l'Iraq al suo destino: come ci è stato chiesto da tutti i leader iracheni, valuteremo la possibilità di sostituire “Antica Babilonia” con una missione di cooperazione, a prevalente componente civile. Questo è quanto ho riferito al Parlamento. La nostra posizione ha ottenuto fra l'altro l'immediata, pubblica dichiarazione di gratitudine e consenso del Pentagono.

RISCRIVERE IL PASSATO?

Le reazioni del variegato arcipelago delle opposizioni sono state le più disparate. C'è chi, con fine eleganza, mi ha accusato di «becera propaganda elettorale» (Pecoraio Scanio), chi invece ha detto che se le cose stanno in questi termini «noi non potremmo che essere favorevoli» (Umberto Ranieri), chi d'altro canto ha ribadito il «via subito dal paese che fu di Saddam» (l'estrema sinistra, con un'evidente punta di nostalgia per il dittatore deposto). Dovendo quadrare il cerchio e trasformare una gamma di posizioni incompatibili in una unitaria, l'onorevole Marco Minniti si è detto insoddisfatto perché “è grave l'assenza di un giudizio sulla guerra”. Secondo il responsabile della difesa dei DS, quindi, la politica internazionale dovrebbe avere come obiettivo quello di esprimere giudizi storici, scrivere (o riscrivere?) la storia del passato, anziché lavorare per realizzare la storia del futuro.

L’ESITO DELLE ELEZIONI IRACHENE

Una posizione ben strana che ricorda la pretesa di voler pilotare una barca seduti a prua e guardando verso poppa, anziché il contrario. A me sembra che questo sia invece il momento di guardare avanti, non indietro.
E' di queste ore la notizia dell'esito definitivo delle elezioni politiche irachene, che vede rappresentate in parlamento tutte le componenti etniche; gli sciiti sono, com'era scontato, il gruppo più numeroso ma non hanno la maggioranza assoluta (il partito del primo ministro ha conquistato 128 dei 275 seggi).
Questo significa che la maggioranza di governo dovrà essere inclusiva, comprendere più partiti, in rappresentanza di etnie diverse. Ed è un bene che sia così perché in questa fase è bene che nessuno resti escluso dalla costruzione del nuovo Iraq.

IL RUOLO DI BIN LADEN
 
Comunque sia, è evidente che la democrazia in Iraq può avere successo. Sarebbe un risultato straordinariamente positivo non solo per gli iracheni ma per tutta la comunità internazionale e per la sicurezza di tutti.
Ed è significativo che Osama bin Laden si sia rifatto vivo per chiedere proprio che ci si ritiri dall'Iraq e dall'Afghanistan: il leader del terrore sa che il successo della democrazia in quei due martoriati Paesi sarebbe una sconfitta per il terrorismo internazionale.
Quella parte della sinistra che chiede il ritiro "senza se e senza ma" farebbe bene a rendersi conto di chiedere esattamente ciò che vuole bin Laden, di schierarsi, nel confronto fra democrazia e terrorismo, a favore di quest'ultimo.

IL MOMENTO DI SCEGLIERE

Sappiano a sinistra che non esiste una terza via: o si schierano col terrorismo, come implicitamente fanno alcuni di loro, o si dichiarano disposti a favorire il successo della democrazia in Iraq, nell'interesse di tutti. Rifugiarsi in polemiche sul passato per eludere di pronunziarsi sul futuro non è degno di chi aspira a governare il nostro Paese.

* Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011