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Articolo del:

30 gennaio 2006

La Sicilia

Economia di mercato? Tutti dicono si. A parole.

Competitività e azienda Italia. Un teorema di difficile soluzione: costi di produzione alti, produttività bassa, carenza dei trasporti, energia insufficiente, alto prelievo fiscale. E i soliti due partiti: del pro e del contro.
Antonio Martino *

La vita spesso ci regala soddisfazioni  straordinarie. Prendete per esempio la popolarità di cui gode il termine "competitività", che viene usato ed abusato proprio da quanti per decenni hanno irriso e avversato la concorrenza, l'economia di mercato, l'imprenditorialità privata, sostenendo che la panacea di tutti i mali fosse la programmazione, l'economia di piano, la nazionalizzazione delle attività economiche. Ora, senza nemmeno arrossire, le stesse persone non perdono occasione per sostenere che tutti i mali dell'economia italiana dipendono dalla sua scarsa competitività internazionale. Ammettessero almeno che in passato avevano avuto torto, potremmo riconoscergli onesta intellettuale, ma se ne guardano bene.
Dal momento che se ne parla tanto, anche a sproposito, diciamo allora qualcosa sulla competitività riferita al "sistema Paese" o all’"azienda Italia" (espressioni il cui significato è inversamente correlato alla frequenza con cui vengono usate). Perché un prodotto italiano sia competitivo occorre che, a parità di qualità con i prodotti dei nostri concorrenti, venga venduto ad un prezzo più conveniente. Perché questo possa accadere, sorvolando per il momento sulle conseguenze della sopravalutazione dell'euro nei mercati dei cambi, i costi dì produzione devono essere contenuti.
Si parla molto del costo del lavoro, specie con riferimento alla differenza enorme che separa i nostri concorrenti asiatici, ma non dimentichiamo che il costo del lavoro non è affatto l'unico rilevante e che non è necessariamente il fattore decisivo della competitività internazionale di un Paese.
Se fosse così, Paesi come gli Usa che hanno alti salari non riuscirebbe ad esportare prodotti ad alta intensità di lavoro, dovrebbero importarli da Paesi con bassi costi di manodopera. Invece, accade esattamente il contrario:gran parte delle esportazioni americane è costituita da prodotti che richiedono un largo impiego di lavoro.
Non c'è alcun dubbio, tuttavia, che il costo del lavoro incide sulla competitività dei nostri prodotti e che solo una maggiore efficienza e flessibilità dei mercati del lavoro può garantire quegli elevati livelli di occupazione che possano consentirci di competere.
Oltre al costo del lavoro, tuttavia, altri costi incidono altrettanto profondamente sulla competitività di un Paese: per esempio, il costo dei trasporti e quello dell'energia. Quanto al primo,ho altra volta ricordato che rappresenta uno dei fattori che più ha penalizzato l'economia meridionale in genere, quella siciliana in particolare. La distanza fisica dai grandi mercati europei diventa un'autentica penale per i prodotti del Sud per via di un sistema di trasporti poco efficiente che determina aggravi dì costo spesso proibitivi. Per abbattere i costi di trasporto, com'è ovvio, sono necessarie infrastrutture adeguate: strade, ponti, ferrovie, porti e aeroporti.
E qui bisogna subito mettere in chiaro che al di là della multiforme natura della nostra rappresentanza politica, i partiti sono solo due: quello di chi ritiene che quelle opere vadano fatte nell'interesse di tutti e quello di chi, in nome dei pretesti più vari, si oppone a che si facciano. Tertium non datur.
Quanto al costo dell'energia la soluzione è analoga: per ridurlo bisogna accrescerne la produzione, in modo da poterla rendere disponibile ai produttori a costo contenuto. Per fare questo ci sono molte soluzioni: la creazione di centrali tradizionali, l'energia nucleare, i ri-gassificatori, i termovalorizzatori, ecc. Al riguardo, come per i trasporti, i partiti sono solo due: quello di chi ritiene che non si debba por tempo in mezzo e ci si debba al più presto dotare del maggior numero possibile di queste infrastrutture, indispensabili a tutti noi, e quello di chi, spesso chiassosamente, si oppone a che vengano realizzate.
C'è poi, ma certamente non da ultimo, il costo più rilevante: quello dello Stato. Il livello della pressione fiscale gravante non solo sulle imprese ma anche sulle famiglie finisce per ripercuotersi sul costo dei prodotti, riducendone la competitività. L'esperienza di quasi tutti i Paesi del mondo parla al riguardo un linguaggio univoco: quanto più si tassa tanto meno si produce. Per dirla con altre parole, oltre un certo livello, l'aumento della fiscalità strangola lo sviluppo, blocca la crescita economica. Anche su questo i partiti sono due: quello di chi ritiene che la fiscalità vada ridotta per favorire la produzione di ricchezza e il benessere di tutti, e quello di chi, con le giustificazioni più disparate, vuole introdurre nuovi balzelli o inasprire quelli già esistenti.  Ancora una volta, tertium non datur.
Quando, quindi, sentiamo i neofiti della concorrenza, dell'economia di mercato, discettare di scarsa competitività del "sistema Paese" o dell’"azienda Italia", ricordiamo sempre che, in molti casi, si tratta di gente che vorrebbe i risultati di un'economia competitiva, ma che non è disposta a far nulla perché possano realizzarsi.

* Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011