Difesa.it

Bandiera distintiva del Ministro della Difesa
 
Il Ministro > Compiti e Attività > Articoli > Sviluppo e occupazione gli affanni di Eurolandia

Articolo del:

28 dicembre 2005

La Sicilia

Sviluppo e occupazione gli affanni di Eurolandia

Economia. Non solo gli Stati Uniti, ma anche i Paesi dell'Ue che sono rimasti fuori dalla moneta comune vanno meglio dell'area dell'euro.
Antonio Martino *

Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi sa che non ho mai attribuito importanza alle tesi di quanti fanno riferimento agli andamenti dell'economia mondiale, suggerendo implicitamente che quanto accade a casa nostra  e la conseguenza inevitabile di forze che, riguardando l'economia dell' intero pianeta, sfuggono al nostro controllo.
Sono convinto, al contrario, che quello che consideriamo l'andamento dell'economia del mondo altro non sia che la conseguenza degli andamenti delle economie dei vari Paesi. Queste ultime determinano il risultato globale, ne sono la causa non la conseguenza. E sorvolo sul fatto che le stesse considerazioni valgono anche per l'economia nazionale, che non ha un andamento suo proprio che sia indipendente da quanto accade a livello locale. Per dirla in modo sintetico, non sono gli aggregati a determinare l’andamento delle componenti  ma - al contrario- sono queste a determinare quelli. Detto questo, può forse essere utile chiederci adesso, quando l'anno volge al termine, cosa succede nel mondo, quali siano i dati più significativi.

I paesi deIl' Ue e gli Stati Uniti
Cominciamo subito col  ricordare un elemento di cui ci siamo già occupati: i Paesi della zona dell'euro crescono sensibilmente meno degli Stati Uniti. Il tasso medio annuo di crescita dei Paesi di Eurolandia nel quinquennio 2001-05 è stato di poco superiore all'1,5 per cento, negli Stati Uniti di poco inferiore al 3 per cento. Se guardiamo alla disoccupazione, il tasso medio nel quinquennio è stato dell'8,4 per cento nei Paesi dell'euro, del 5,3 per cento in Usa. Eurolandia ha un tasso di crescita che è la metà di quello americano, ed un tasso di disoccupazione superiore  del 60 per cento di quello americano. Se poi il confronto viene fatto fra l'area dell'euro e i Paesi dell'Unione europea che sono rimasti fuori dalla moneta comune, scopriamo che questi ultimi vanno molto meglio dei primi. Per esempio, la Gran Bretagna (che non ha adottato l'euro) nell'ultimo quinquennio  ha avuto una crescita molto maggiore (2,2 per cento annuo, contro l’1,5 per cento di Eurolandia) ed una disoccupazione sensibilmente più bassa (4,92 per cento contro l'8,4 per cento di Eurolandia). I dati mi sembrano univoci: l'area della moneta comune è a basso sviluppo ed alta disoccupazione. Gli esaltatori dell'euro dovrebbero spiegarci come mai questa moneta che tanto magnificano produca risultati così deludenti.

La crescita dell'economia americana
Il dato più significativo nell'andamento dell'economia degli Stati Uniti è che, malgrado due disastrosi uragani che, in agosto e settembre, hanno spazzato via un'importante città portuale e paralizzato una rilevante frazione dell'industria energetica, il tasso di crescita è stato rivisto al rialzo: 4,3 per cento contro il 3,8 per cento stimato a novembre. Dal maggio del 2003 a oggi l'economia americana ha creato 4,5 milioni di nuovi posti di lavoro, 215.000 solo a novembre scorso. Ora, anche gli Stati Uniti hanno una sola moneta: come mai la moneta unica americana produce alti tassi di crescita, bassa disoccupazione e rapido aumento dell'occupazione, mentre la moneta unica europea dà vita a risultati  deludenti? E se avessero avuto ragione quanti, come chi scrive, avevano messo in guardia dai rischi inerenti alle modalità dì introduzione dell'euro?

L'andamento del prezzo del petrolio
Lasciando la moneta europea al suo destino, ci sono due prezzi il cui andamento è significativo di quanto accade nel mondo. Il primo è il prezzo del petrolio, la cui crescita enorme ha recentemente lasciato il posto ad un rallentamento. Potrebbe benissimo trattarsi di una tregua temporanea, anche perché  la domanda di energia dei Paesi emergenti, come la Cina e l'India, potrebbe determinare nuovi aumenti. Questi ultimi danneggiano i Paesi consumatori, specie quelli che (come l'Italia) più dipendono dall'importazione di energia, e non sempre aiutano i Paesi esportatori. L'afflusso di dollari connesso all'esportazione di petrolio a prezzi più  alti, infatti, spesso determina una rivalutazione della moneta del Paese esportatore con perdita di competitività per i settori industriali non legati al petrolio. Guadagnano di più dall'esportazione di petrolio, ma vendono all'estero meno di tutti gli altri prodotti.

I valori raggiunti dall'oro
Il secondo è il prezzo dell'oro, improvvisamente risvegliatosi da un lungo letargo e salito a valori prima inimmaginabili.  In questo caso più delle conseguenze sono le cause ad essere interessanti:  perché è aumentato il prezzo dell'oro? In genere si ritiene che la gente consideri il metallo giallo "bene di rifugio", da acquistare cioè quando si teme un aumento dell'inflazione ed è questa la principale spiegazione data per gli ultimi aumenti. La tesi però non convince del tutto: l'oro è un bene di rifugio assai imperfetto, esistono alternative migliori, e il rischio della ripresa dell'inflazione non sembra immediato. Forse, nei prossimi mesi capiremo meglio come stanno le cose.

La politica energetica da perseguire
Per il momento possiamo solo ribadire che non e un inesistente "andamento dell'economia mondiale" la causa dell'allargarsi della distanza fra l’andamento dell'economia americana e quello della zona dell'euro e che Paesi come l'Italia che dipendono dalle importazioni per il loro fabbisogno energetico farebbero bene a rivedere drasticamente la politica seguita negli ultimi decenni di blocco alla costruzione di centrali e rinunzia al nucleare.

* Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011