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Articolo del:

19 dicembre 2005

La Sicilia

Il vero nodo irrisolto dell'Ue

Antonio Martino *

All’ultimo momento, quando sembrava che il fallimento fosse inevitabile, grazie ad un gesto coraggioso di Angela Merkel che ha rinunziato ad una parte dei fondi per la Germania ed alla simultanea accettazione da parte di Tony Blair di un ulteriore taglio ai rimborsi per la Gran Bretagna, si è raggiunto un compromesso che ha consentito l'approvazione del bilancio  dell'Unione europea.
L'attenzione di quasi tutti i commentatori si è concentrata subito su un tema che, quasi certamente, continuerà ad essere dibattuto anche  in futuro: chi guadagna e chi perde dal compromesso raggiunto. Per quanto importante, il tema non costituisce l'aspetto principale della questione. Anzitutto, infatti, si può ragionevolmente sostenere che, in un momento come l'attuale in cui l'intera costruzione europea è in crisi per via della bocciatura francese e olandese al Trattato costituzionale, il compromesso, quali che siano i suoi limiti sotto il profilo distributivo, giova all’Europa, che sarebbe stata messa in ginocchio dal mancato accordo sul bilancio. In secondo luogo, non dimentichiamo che l'entità complessiva del bilancio europeo in rapporto al reddito dei Paesi membri è davvero  piccola cosa, per cui anche gli aspetti redistributivi, per quanto possano essere penosi, non sono certo devastanti. Ed è, a mio avviso, un bene che, a questo stadio dell'evoluzione politica dell’Unione, le dimensioni complessive del suo bilancio siano contenute.
No, il problema vero del bilancio non è quanto l'Unione debba spendere,  né a favore di chi; il problema vero è per cosa, per perseguire quali obiettivi, le risorse debbano essere utilizzate. Se si guarda a questo lato della faccenda, ci si rende conto che in larga misura l'Europa utilizza male le risorse di cui dispone. Anzitutto, infatti, i fondi europei continuano ad essere destinati ad una politica agricola che è assolutamente indifendibile e che produce conseguenze nefaste e ben note ormai da decenni. I sussidi all'agricoltura, e non importa come erogati, vennero inizialmente introdotti per riuscire a rendere l'Europa autosufficiente sul piano alimentare. Anche ammesso che quell'obiettivo avesse senso, ed io non lo credo affatto, esso è stato non solo raggiunto ma largamente superato. L'Europa produce molto più di quanto le serva per il consumo interno ed i sussidi servono a finanziare attuali o potenziali accumuli di prodotti invendibili. Ecco perché sono state introdotte, fra l'altro, le quote massime di produzione a carico dei vari Paesi, ed abbiamo l'assurdo che l'Italia è costretta a non produrre quanto le servirebbe in modo da importarlo dagli altri, per non parlare della pletora di problemi che questo insensato meccanismo sistematicamente produce.
Non basta. Per “difendere” gli alti prezzi interni dei prodotti agricoli che godono di sovvenzioni, si impedisce con tariffe e razionamenti ai Paesi terzi di venderci i loro prodotti,  condannando questi Paesi al sottosviluppo ed alla disoccupazione.
Come se non bastasse lo schema è fortemente regressivo perché in molti casi avvantaggia produttori benestanti, garantendo il livello dei loro redditi, con grave danno per i consumatori più poveri, costretti a sopportare prezzi maggiori per i prodotti alimentari.
E ancora, dato che le varie produzioni, com'è inevitabile, godono dì trattamenti assai diversi,  il meccanismo determina attriti e gelosie fra i Paesi membri, alcuni dei quali ricavano un beneficio netto assai cospicuo dalla Pac (politica agricola comune), altri uno molto minore, altri ancora ne ricevono un danno netto. La Pac mette gli interessi dei produttori in contrasto con quello dei consumatori, l'interesse degli agricoltori europei con quello dei Paesi terzi, e l'interesse nazionale di un Paese europeo con quello degli altri Paesi europei. Lungi dall'essere favorevole alla coesione europea è un formidabile elemento di disgregazione.
 Che le cose stiano in questi termini è ormai noto a tutti e da decenni si cerca faticosamente di correggere e modificare questo infernale meccanismo, attenuandone le conseguenze devastanti. Ma i tentativi di correggerlo sono destinati a continuare a fallire, per via dell'opposizione irriducibile dei gruppi di interesse. Credo sia arrivato il momento di chiederci perché mai l'Europa dovrebbe impiegare risorse in agricoltura, proprio quando le preoccupanti tendenze demografiche fanno presagire il rischio di un declino. Quest'ultimo potrebbe essere scongiurato se solo investissimo di più in ricerca ed in innovazione, accrescendo la competitività dei nostri sistemi produttivi, ridando slancio ad un insieme di economie che, con qualche eccezione, sostanzialmente ristagnano. Invece di puntare su ciò che è vecchio, dobbiamo sforzarci di crescere nei settori ad alta tecnologia, accrescendo il capitale umano con investimenti cospicui nell'istruzione e nella formazione, ed il capitale fisico con robuste dosi di innovazione. Altrimenti, il declino sarà inevitabile e potrebbe risultare anche assai penoso.

* Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011