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Articolo del:

31 ottobre 2005

Il Federalismo

Fisco Irlandese

Whisky meglio del Marsala
Antonio Martino *

Usando la leva fiscale dell'aliquota ridotta Dublino ha sconfitto la disoccupazione, e alzato il Pil.
Perché non applicare pure per le economie emergenti del Sud un diverso carico di tasse?
Il rinnovato interesse nei confronti della "fiscalità di vantaggio", di un trattamento fiscale meno oneroso per le regioni meno ricche, mi ha riportato alla mente una tesi che non mi stanco di ripetere da molti anni. Per esempio, ai primi di dicembre del 1998 scrivevo sulle colonne de La Sicilia: «Mai nessun paese è diventato ricco aumentando le tasse. Il carico fiscale eccessivo non danneggia chi è già ricco - l'iperfiscalità è un lusso che i ricchi si possono permettere, dubito che Agnelli sappia quanto paga di imposte - danneggia invece e pesantemente chi potrebbe diventare ricco e gli viene impedito dalle troppe tasse. E’ come se lo Stato con le tasse tagliasse gli scalini più bassi della scala economico-sociale, impedendo a chi sta sotto di salire, di migliorare la sua posizione. Se questo è vero, che senso ha gravare le regioni più povere degli stessi oneri che le regioni ricche trovano eccessivi? Chi sarebbe disposto a sostenere che ricchi e poveri debbano pagare lo stesso? E se riteniamo che i contribuenti poveri debbano pagare meno di quelli ricchi, perché colpiamo le regioni più povere con gli stessi balzelli di cui graviamo quelle ricche?».
Non contento di quella presa di posizione, due anni dopo tornai ad occuparmi dell'argomento, in dissenso dalle posizioni espresse da Mario Monti. «Il governo italiano sostiene che, per rilanciare l'economia delle regioni meridionali, sia opportuno utilizzare la politica fiscale, garantendo un trattamento fiscale di favore alle nuove iniziative economiche assunte nelle regioni meridionali. Monti è invece convinto che il trattamento fiscale differenziato sia contrario alle regole che disciplinano la concorrenza in ambito europeo e che si tratti in ogni caso di uno strumento inefficace.
Quanto al secondo punto, l'esperienza irlandese smentisce la tesi di Monti: come altra volta ricordato, l'Irlanda è oggi il Paese dell'Unione europea che cresce di più ed è anche quello che ha fatto registrare il più elevato aumento del numero degli occupati al mondo. Come ha fatto l'Irlanda a realizzare questo straordinario successo? Soprattutto  usando la leva fiscale: l'aliquota di base dell'imposta sul reddito è stata ridotta dal 35% al 22% ed il governo ha come obiettivo di ridurla al 20% nei prossimi anni. Questa è l'aliquota pagata dall'80% dei contribuenti - il che significa che i quattro quinti dei contribuenti irlandesi sono tassati con un'unica aliquota (come proposto da Forza Italia nel 1994). Inoltre, l'aliquota sulle società, che negli anni Ottanta era del 43%, è stata ridotta e scenderà al 12,5% agli inizi del 2003. Grazie a questa politica di drastica riduzione delle imposte, l’Irlanda ha sconfitto la disoccupazione,  scesa dal 16% al 5%, ed ha smesso di essere la Cenerentola d'Europa: il suo reddito pro-capite è passato dal 70% della media europea ad oltre il 90%. Il tutto mentre il  rapporto del debito sul Pil è sceso da oltre il 120 al 54 per cento ed il saldo del bilancio pubblico è da tempo attivo in misura superiore  al 3% del Pil.
Ora, se grazie ad una imposizione minore l'Irlanda ha potuto risolvere i suoi problemi economici e sconfiggere la disoccupazione, non si vede perché lo stesso non possano fare le regioni meridionali d'Italia. Se il metodo ha funzionato in misura straordinaria in un caso, è da ritenere che potrebbe fare altrettanto in altri casi analoghi. Quanto alla prima obiezione di Monti, che cioè il trattamento fiscale di favore per alcune regioni meridionali violerebbe le regole europee (...) non si vede perché dovrebbe essere negato, diciamo, alla Sicilia ciò che è stato concesso all’Irlanda (per chi non lo sapesse, la Sicilia, quanto a numero di abitanti, è più grande dell’Irlanda)».
Chissà, forse il rinnovato interesse per questa tesi prelude ad una sua eventuale accettazione;  mi sembra lecito sperarlo. Non è necessario essere economisti di professione per rendersi conto che la stessa "taglia" non può andar bene a tutti, e questo è vero sia per i vestiti sia per la fiscalità.

* Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011