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Articolo del:

21 marzo 2005

La Sicilia

L'occupazione produttiva

Antonio Martino *
In articoli precedenti ci siamo occupati degli straordinari progressi compiuti sul fronte dell'occupazione: il tasso di disoccupazione in Italia è sceso al 7,4% (in Francia è prossimo al 10% ed in Germania all'l1%); si tratta del valore più basso dal 1980! Il numero degli occupati è passato da 21,8 milioni del terzo trimestre 2001 a 22,5 nel terzo trimestre 2004. Non ci sono mai stati tanti italiani al lavoro nell'intera storia d'Italia: per la prima volta il numero degli occupati ha superato quota 22 milioni. Si tratta di un aumento di oltre settecentomila posti di lavoro in soli tre anni. E non si tratta di occupazione precaria: quasi il 90% dei nuovi posti di lavoro hanno carattere permanente.

Questi dati confermano il vecchio detto secondo cui le statistiche sono come il bikini: quello che mostrano è suggestivo, ma quello che nascondono è vitale. Infatti, quello che i dati non dicono è che i successi ottenuti non devono nulla all'intervento pubblico diretto, il che dovrebbe indurre gli statalisti di tutti i partiti ad un ripensamento delle loro idee. Contrariamente a quanto molti di loro continuano a ripetere, infatti, il problema della disoccupazione in Italia non è né un problema «europeo» - nel senso che abbia origine in cause europee e debba essere risolto a quel livello - né «macro-economico» - nel senso che possa essere curato con politiche di stimolo della domanda, come aumenti della spesa pubblica o politiche di moneta facile.

I successi ottenuti si sono realizzati grazie a provvedimenti «strutturali», alla rimozione di alcuni vincoli e distorsioni che impedivano ai mercati del lavoro di funzionare. Tutto ciò conferma l'insensatezza dell'idea secondo cui sia l'intervento pubblico diretto a creare occupazione. Vediamo di chiarire. Per comprendere il problema basta partire da una differenza fondamentale: quella fra occupazione fasulla ed occupazione produttiva. La prima non è difficile da creare con l'intervento pubblico. Assumete un certo numero di persone, mettetele a scavare buche, ed incaricate poi un altro gruppo di «lavoratori» di riempirle. Pagate i due gruppi con denaro «pubblico» (cioè con quattrini prelevati con le tasse da tasche private) ed avrete creato il tipo di occupati che l'intervento pubblico sa creare così bene.

Il problema, tuttavia, con questo tipo di occupazione è che essere occupati non significa percepire un reddito, significa produrre un reddito. Ora, quando uno percepisce un reddito che non produce, qualcun altro produce un reddito che non percepisce e non percepirà mai. L'occupazione «creata» dai politici, in altri termini, è anzitutto null’altro che un trasferimento di reddito da chi produce a chi non produce. Coloro i quali hanno dovuto pagare le tasse per finanziare gli stipendi dei «lavoratori» pubblici avranno, in conseguenza di ciò, meno reddito da risparmiare o da spendere. Al sistema produttivo, quindi, affluiranno meno risorse sia per minori vendite di prodotto che per minore risparmio da investire.

L'occupazione nel settore produttivo sarà, quindi, minore: l'intervento pubblico da un lato ha creato occupazione fasulla, dall'altro ha distrutto posti di lavoro nel settore produttivo dal quale ha dovuto prelevare le risorse per pagare lo stipendio dei «lavoratori» pubblici. Anche supponendo per assurdo che il numero di lavoratori occupati grazie all'intervento pubblico sia uguale al numero di quanti, in sua assenza, avrebbero trovato occupazione nel settore produttivo, l'effetto netto dell'intervento pubblico è sempre negativo, perché i posti di lavoro creati sono improduttivi, mentre quelli distrutti sarebbero stati produttivi. In conseguenza, stiamo tutti peggio perché il reddito complessivo prodotto sarà minore di quanto avrebbe potuto essere.

L'analisi surriferita, anche se schematica, è lungi dall'essere caricaturale: l'esperienza dell'ultimo secolo, infatti, dimostra aldilà di ogni ragionevole dubbio che l'intervento pubblico non è in grado di creare occupazione produttiva. Se, infatti, grazie ad illuminati piani quinquennali o altre forme di intervento pubblico si potesse creare occupazione produttiva, il comunismo avrebbe avuto successo. Se è miseramente fallito è proprio perché non è riuscito a creare occupazione produttiva. D’altro canto, è altrettanto certo che la fiscalità eccessiva - le troppe tasse ed i troppo balzelli imposti al sistema produttivo - distrugge occupazione. Non è un caso che i Paesi in cui il carico fiscale è più basso sono anche quelli con minore disoccupazione: per accrescere l'occupazione produttiva bisogna, quindi, ridurre il carico fiscale. E' questa l'ispirazione fondamentale del nostro governo ed è lungo questa direzione che dobbiamo continuare il cammino intrapreso con così significativo successo.

*Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011