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Articolo del:

12 gennaio 2005

La Sicilia

Dollaro addio per l' Economist

Antonio Martino *
Il settimanale The Economist da almeno un quarto di secolo ha l'abitudine di prevedere ad intervalli regolari e ravvicinati l'imminente crollo dell'economia americana.
Essendo abbonato all'edizione cartacea (dal 1968), ho diritto ad accedere gratuitamente all'edizione elettronica ed ho fatto una piccola ricerca.
Dal gennaio1997 (primo mese memorizzato) ha proposto ben 4.334 articoli sull'economia americana; molti di questi sono informativi e ben documentati, ma ce n'è anche un notevole numero dedicato a una qualche prossima, inevitabile catastrofe che si abbatterà sull'economia degli Stati Uniti.
Il fatto di essersi sempre sbagliati, non li scoraggia: continuano imperterriti a prevedere sciagure che non si verificano. Ricordano il povero Karl Marx e le sue innumerevoli profezie sulla fine del capitalismo, tutte sistematicamente smentite dalla Storia.
L'ultima manifestazione di questa testarda eccentricità molto britannica è un editoriale volto a sostenere che, dato il grave deficit commerciale, il dollaro è destinato a non essere più moneta internazionale, a perdere il suo ruolo di moneta di riserva.
Con tutto il rispetto per le motivazioni del prestigioso settimanale (che verso l'America nutre lo stesso misto di invidia e complesso di superiorità tipico dei nobili decaduti), mi permetto di dissentire da tale azzardata teoria.
Quando il cambio è flessibile (com'è il caso del dollaro), un operatore può acquistare (o vendere) una valuta sul mercato dei cambi a un dato prezzo solo a condizione che un altro operatore sia disposto a venderla (o comprarla) a quel prezzo.
Il che significa, come dovrebbe essere ovvio anche al giornale inglese, che la domanda e l'offerta di quella moneta sono uguali. Per dirla esplicitamente, la bilancia dei pagamenti americana è in equilibrio.
E' vero che gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale molto elevato (pari al 5.6% del pil), ma questo simultaneamente significa che hanno un attivo in conto capitale della stessa entità.
I soldi che escono dall'America per comprare merci sono gli stessi soldi che entrano in America per essere investiti.
L'unico modo in cui il resto del mondo può procurarsi dollari da impiegare negli Stati Uniti è quello di vendere beni e servizi negli Stati Uniti.
D'altro canto, che l’America abbia un passivo commerciale è normale: in un'economia che cresce (più delle altre) la spesa aumenta, anche per l'acquisto di prodotti stranieri. Come un'impresa, che si indebita per crescere, anche un'economia che cresce si indebita. Elementare, no?
Ora, l’Economist non crede che tutto ciò possa continuare: prima o poi, gli stranieri smetteranno di investire in America e sarà la fine del dollaro.
Quello che il settimanale non capisce è che anzitutto, non si vede perché il resto del mondo dovrebbe smettere di investire in America: quale altro Paese, oltre l'America, può vantare una combinazione di alto sviluppo, bassa disoccupazione, prezzi stabili, tutela rigorosa dei diritti di proprietà, stabilità politica, mercati finanziari efficienti ed in crescita, e così via?
In secondo luogo, le variazioni del cambio del dollaro forniscono un meccanismo di correzione di eventuali incipienti squilibri: se si manifesta un potenziale disavanzo della bilancia dei pagamenti, il calo della quotazione del dollaro rende più competitive le esportazioni americane, e meno convenienti per gli americani le merci estere, il che scoraggia le importazioni.
Così facendo, lo squilibrio incipiente viene stroncato. L'ipotesi che il valore del dollaro possa crollare fino a zero (o esplodere fino all'infinito), implicita nell'analisi del giornale britannico, è semplicemente insensata, come bene ha fatto rilevare Arthur Laffer in un articolo apparso di recente su The Wall Street Journal.
Se poi raffrontiamo l'andamento dell'economia USA con quello dei Paesi dell'area euro, ci rendiamo conto facilmente di come stiano le cose: l'America cresce del 4%, Eurolandia dell'1,2%; la disoccupazione in Usa è al 5,4%, in Eurolandia all'8,9%; la produzione industriale americana aumenta del 3,8%, in Eurolandia dell'1%; le vendite al dettaglio in Usa aumentano del 4,3%, in Eurolandia diminuiscono dello 0,2%, e così via.
Se gli estensori dei sapienti editoriali che appaiono nelle prime pagine del settimanale inglese si prendessero la briga di leggere i dati che lo stesso settimanale sistematicamente riporta nelle ultime pagine, forse riuscirebbero a capire perché continuano a sbagliare profezie!

*Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011