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Articolo del:

19 dicembre 2004

La Sicilia

Catastrofismo male informato

Antonio Martino *
Nelle ultime settimane siamo stati bombardati da un gran numero di «analisi» sociologiche (Benedetto Croce, che non amava i sociologi, sosteneva che la sociologia tende a diffondersi con la stessa rapidità delle malattie veneree) volte a sostenere la tesi che l'economia italiana è in declino e che le sue prospettive future sono motivo di disagio o di autentica ansia per gli italiani. Queste funeree «analisi» hanno, com'è comprensibile, rappresentato musica per le orecchie delle opposizioni, che le sbandierano come prova dei danni prodotti dal governo Berlusconi. Per nostra fortuna, le cose stanno in termini diversi da quelli suggeriti dai sociologi e dalle opposizioni. Varrà, quindi, la pena richiamare alcuni dati che non confermano affatto le tesi dei catastrofisti.
Cominciando dai dati principali, secondo quelli forniti dal solito «The Economist» (sempre autorevole quando parla male di Berlusconi), mentre la zona dell'euro cresce dell' 1,2%, l’Italia ha un tasso di sviluppo dell' 1,7%, forse non esaltante, ma nettamente migliore della media europea. Come se non bastasse, mentre il tasso di disoccupazione europeo è pari all' 8,9% (in Francia è il 9,9% ed in Germania il 10,8%), in Italia, come ricordato in altra occasione, è pari al 7,9%, il valore più basso dal 1980. In un articolo su «Libero», il professor Francesco Forte ricorda come l'anno che si chiude sia stato molto positivo per l' andamento della Borsa italiana, che ha fatto registrare una crescita di oltre il 16%, la più alta in Europa. La crescita del valore dei titoli di Borsa è stata accompagnata da un aumento delle compravendite immobiliari, passate da 762 mila nel 2003 a circa 900 mila quest'anno e dall'aumento del prezzo degli immobili. Questi dati non possono fare riferimento ad un Paese in cui la gente «non riesce ad arrivare alla fine del mese», come ripetono le opposizioni. Chiaramente, gli italiani hanno avuto denari per impiegarli in Borsa, come dimostra l' aumento delle quotazioni, e per acquistare immobili, come dimostra l'aumento del loro valore, dovuto non a carenza di offerta (ché anzi le compravendite sono aumentate), ma all'abbondanza del numero di acquirenti.
Ma torniamo brevemente ai dati sul lavoro, che sono i più significativi. Se si guarda ai valori medi annui, che eliminano il problema delle fluttuazioni mensili, si scopre che nel 2003 il numero di italiani nelle forze di lavoro (24 milioni e 150 mila) è il più alto da dieci anni a questa parte; il numero degli occupati (22 milioni e 54 mila) è il più alto in assoluto nell'intera storia della Repubblica: il numero dei disoccupati (del tasso abbiamo già detto) è il più basso in oltre 20 anni. Dall'inizio della legislatura sono stati creati quasi un milione dì nuovi posti di lavoro. E' questo il declino cui fanno riferimento gli apprendisti sociologi e gli iettatori in servizio permanente?
Quanto a coloro che lamentano la bassa competitività delle nostre imprese, implicitamente dandone la colpa al governo, farebbero bene a ricordare che è competitiva un'impresa che riesce a vendere il suo prodotto ad un prezzo più basso di quello delle imprese concorrenti. Le imprese italiane hanno dovuto subire un aumento di quasi il 60% del prezzo dei loro prodotti per via della sopravvalutazione internazionale dell' euro, che non è certamente imputabile né all'inefficienza delle imprese né a responsabilità del governo (il 6 luglio 2001 un euro valeva $0,8384; venerdì scorso $1,3307. In tre anni e mezzo è, cioè aumentato del 58,72%: quale impresa può restare competitiva dovendo sopportare un aggravio di prezzo di queste dimensioni?).
Non dimentichiamo, d'altro canto, che i nostri indiscutibili successi si sono realizzati in un periodo di difficoltà internazionali senza precedenti, ottenuti senza aumentare le tasse (anzi, sia pure di poco, riducendole) e rispettando il vincolo europeo (definito «stupido» dal ridanciano ex presidente della Commissione europea), cosa questa che non è riuscita a Francia e Germania.
Lungi da me l'accusa di sostenere che tutto vada nel migliore dei modi possibile - ci sono cose che avrebbero potuto essere evitate, oppure fatte o fatte meglio - ma se è questo quello che i sinistri considerano «declino», penso che possiamo tranquillamente sostenere che è infinitamente preferibile a tutte le loro possibili alternative.

*Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011