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Articolo del:

5 luglio 2004

La Sicilia

Spesa pubblica e reddito nazionale

Antonio Martino *
L’attenzione di tutti i commentatori di cose economiche è, ormai da tempo, concentrata soprattutto su un dato: il disavanzo pubblico. Ciò è facilmente comprensibile per via del famoso (o famigerato) vincolo europeo che impone un "tetto" al deficit pari al 3% del prodotto interno lordo, pena ammonimenti prima, salatissime multe dopo. L'anno scorso quel tetto è stato superato dalla Francia e dalla Germania, ma il peccadillo è stato gloriosamente ignorato. E l'Italia? Fino ad oggi, il nostro Paese ha rigorosamente rispettato la regola europea: il deficit è rimasto al disotto del fatidico 3%, scendendo dal 2,65% del 2001 al 2,45% del 2003. Per l’anno in corso i pareri sono discordi fra chi sostiene che riusciremo a rispettare quel massimo e chi, viceversa, azzarda previsioni fosche. Come sempre, mi astengo dal fare previsioni, stime o congetture: ne riparleremo quando sapremo effettivamente come sono andate le cose.
L'attenzione dedicata al disavanzo, anche se spiegabile alla luce della regola europea, costituisce, a mio avviso, un problema, perché distoglie l'attenzione su dati di gran lunga più rilevanti, all'interno della finanza pubblica, per il nostro benessere e la nostra libertà. Il dato di gran lunga più significativo, da questo punto di vista, è quello relativo all'incidenza della spesa pubblica sul reddito nazionale: è quel rapporto che misura quanta parte del nostro reddito viene utilizzata in base a criteri politici e quanta, viceversa, in base alle nostre scelte. Si tratta, in altri termini, di un fondamentale indice di libertà: un paese in cui lo Stato assorbe una percentuale esorbitante del nostro reddito non è un paese libero. Si tratta, inoltre, di un indicatore di vitalità economica: come altra volta ricordato, i dati relativi ad un gran numero di Paesi in tutto il mondo sono univoci e mostrano che, quando la spesa pubblica assorbe più del 30% del pil del Paese, il tasso di sviluppo diminuisce e continua a diminuire fino ad annullarsi quando il rapporto supera il 50%. Da questo punto di vista, le cose in Italia non vanno bene. E vero, infatti, che la tendenza alla crescita esponenziale della spesa pubblica in rapporto al piI si è arrestata: nel 1900 rappresentava il 10%; negli anni '50 il 30%; nel 1993 era pari ad un incredibile 57,34%. Nel 2003 ha rappresentato "soltanto" il 48,8%. Quel "soltanto" è doppiamente ironico: anzitutto, il valore assoluto del rapporto è ancora troppo alto. Un Paese non può realizzare tassi di sviluppo soddisfacenti quando lo Stato assorbe quasi la metà di tutto ciò che si produce, ed è anche dubbio che si possa ritenere libero un Paese i cui cittadini lavorano in media dal 1° gennaio al 30 giugno per lo Stato e solo il resto dell'anno per sé e per la propria famiglia. Come se non bastasse, quella percentuale è anche, sia pure di poco, aumentata: nel 2001 era del 48,32%, nel 2003, come detto, ha raggiunto il 48,8%.
Per capire la natura del problema e la difficoltà della sua soluzione, bisogna distinguere le spese che il governo effettivamente controlla a legislazione invariata da quelle che, in assenza di riforme, aumentano senza controllo. Le prime, chiamiamole spese "discrezionali”, sono una percentuale molto modesta del totale. Infatti, se prendiamo le spese per interessi sul debito pubblico (che dipendono dal debito che abbiamo ereditato e dai tassi d'interesse che non sono più determinati a livello nazionale), nel 2003 è stata pari a 134.166 miliardi di lire, il 10,92% delle spese totali. Aggiungiamo le spese per prestazioni sociali che, in assenza di riforme, aumentano autonomamente: 498.527 miliardi di lire, il 40,57% del totale. Infine, consideriamo la spesa per il lavoro dipendente (difficile licenziare dipendenti pubblici o ridurgli lo stipendio), 278.060 miliardi di lire, il 22,63% del totale. In altri termini, solo queste tre categorie di spesa ammontano ad oltre il 74% di tutte le spese pubbliche. Né sì tratta delle uniche spese obbligate: anche una larga componente del restante 26% del totale è costituita da spese incomprimibili. Stando così le cose, se si vuole rilanciare l'economia, bisogna ridurre il costo dello Stato che grava sui cittadini. Per farlo, tuttavia le manovre non bastano, bisogna mettere mano alle riforme. Non basta gestire l'esistente, bisogna rendere possibile un futuro di prosperità e di crescita.

*Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011