Difesa.it

Bandiera distintiva del Ministro della Difesa
 
Il Ministro > Compiti e Attività > Articoli > Il petrolio d'Italia

Articolo del:

8 luglio 2002

La Sicilia

Il petrolio d'Italia

Così coi beni dello Stato si potrà ridurre il deficit
Antonio Martino *
Lo Stato, oberato da un debito pubblico pari a 1.330.705 mln di euro, dispone di una patrimonio gigantesco che rappresenta il suo "petrolio" ma che, per lo più, viene gestito con criteri non economici. Per ridurre il deficit non si tratta di vendere il Colosseo, ma di mettere a frutto, per esempio, l'immenso patrimonio immobiliare, attualmente improduttivo.
Il dibattito sulla proposta del governo di procedere ad una innovativa forma di privatizzazione del patrimonio pubblico mirata anche al risanamento dei conti pubblici ha suscitato molte critiche. Per esempio, Vittorio Sgarbi ha dato vita ad una polemica vivace, basata sull'idea che il piano governativo consentisse "la vendita del Colosseo". La tesi era, ovviamente, priva di fondamento ma i toni in cui è stata sostenuta hanno reso inevitabile la revoca del mandato al Sottosegretario. Aldilà di questa controversia, e sorvolando su aspetti più strettamente tecnici, il progetto governativo si presta ad una riflessione di carattere generale. Vediamo.
Com'è noto, il nostro Paese è oberato da un debito pubblico di dimensioni enormi: a fine 2001, secondo i dati riferiti nell'ultima Relazione della Banca d'Italia, il debito delle Amministrazioni Pubbliche calcolato secondo le procedure europee era pari a 2.576.605 miliardi di lire (1.330.705 milioni di euro), il 109,4% del prodotto interno lordo. Gli interessi su un debito di queste dimensioni sono, com'è ovvio, notevoli: nel 2001 sono stati pari a 149.308 miliardi di lire (77.111 milioni di euro), il 14,5% del totale delle spese correnti del settore pubblico. Siamo tutti d'accordo che dobbiamo fare il possibile per ridurre questo gigantesco bubbone che sottrae risorse ad altri e più importanti obiettivi. D'altro canto, a fronte di questa imponente montagna di passività, lo Stato dispone di una patrimonio gigantesco, di dimensioni largamente ignote perché non quantificate, e che perlopiù viene gestito con criteri non economici, nel senso che frutta poco o nulla, quando non si limita a produrre costi per la sua gestione. Da qui l'idea di mettere a frutto il patrimonio pubblico e di alienarne una parte per ridurre le dimensioni del debito. L'intuizione non è di Tremonti o del governo ma è molto più antica, risalendo almeno al 1776.
Nella Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, infatti, leggiamo: "In tutte le grandi monarchie d'Europa la vendita delle terre della corona farebbe ricavare una fortissima somma di denaro, che, se fosse destinata al rimborso del debito pubblico, potrebbe liberare dall'ipoteca un'entrata molto maggiore di quella che tali terre abbiano mai dato alla corona". Non basta: "Una volta che le terre della corona fossero diventate proprietà privata, nel corso di pochi anni esse sarebbero ben coltivate e migliorate … accrescendo il reddito e il consumo della popolazione".
L'obiettivo dell'operazione, in altri termini, è duplice: da un lato, destinando i proventi della vendita di una parte del patrimonio pubblico alla riduzione del debito, si ridurrebbe la spesa per gli interessi. Dal momento che, come detto prima, molti di questi beni rendono poco o nulla, la vendita si tradurrebbe in un beneficio netto perché libererebbe lo Stato dall'onere degli interessi, senza privarlo di alcuna entrata. Dall'altro, l'immissione sul mercato di questi beni garantirebbe l'impiego produttivo, a beneficio del reddito nazionale. Non si tratta, in altri termini, di vendere il Colosseo o la Fontana di Trevi, ma di mettere a frutto, per esempio, l'immenso patrimonio immobiliare attualmente improduttivo ed in molti casi addirittura abbandonato a se stesso.
Per avere un'idea del senso dell'operazione, immaginate che l'Italia disponga di imponenti riserve petrolifere, di cui non si conoscono le esatte dimensioni (si sa soltanto che sono ingenti) e che no vengono sfruttate. La proposta mira a porre termini a questo spreco, rendendo produttive queste riserve, con beneficio sia per i conti pubblici sia per il reddito nazionale. Tutto il resto è perlopiù polemica pretestuosa.
Naturalmente, non sappiamo in che misura la proposta avrà successo, perché la sua attuazione è lungi dall'essere semplice, ma, nei termini in cui è stata esposta, essa è semplicemente doverosa: sarebbe irresponsabile, infatti, continuare a non gestire oculatamente le attività patrimoniali di cui disponiamo, mentre dilapidiamo cifre astronomiche a causa dell'enorme debito pubblico che abbiamo ereditato.

*Ministro della Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011