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Articolo del:

20 gennaio 2002

Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung

I PADRI DELL'EUROPA NON HANNO VOLUTO QUESTO!

Bruxelles sulla falsa strada: Un processo costituzionale che si sottrae alla pubblica opinione nasce morto. Di Antonio Martino
Karl-Peter Schwarz
L'Europa è al centro di una fase costituzionale, che è della più grande importanza per il futuro. Si può comparare questa fase con l'Atto Costitutivo degli Stati Uniti, il quale è stato ugualmente accompagnato da un dibattito estremamente vivace, intenso e schietto. Chi conosce le "Federalist Papers" sa che Hamilton, Madison, Jay e Jefferson non erano della stessa opinione, ma contrapponevano pubblicamente differenti progetti di Unione. In Europa invece si vuole che la fase costituzionale si compia senza discussione. Chi si concede opinioni, che non corrispondono completamente al consenso generale, viene visto come eretico. Ciò è irragionevole, perché l'Europa può solo guadagnare da un dibattito sul suo futuro; ma quando ogni dubbio su singole decisioni.
Un processo costituzionale che si sottrae alla pubblica opinione nasce morto. L'Europa non può essere istituita dall'alto. Se la discussione sull'Europa si limita al "Palazzo", come diciamo in Italia, quando (la discussione) non dà al cittadino la possibilità di capire come procede l'integrazione, essa manca il suo obiettivo.
Si dovrebbe pensare al perché la Danimarca ha detto no all'Europa, al perché i sondaggi d'opinione sull'Europa mostrano ovunque perplessità. Alcune decisioni, che furono presentate come "europee", si sono rivelate controproducenti, si pensi alle disastrose sanzioni contro l'Austria: la Danimarca avrebbe votato sì (all'Europa) se non ci fossero state queste sanzioni.
Una Costituzione per l'Europa non può consistere in un elenco di libertà individuali, che comunque sono già assicurate dalle Costituzioni nazionali, ma deve definire in modo vincolante i pochi ma importanti compiti che l'Europa deve realizzare. I cittadini devono sapere ciò che l'Europa può e ciò che (l'Europa) non può (fare). Senza dubbi ci sono compiti di interesse generale, che a livello nazionale non possono essere realizzati. Ma l'Europa non può essere un assegno politico in bianco. La maggior parte delle decisioni dovrebbe perciò rimanere agli individui, un gran numero di altre decisioni possono essere prese a livello locale con la partecipazione diretta dei cittadini, alcune decisioni appartengono al livello nazionale ed altre al (livello) europeo. Non va bene che l'Europa si impegni persino a regolamentare il commercio delle uova di quaglia e non (si impegni) seriamente con la Difesa comune e con la Politica Estera comune.
I Padri fondatori avevano l'obiettivo d'assicurare la pace. Mio padre, che nel 1955 ha preso parte quale Ministro degli Esteri dell'Italia alla Conferenza di Messina, era stato nella prima guerra mondiale Sottufficiale della Sanità, nella seconda guerra mondiale Tenente Colonnello, aveva dunque provato sulla sua pelle la catastrofe, il cui ripetersi si voleva evitare in ogni caso. Si pensò ad una costruzione che rinchiudesse e proteggesse la Germania e gli altri Stati europei. Grazie all'intuizione della Conferenza di Messina, secondo la quale il commercio unisce e la politica divide, abbiamo effettivamente vissuto cinquant'anni di pace. Il sollevamento delle barriere doganali ha fatto nascere una rete di interessi che garantisce la cooperazione ed evita i conflitti. L'esperto di economia politica francese Frédéric Bastiat aveva già detto nel 19° secolo che laddove la via alle merci viene chiusa, marceranno gli eserciti. Il libero commercio non basta però ad assicurare la pace, ne è però una necessaria condizione, poiché dal protezionismo nascono le guerre commerciali, e da queste le (vere) guerre che vengono combattute. L'eliminazione degli ostacoli al commercio è inoltre la base di un sano sviluppo economico. Tutto ciò si è avverato, il Mercato Comune fu realizzato, (e) questa straordinaria conquista non verrà mai abbastanza ricordata.
Ci sono stati però anche sviluppi negativi. La burocrazia ha giudicato come necessario un eccessivo strumento regolatore per il Mercato Comune, lo sviluppo politico non ha mantenuto il passo di quello economico, ma prima di tutto lascia a desiderare la partecipazione dei cittadini. Mio padre era convinto che l'integrazione economica avrebbe richiesto il varo della moneta unica e che questa avrebbe portato ad un Governo comune, ma ciò naturalmente a condizione che questo sviluppo fosse accettato dai cittadini. Oggi però i referendum sono puniti quasi come un sacrilegio, ed il pubblico dibattito non c'è. Per il Parlamento Europeo è stata introdotta l'elezione diretta, senza sufficiente chiarezza sulle competenze da attribuirgli – questo, e non l'allontanamento dei cittadini dall'idea europea, è anche il motivo per la scarsa partecipazione alle elezioni europee. I deficit europei sono nella sostanza di natura democratica.
In fin dei conti, però, l'Europa può vantare grandi successi Fattori positivi e negativi contraddistinguono anche l'introduzione dell'Euro. Un Euro stabile, che unisca l'Europa, sarebbe senza dubbi un fattore positivo. Una moneta comune trae il suo valore dalla fiducia di coloro che la usano. L'introduzione forzata dell'Euro portava con sé il rischio che la nuova valuta non venisse accettata. In effetti negli (ultimi) tre anni sono usciti dalla area monetaria comune 413 miliardi di Euro e l'Euro non ha solo perso valore nei confronti del dollaro statunitense, ma anche nei confronti della sterlina inglese, del dollaro canadese o del franco svizzero. Questo non è un danno drammatico ed irreversibile, ma il rischio è stato sottostimato.Il secondo e serio problema è costituito dalla gestione dell'Euro. Dopo Maastricht la Banca Centrale Europea è indipendente. Ma non c'è un Governo europeo, dal quale la BCE possa essere indipendente. Il problema della BCE non è la sua indipendenza, ma la sua accountability, cioè la domanda, a chi essa risponde (del suo operato). Secondo le attuali regole risponde solo a Dio. Sarebbe meglio (avere) una Costituzione monetaria, un chiaro e vincolante strumento regolatore. Ipotizziamo che in Germania ci sia un eccesso di domanda con il relativo rischio d'inflazione, cioè una situazione che necessita di azioni restrittive. Ed ipotizziamo che allo stesso tempo la Francia soffra un calo della domanda ed il rischio di deflazione, abbisognando così di (una politica di) espansione monetaria. La politica monetaria comune non può essere allo stesso tempo restrittiva ed espansiva ed in mancanza di regole vincolanti potrebbe nascerne un conflitto di interessi nazionali. Invece d'essere un fattore d'unione, la moneta unica sarebbe (così) un elemento di divisione. Non deve essere (così), ma potrebbe essere così, e nei trattati non si provvede (a questa eventualità). Le mie obiezioni sono di natura tecnico-monetaria, non politica, non ho nulla contro la moneta unica, critico il modo, in cui questo obiettivo viene perseguito. E non mi si può togliere questo diritto.
Pagina pubblicata il 05-03-2011