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Individuo, patria e guerra nel pensiero politico-militare di Niccolò Machiavelli

Retrospettive - Francesco Palmas

Roma,  2 luglio 2014

​​Niccolò Machiavelli (1469-1527) fu esimio letterato e insigne stratega. Dai libri di storia apprese la politica e l’arte della guerra. I fasti di Roma repubblicana, le conquiste militari e i trionfi civili dei consoli lo ammaliavano; gli studia humanitatis ne ispiravano l’agenda politica. Il Nostro conosceva il latino e le opere dei classici, maestre nell’indagare i legami fra politica e storia.
Nei suoi scritti, adottò prospettive dirompenti sulla natura e l’esercizio del potere. Elesse lo Stato a fondamento di tutto, cui niente vietava, nei limiti dell’ordinamento giuridico e delle possibilità di successo dei mezzi impiegati.
Nelle varie legazioni, osservò le disposizioni dei potenti, il carattere dei governi e dei popoli. Guardò alla pugna non come a un cozzo d’armate, ma come a una lotta fra uomini, suggello di vis spirituale più che materiale. Preconizzò eserciti agili, versatili e offensivi. Anticipò i canoni patriottici degli eserciti post-1789.
In teatro, propugnava tanto l’attacco d’ala, quanto la manovra avvolgente, similmente a quanto fatto da Annibale a Canne; ritenendo insulsi gli ordini prestabiliti e immutabili, suggeriva di lasciare ai comandanti la massima libertà d’azione, così da sfruttare al meglio l’alea del combattimento. Spettava ai capitani prevenire sorprese e agguati, agendo con prudenza e servendosi di accurate ricognizioni: squadre a cavallo avevano in carico l’esplorazione del terreno.
Ovunque, la cavalleria stava conoscendo profonde trasformazioni. Unità leggere per l’avanscoperta e l’esplorazione sfruttavano la mobilità, la silenziosità e la velocità del mezzo per infiltrarsi repentinamente in territorio nemico. Basti pensare ai Gineti arabi, punta di diamante delle truppe spagnole, o agli Stradioti albanesi, elite di quelle veneziane.
Sia in guerra che in pace, Machiavelli consigliava al Principe di affinare l’arte bellica, per difendere lo Stato ad ogni costo, unica istituzione capace di sottrarre l’uomo all’egoismo individuale, al disordine e all’inciviltà. Biasimava le milizie mercenarie, consapevole che la vis militare non può prescindere dall’amor patrio, né dall’etica civile. Secondo alcuni, sottovalutò il ruolo della tecnologia. Ma l’artiglieria è ‘utile a un esercito quando vi sia mescolata l’antica virtù. Senza quella contro un esercito virtuoso è inutilissima’. Un monito sempiterno, rivolto in primis a chi dimentichi la centralità dell’uomo e dei fattori morali anche in battaglia.
Machiavelli amava talmente l’Italia che per correr dietro alla chimera unificatrice commise più di un’ingenuità, conobbe il carcere e perfino la tortura.
L’afflato patriottico gli valse l’accostamento a Dante; alcuni guardarono al Principe come all’incarnazione del Veltro. Ma i postulati da cui i due Grandi muovevano erano differenti: per il Sommo Poeta, la vita politica procedeva da istanze religiose, etiche e morali; in Machiavelli non vi era invece spazio per la trascendenza o, meglio, la religione stessa è instrumentum regni.
Il Principe da lui dipinto è uomo e bestia, spirito e corpo, volpe e leone, secondo l’ambivalente doppiezza dell’animo umano.
Un governo può ricorrere alla forza e alla violenza quando i mezzi leciti non bastino a garantire l’ordine e la convivenza civile. Ma guai a dimenticare che i mezzi estremi e ripugnanti si ritorcono spesso contro chi li adoperi, perché rischiano di dissolvere i legami comunitari.
Primo dovere dello Stato è trattare i sudditi come cittadini, non come soggetti: castelli e fortezze sono inutili senza il sostegno popolare, vera garanzia di sicurezza. Di più: patria, nazione e popolo coincidono. «Un popolo è più prudente, più stabile, e di miglior giudizio che un principe», ma spetta a questi inculcare il sentimento d’appartenenza nazionale, assicurando allo Stato autarchia difensiva.
Scagliandosi contro le milizie mercenarie, Machiavelli indica nei fattori morali il nerbo della lotta e innalza la religione della patria a forza morale, politica e militare. Sacrifica l’individuo allo Stato ma, al tempo stesso, elegge il popolo a supremo difensore.
Tanto il potere repubblicano, quanto il principesco sono de-limitati dall’ordinamento giuridico. Un principe legibus solutus «è pazzo»; un popolo cui tutto sia concesso non «è savio». Ove non imperi la legge, non può esservi una vera politìa, un regime politico democratico.
Spetta a Machiavelli il merito d’aver ribadito la centralità dell’etica pubblica nell’architettura dello Stato-comunità: «io non credo che sia cosa di più cattivo esempio in una repubblica, che fare una legge e non la osservare, e tanto più, quando la non è osservata da chi l’ha fatta».
Nella Relazione sull’istituzione della nuova milizia (1506), Machiavelli enuncia il principio morale delle milizie nazionali, ribadito poi nel Principe, nei Discorsi e nell’Arte della Guerra.
Era profondamente convinto che le arti della politica e della guerra fossero intimamente legate e che la perfezione della seconda derivasse dalla compiutezza della prima. Suggeriva un ritorno al passato romano, alla simbiosi fra buone leggi e buone armi.
Sapeva che la vis militare non può prescindere dall’amor patrio, né dall’etica civile. Riteneva l’apogeo greco-romano frutto di un indirizzo unitario in politica, di uno scopo chiaro in guerra e di ottimi cittadini-soldato, legionari per aspirazione e dovere, non per mestiere.