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Il famigerato network Haqqani

Osservatorio Strategico - Francesco Palmas

Roma,  31 gennaio 2014

Non ha usato mezzi termini l’ammiraglio Mike Mullen, ex capo di stato maggiore interforze statunitense: «il network Haqqani agisce come braccio armato del’ISI pachistano… É una guerra per procura», condotta dai servizi d’intelligence pachistani per disporre di un atout nella partita afghana. I pachistani considerano gli Haqqani dei buoni talebani, perché evitano di attaccare obiettivi all’interno del territorio nazionale. Dall’inizio dell’intervento in Afghanistan (2001), le forze della coalizione fronteggiano l’infiltrazione di combattenti provenienti dai santuari pachistani. La rete Haqqani è uno dei serbatoi principali, insieme alla shura di Quetta, il consiglio supremo dei talebani del mullah Omar. Si finanzia col narcotraffico, i rapimenti, le estorsioni e le donazioni, provenienti dal Golfo Persico. Ha un nucleo di diverse centinaia di fedelissimi, cui si aggiungono fra i 10 e i 15mila combattenti. Opera come una componente semiautonoma del movimento talebano ed è vicina alle posizioni qaediste.
Attiva nelle province di Khost, Paktia e Paktika, la rete ha la sua roccaforte a Miramshah ed è un punto di riferimento per i combattenti jihadisti di tutto il mondo.
In Waziristan, ha costituito un’amministrazione parallela, che impone la giustizia shariatica, recluta combattenti, riscuote le tasse e garantisce un livello di sicurezza minimo alla popolazione locale.
Nell’ultimo quadriennio si è macchiata di azioni terroristiche spettacolari, attaccando obiettivi importanti, dagli hotel, alle basi militari, alle ambasciate, senza dimenticare il quasi assassinio del presidente Karzai.
Jalaluddin Haqqani ne è al tempo stesso l’ispiratore, la guida e il nume tutelare. Si è fatto un nome a inizio anni ’70, lanciando i primi appelli alla guerra santa contro il regime afghano di Mohammed Daoud Khan. Membro della tribù dei Zadran, Jalaluddin lega la sua fama alla madrassa Haqqania, ove ha studiato un gran numero di quadri talebani. Stabilisce prestissimo il suo feudo nella zona tribale del Waziristan Settentrionale che, durante il jihad antisovietico (1979-1989), assurge a sancta sanctorum dei mujaheddin afghani, all’epoca aiutati da Washington.
In quel periodo, la rete s’internazionalizza. Stringe legami con volontari di tutte le nazionalità, afghani, pachistani, del kashmir e indonesiani, pronti a combattere l’uomo di fiducia di Mosca a Kabul, Babrak Karmal. Lungi dal biasimarlo, gli Stati Uniti sostengono vivamente Jalaluddin. Sono gli anni della guerra fredda, che giustificano alleanze talvolta innaturali. Jalaluddin è ricevuto da eroe di guerra alla Casa Bianca, presidente Ronald Reagan. L’amministrazione americana, come altri partner munifici (Arabia Saudita, Cina e altri), si profonde in aiuti generosi: quasi 12 miliardi di $ in totale, affluiti tramite l’ISI nelle zone tribali pachistane.
I sostegni si moltiplicano, fino al Golfo Persico, lasciando intravvedere la futura ramificazione della rete al di là delle frontiere afghane. Anche i temibili servizi d’intelligence militare pachistana soccombono presto alle sirene del clan, convinti di aver trovato un ottimo alleato per bilanciare le ambizioni afghane dell’India. Islamabad teme che insinuando la propria autorità a Kabul, il nemico storico faccia pesare una duplice minaccia, sul fianco occidentale e su quello orientale. Una prospettiva di accerchiamento inaccettabile.
É negli anni ’80 che nasce l’embrione della futura al-Qaeda, appoggiata dal clan Haqqani. Molti combattenti passano per il campo d’addestramento di Zhawar Kili, gestito dagli Haqqani nella provincia di Khost. La vicinanza fra i due movimenti si rafforza nel decennio successivo: espulso dal Sudan (1996), Osama bin Laden trova rifugio e basi nelle retrovie del clan, pronto a lanciare la grande offensiva contro l’Occidente.
L’ambizione degli Haqqani travalica il quadro regionale, ma è sul fronte afghano che se ne misura la statura di combattenti: è grazie a loro che i talebani conquistano Kandahar (1994), Herat (1995) e Kabul (1996). Jalaluddin è ricompensato con il portafoglio delle Frontiere, posto semi-onorifico che conserverà fino alla caduta del regime, nell’autunno 2001.
Gli attentati dell’11 settembre non modificano il quadro: il clan rinnova la sua fiducia ad al-Qaeda, fino a scontrarsi con una parte della shura di Quetta, favorevole a prendere le distanze dai qaedisti. I destini s’incrociano nuovamente quando gli americani e la CIA cominciano la campagna di bombardamenti mirati: dal 2004 ad oggi, i droni hanno permesso di eliminare oltre 2.500 nemici, con un picco di attacchi a partire dal 2008. Dei 346 raid in Pakistan, il 71% si è concentrato nel Waziristan settentrionale e il 24% in quello meridionale. È una media, perché dal 2010 si assistito a un gigantesco spostamento  dell’ubicazione degli strike: l’89% ha mirato il Nord Waziristan e il 6% il Sud. Dal boom del 2010 (117 raid), si è però assistito a una contrazione degli attacchi mirati, scesi a 64 nel 2011, a 46 nel 2012 e a poco più di 20 nel 2013, anche per le continue proteste del governo di Islamabad. Ciò non ha impedito di eliminare quest’anno alcuni High Value Targets, come Maulana Akhtar Zadron, ucciso da un missile Hellfire il 2 luglio scorso, mentre viaggiava con un capo qaedista nel Nord Waziristan, e soprattutto il mullah Sangeen Zadran (5 settembre), inserito dagli USA nella Specially Designated Global Terrorists List per il sostegno ad al Qaeda. Secondo ufficiali statunitensi, citati dal Long War Journal, Sangeen era uno dei più pericolosi comandanti nemici nell’Afghanistan orientale. Il suo gruppo è stato responsabile di numerosi assalti contro i combat outpost statunitensi e afghani nell’area, e detiene ancora Bowe Bergdahl, l’unico soldato americano catturato vivo nel teatro afghano. Alcuni report non ancora confermati indicano nel 35enne Bilal Zadran il successore designato di Sangeen. Zadran, nipote del Mullah, è fluente in inglese, ha un master alla Mecca ed ha servito come comandante militare nella provincia di Khost. È stato fra i maggiori portavoce del mullah Omar, prima di essere arrestato nel 2007. L’anno scorso è evaso dal carcere di Kandahar insieme ad altri 400 combattenti e comandanti talebani. Secondo il giornale pachistano Frontier Post, Bilal è un grande esperto di eplosivi ed un fervente jihadista.
Nel frattempo, Jalaluddin ha ceduto le redini al figlio Sirajuddin, considerato da Washington più radicale ed efferato del padre. Sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni di $. Dal momento in cui è assurto al vertice dell’organizzazione, Sirajuddin si è sforzato di estendere la sua sfera d’influenza ad altre province dell’est afghano (Ghazni, Logar e Wardak). Ha colpito Kabul, destabilizzato il regime Karzai e sabotato i timidi negoziati di pace. Ha voluto che il fratello Badruddin assumesse il comando militare dell’organizzazione, prima di esser eliminato da un Reaper a stelle e strisce. Ha stretto legami con gruppi terroristici stranieri, come l’Unione del jihad islamico. Ha dotato il network di un apparato d’intelligence, addestrato gli uomini al combattimento urbano e dato loro strumenti adeguati al conflitto: mortai, lanciagranate, munizioni, razzi RPG e fucili mitragliatori AK-47. Secondo fonti dell’intelligence statunitense, sarebbe un membro a tutti gli effetti della shura Majlis, che di al-Qaeda è il Consiglio esecutivo.
Gli uomini della Delta Force e dei SEALs stanno braccando il network in tutto l’est del paese. E proprio nel distretto di Jani Khel è stato catturato Haji Mali Khan, «lo zio», in un’operazione congiunta della coalizione e dell’esercito afghano. Secondo l’ISAF, Khan è «uno dei quadri principali del network Haqqani, comandante del gruppo in Afghanistan, agli ordini diretti di Sirajuddin».
Dal 2008, era stato inserito nella lista dei terroristi più ricercati dagli USA, insieme ad altri 8 top leader della Rete, fra cui Sirajuddin.