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Versione Italiana

Il naufragio del piroscafo Città di Milano

Retrospettive - Stefania Elena Carnemolla

Roma,  24 dicembre 2013

​​Il 16 giugno del 1919 il piroscafo Città di Milano, urtando in una secca, colò a picco al largo di Filicudi, nelle Eolie, sommergendo civili e militari.
La nave, varata nel 1886, era stata costruita a Sunderland dopo che Giovan Battista Pirelli, l’industriale della gomma e della guttaperca, che aveva pensato d’introdurre in Italia l’industria dei cavi sottomarini, aveva firmato il 9 novembre del 1885, a Roma, due convenzioni, una con la Direzione Generale dei Telegrafi per l’immersione, cura ed esercizio di dodici nuovi cavi sottomarini e la manutenzione del cavo borbonico fra Otranto e Valona, l’altra con il Ministero della Marina per la costruzione, uso e manutenzione di un piroscafo cablografico. A San Bartolomeo, vicino La Spezia, fu invece costruito uno stabilimento in riva al mare, dove armare le anime isolate in guttaperca provenienti da Milano e qui caricare le spire di cavo sulla nave.
Nel 1887, dopo l’eccidio di Dogali, il governo italiano decise di stabilire una comunicazione con l’Eritrea allacciando Massaua e Assab con l’isola di Perim, nello stretto di Bab-el-Mandeb, dove cavi inglesi, risalendo il Mar Rosso, attraverso l’Egitto, arrivavano nel Mediterraneo. Dell’operazione fu incaricata la Ditta Pirelli, costretta lì per lì a rivolgersi a una società inglese che fornì parte del cavo, nave e personale. Per l’Africa partì anche Giovan Battista Pirelli, e con lui l’ingegnere Emanuele Jona.
Quell’anno il piroscafo Città di Milano inaugurò le sue campagne telegrafiche per il governo italiano, quello spagnolo e la Compagnia Inglese dei Cavi Telegrafici. Nel 1908, nello Stretto di Messina, riparò i cavi danneggiati dal maremoto. Durante la guerra italo-turca tagliò invece i cavi nemici ai Dardanelli, fino a quando non arrivò la Prima Guerra mondiale.
Il 22 maggio del 1919 il piroscafo partì da San Bartolomeo, con a bordo personale civile e militare, per andare a riparare alcuni cavi nel Tirreno e salpare il Napoli-Ustica-Palermo. Il 16 giugno lasciò Milazzo. Dopo una sosta a Salina, partì per Filicudi, ma, invece che a nord, il comandante, capitano di corvetta Luigi Corneliani, un ufficiale della Regia Marina esperto di radiotelegrafia, decise di far rotta a sud per verificare la posizione della boa d’ormeggio davanti all’isola, dove la nave s’incagliò nella secca di Capo Graziano, eppure segnata sulla carta, affondando poco dopo.
Fra i superstiti del naufragio, il geometra cavista Ernesto Del Grande, il capitano marittimo Stefano De Ferrari, il caposquadra giuntista Primiero Lagomarsini, ventidue operai della Ditta Pirelli, il comandante, capitano di corvetta Luigi Corneliani, il tenente medico Francesco Stola, l’ufficiale di rotta sottotenente di vascello Bolla, il direttore di macchina sottotenente Marcello Milio, il marinaio Saioni. Fra le vittime, gli ingegneri Emanuele Jona, Ettore Pinelli, Ettore Vitali, gli operai Libero Galantini, Giacomo Porrini, Umberto Tonelli, Italo Brunelli, Direttore Generale dei Telegrafi, l’ufficiale in seconda tenente di vascello Carlo Marchetti, il primo nocchiere Rizzo, il capo meccanico Mantori, il capomeccanico Violante, il sottocapo meccanico Mombelli, il sottocapo torpediniere elettricista Travaglio, i marinai De Michetti, Lauro, Maulo, Arrigò, Spina, l’operaio carpentiere Conti, i fuochisti Crispino, Manganaro, Bolcese, il cuoco Maselli.
Il 18 giugno, da Messina, ospite del Comando della Difesa Marittima, Ernesto Del Grande scrisse, destinata a Pirelli, una relazione sul naufragio. Il documento si trova oggi all’Archivio Storico Pirelli, dove è conservata una seconda relazione di Del Grande del 9 luglio 1919.
Di quella del 18 giugno, resoconto ufficiale del naufragio, diamo qui lettura nella nostra edizione dell’originale dattiloscritto.

 

Relazione sul naufragio della R.N. Città di Milano

documento dell’Archivio Storico Pirelli

Messina 18 giugno 1919

Sigg. Pirelli e C.
Milano

Soltanto stamane mi trovo sistemato ed in condizioni di potere riferire dettagliatamente quanto avvenne e prego ritenermi scusato se non l’ho fatto prima come sarebbe stato mio desiderio.
Siamo partiti da Milazzo lunedì mattina 16 corr. col programma di visitare dapprima gli approdi di Salina e Filicudi (del cavo Salina-Filicudi) per constatarne lo stato ed eventualmente eseguire qualche lavoro, si sarebbe poi andati all’altro approdo di Filicudi per compiere la riparazione del cavo con Alicudi che sapevamo rotto fra gli scogli all’atterraggio.
Alle ore 11 eravamo a Salina dove sono sceso trovando tutto in ordine. Proseguimmo per Filicudi ove arrivammo verso le 13. Anche qui scesi constatando che il cavo non aveva bisogno di nulla. Ritornato a bordo verso le ore 13,30 la nave si rimise in moto a tutta forza dirigendo a levante per girare l’Isola da sud onde vedere la boa d’ormeggio posta davanti il grosso dell’abitato di Filicudi e giudicare se potervi venire con la nave e passarvi la notte se prima non si fosse ultimata la riparazione all’altro approdo.
Io mi trovavo in Gabinetto Elettrico e stavo scrivendo nel rapporto gli appunti circa la visita all’approdo, quando sentii la nave urtare due volte a breve distanza (ore 13,40) e tosto l’ordine di fermare la macchina seguito da quello di mettere indietro. Uscii dal Gabinetto e vidi in coperta gli’Ingg. Jona, Pinelli, Vitali ed il Comm. Brunelli. La prua incominciava già ad abbassare, mi precipitai a poppa dove ho il camerino per provvedermi di salvagente seguito dal Comm. Brunelli. A poppa vi era il Tenente che raccomandando la calma tentava mettere la gente in riga. I nostri operai invece di loro iniziativa stavano mettendo in mare le imbarcazioni. Aiutai il Comm. Brunelli a mettersi il salvagente, poco discosto era l’Ing. Jona che ci guardava senza dire nulla. Visto che nella barca vela a sinistra vi erano già i nostri operai Saioni, Porini, Maggiani e qualche altro aiutai a scendere il Comm. Brunelli e poi mi filai giù io. Il bastimento era già per metà sommerso intravidi la poppa che si alzava, vidi che qualcuno dei nostri vedendo che non si riusciva a scostare l’imbarcazione si buttarono in acqua e ne seguii l’esempio nuotando disperatamente per allargarmi. Ho l’impressione di aver visto la poppa tutta fuori con l’elica inabissare rapidamente. Sono rimasto in acqua fra i rottami forse per una quindicina di minuti poi sono stato da una lancia in cui era il Capitano De Ferrari e sbarcammo sugli scogli della punta. Intanto sopraggiungevano pescatori ed abitanti di Filicudi che avevano visto il disastro e si diedero a prestare soccorso. Altri animosi dei nostri con la lancia ripresero il mare. Poco dopo vidi portare a terra l’Ing. Pinelli trovato svenuto e sostenuto da un fuochista (Napo) che cercava di porgergli inutilmente un cuscino di poltrona che galleggiava. Imbarcato in un batello borghese venne poi deposto su uno scoglio della punta dove gli si praticò invano per circa ¾ d’ora la respirazione artificiale.
Mentre andavo a terra vidi la barca a vela capovolta su cui stavano appollaiati Saioni e Locori, appena fu possibile andarono a prenderli e rimessa a galla l’imbarcazione vi trovarono un fuochista della R. M. ancora vivo e impigliato sotto i banchi il cadavere del povero Comm. Brunelli che non ha avuto, si vede, il coraggio di seguirmi quando mi sono buttato a mare. La barca vela deve essere stata rovesciata dalle grue dei paranchi quando la nave affondò.
Degli Ingg. Jona e Vitali nessuna traccia. Il Comandante e l’Ufficiale di rotta dicono di averli visti in coperta a poppa fino all’ultimo quando loro si buttarono a mare. L’Ing. Jona aveva il salvagente ed il binocolo.
L’Ing. Vitali, nuotatore abilissimo, deve avere perduta la testa, ed è rimasto a bordo precipitando poi nel gorgo forse come l’Ing. Jona, trattenuto dalla tenda.
Il Comandante si salvò agguantando uno dei nostri palloni che rimasero a galla perchè il nostromo pensò a slegarli. E per questo forse ci rimise la vita. Appena giunto a terra, cioè verso le 15, mi dettò il telegramma per il Comando della Difesa Marittima di Messina che tosto consegnai al guardiafili di Filicudi da portare all’Ufficio che sta in alto a quasi mezz’ora di aspra salita dall’approdo.
Dopo che mi sono fatto asciugare al sole quanto tenevo in dosso, verso le ore 16 mi diressi all’approdo dove poco alla volta si radunarono tutti i superstiti e quando fui certo che nessuna speranza vi era più di rintracciare, almeno per allora, i mancanti risultanti dall’appello, mi recai personalmente all’Ufficio e telegrafai d’urgenza a Voi a Spezia e al Ministero Poste e Telegrafi.
L’Isola, come è facile immaginare, non ha risorse, quindi ben pochi hanno potuto trovare di che coprirsi o rifocillarsi. I soccorsi giunsero dopo il tramonto. La Torpediniera N° 24 che prese a bordo le due salme ritrovate, il Comandante e parte dell’equipaggio militare.
Più tardi giunse un vaporetto da Lipari sul quale imbarcammo noi della Ditta ed il rimanente dell’equipaggio. Più tardi ancora essendo arrivato anche il vaporetto di Milazzo vi fummo trasbordati.
Si partì dopo le ore 23 noi diretti a Milazzo, la torpediniera a Messina. A Milazzo arrivammo alle 3 del mattino ma non trovando la torpediniera “Cigno” che, secondo gli accordi, avrebbe dovuto portarci subito a Messina. Verso le ore 7 ottenemmo dalla Capitaneria di Porto di farci proseguire per ferrovia e giungemmo a Messina verso le ore 9,30. Alla stazione trovammo un Tenente della R.M. che ci portò alla Difesa Marittima, ove finalmente potemmo avere un po’ di ristoro.
Gli operai, per equivoco, furono dimenticati e non mangiarono che a mezzogiorno passato.
Intanto per disposizione del Comando fummo provvisti degli indumenti più necessari e analoghe disposizioni vennero date per gli operai; ma purtroppo anche per questo sorse equivoco e gli indumenti (militari: maglie, calze, scarpe, divise grigio-verde e berretti) non gli ebbero che verso le 17. E qui non vi posso nascondere che il nostro personale ha tenuto un contegno poco corretto, dimostrando una irrequietezza ed anche prepotenza fuori luogo.
Fummo tutti quanti sottoposti ad un interrogatorio da parte del segretario della Difesa. Dopo di che il Comando dispose di lasciare libero il nostro personale, tranne Lagomarsini che rimane con me e De Ferrari a disposizione del Comando per l’inchiesta che sarà fatta, pare, dall’Amm. Resio che giungerà da Roma.
Per cura del Comando stesso i tredici operai vennero messi in treno ieri sera alle 18, con foglio di via per la 2ª classe e per Spezia. Ad ognuno vennero consegnate L. 50.
Ieri sera poi, per cura delle autorità civili e militari, venne fatto il trasporto funebre, su camion, dal Viale S. Martino a Cimitero, per una tumulazione provvisoria delle salme dell’Ing. Pinelli e del Comm. Brunelli. Per questa cerimonia , né io, né il Cap. De Ferrari fummo interpellati. A quell’ora, trovandomi casualmente a terra, seguii, di mia iniziativa, il corteo accompagnandomi col Direttore delle Costruz. di qui, Cav. Maresca. Al ponte Americano il corteo sostò e si ebbero discorsi del Prefetto, del Direttore Ufficio Telegrafi, del Generale Vagliasindi e del Comandante Casabona.
Io sono alloggiato bene, qui al Comando della Difesa Marittima.
Il De Ferrari con Lagomarsini hanno preferito stabilirsi all’albergo in Città. Non ho creduto fare altrettanto giudicando essere meglio tenermi in contatto con le Autorità per qualunque convenienza.
Ieri sera vi ho telegrafato estesamente ed altrettanto ho fatto per Roma in risposta ad un telegramma del signor Alberto.
Spero avrete informata e tranquillizzata la mia famiglia alla quale non ho potuto telegrafare che ieri mattina. Vi prego quindi comunicare a mia moglie, stralciando dalla presente, quante giudicate possa interessarle.
Ringraziamenti e distinti saluti.

E. Del Grande