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Il CIMIC ed il Comprehensive Approach della NATO nella gestione delle crisi

Tecnica, professione e società - Cristiana Era

Roma,  15 novembre 2012

​​Negli scenari contemporanei dei teatri operativi sta acquistando un ruolo sempre più importante l’azione del CIMIC, la cellula che si occupa – come dice l’acronimo – di cooperazione civile-militare, cioè garantisce lo stretto collegamento del comandante con tutti gli attori civili presenti nell’area di operazioni. Già il concetto strategico della NATO del novembre 2010 evidenziava la necessità di un approccio multidimensionale a dimostrazione dell’accresciuta necessità di andare oltre il semplice concetto di conflitto. Le nuove parole d’ordine sono prevenzione, gestione e stabilizzazione. In tutte, rientra la programmazione di una pianificazione integrata di forze militari e specialisti civili, oltre che un rapporto diretto con le popolazioni e con le autorità.
Il concetto di CIMIC è dunque ambivalente: da un lato l’approccio diretto delle forze impiegate con  i vari attori locali (incluse le organizzazioni, governative, non governative e internazionali), dall’altro l’integrazione della forza armata con funzionalità specifiche la cui expertise è di supporto alla missione. Il CIMIC opera prevalentemente attraverso la realizzazione dei cosiddetti “quick impact projects”, i progetti di impatto immediato che possano in qualche modo avere ripercussioni positive sulla popolazione e aiutare a stabilire con essa un rapporto di fiducia e guadagnarne il consenso. Il successo in questo settore si traduce in un valido aiuto per il Comandante e per il raggiungimento dei fini della Missione.
Come si sottolinea da più parti, tuttavia, il CIMIC non deve essere confuso con gli interventi umanitari: rimane sempre una cellula militare all’interno del contingente, ma ricorre ad una sapiente opera di soft power per conquistare, secondo una delle formule tanto care agli americani “i cuori e le menti” dei locali. E nei teatri operativi attuali, questo significa meno incidenti, meno attacchi contro i convogli, meno ordigni esplosivi. Di conseguenza è un primo passo verso il ritorno a condizioni normali di sicurezza, non solo per le forze armate ma anche per i civili che sono le prime vittime nelle aree di crisi. Maggiore sicurezza, poi, si traduce in maggiore libertà di movimento, quindi incremento delle attività commerciali, e infine stabilizzazione.
L’opera del CIMIC ha trovato una delle sue massime espressioni nel PRT (Provincial Reconstruction Team) ad Herat, in Afghanistan che ha portato avanti centinaia di progetti nel corso degli anni e per il 2012 sono già 44 quelli approvati. Ogni progetto viene fatto su richiesta dei locali, non di propria iniziativa, e riguarda settori quali l’istruzione, la salute, le strade, l’approvvigionamento di acqua, e sostegno alle autorità locali nello sforzo di aumentare la legittimità governativa attraverso lo sviluppo economico e sociale.
La natura dei conflitti contemporanei è tale che non si può più parlare di una esclusiva dimensione militare. Ecco perché la cooperazione civile-militare è al centro dell’attenzione della NATO, che ne aveva già sottolineato l’importanza nel documento MC 411/11  su “NATO Military Policy for CIMIC”. Ma fino al 1995, la cooperazione civile-militare veniva considerata poco più che un impegno logistico. Poi l’esperienza positiva in Bosnia-Erzegovina di IFOR contribuì ad una maggiore consapevolezza della necessità di creare una policy specifica e una forza CIMIC al servizio dell’Alleanza. E il Concetto Strategico (CS) del ’99 per la prima volta citò il CIMIC. Da allora, il CIMIC ha assunto una importanza crescente, diventando uno strumento di azione “non cinetica” in mano al comandante per il raggiungimento degli obiettivi della Missione. L’importanza crescente per la stabilizzazione dell’area di crisi dell’interazione con i civili ha spinto la NATO, a partire dal CS del 2010, a rivedere ed ampliare la politica CIMIC che attualmente è in fase di revisione.