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Donne, Pace e Sicurezza

Idee ed Esperienze - Mario Renna

Roma,  8 marzo 2016

​​​​​Donne, Pace e Sicurezza. Con queste tre parole viene designata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottata nel 2000 a riconoscimento dell’impatto dei conflitti armati sulle donne, oltre che della necessità di adottare la prospettiva di genere nel considerare in modo appropriato la condizione femminile negli scenari bellici e post-bellici. Nei primi la violenza sessuale è troppo spesso una costante che riguarda quasi sempre le donne, le quali richiedono una protezione particolare. Nel secondo tipo di scenario la priorità è l’inclusione più estesa possibile delle donne nel processo di pace, ricostruzione e stabilizzazione post-conflitto, prevenendo la discriminazione e le violazioni dei diritti umani che in molti casi si verificano in danno della popolazione femminile.


In senso ampio, adottare la prospettiva di genere significa esaminare ogni problematica non in maniera omogenea e indiscriminata ma individuando e valorizzando il punto di vista femminile e maschile, le rispettive esigenze, le abilità e le potenzialità. Nelle operazioni militari, in particolar modo in quelle internazionali di supporto alla pace, includere tale prospettiva nella pianificazione è fondamentale per il successo di quelle iniziative – anche minime – in favore della popolazione locale. Gli esempi riportati dai militari italiani – che da diverso tempo hanno istituito i cosiddetti Female Engagement Teams per interagire con la popolazione femminile - sono numerosi: in Afghanistan, la promiscuità dei sessi non è affatto scontata nelle zone rurali e per fornire assistenza medica i team medici militari dovevano sempre installare due punti, uno per ogni genere, in quanto le donne difficilmente si sarebbero mischiate agli uomini nella fila d’attesa, finendo per essere sistematicamente relegate all’ultimo posto; oppure nella realizzazione di pozzi, in più di un’occasione le donne dei villaggi – cui spetta l’incombenza di portare l’acqua - chiedevano di non scavarlo in prossimità dell’abitato ma a breve distanza, in modo da potersi ritagliare uno spazio e un tempo esclusivo di incontro tra di loro. Le questioni legate al genere vengono affrontate anche a livello teorico, come è avvenuto lo scorso anno in Kosovo con la missione KFOR XIX della NATO guidata dall’Italia: per la prima volta il Quartier Generale di Pristina ha organizzato - col contributo della massime autorità kosovare - una ‘Gender Conference’, cioè un importante convegno per fare il punto circa l’inclusione delle donne nella vita pubblica e l’uguaglianza tra i generi, al quale hanno preso parte numerose esponenti di primo piano che hanno illustrato la propria esperienza, fornendo indicazioni concrete per favorire lo sviluppo del Paese attraverso una maggiore partecipazione femminile.


La materia, assai complessa e delicata, oltre che per l’ONU è oggetto di attenzione particolare anche da parte della NATO, che ha promosso un Piano d’azione per rimuovere le barriere che impediscono alle donne di giocare un ruolo paritario nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti, e quindi nel produrre sicurezza. Le disuguaglianze di genere rappresentano la forma prevalente di violazione dei diritti umani, che per le donne assume la forma del matrimonio forzato, della mobilità ridotta, della limitazione del diritto di voto e di proprietà, dell’esclusione dalla vita pubblica, dell’istruzione negata, senza dimenticare lo stato di sottomissione violenta che esiste in molte regioni del mondo.

L’Ambasciatrice Marriët Schuurman - Rappresentante speciale del Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica nel campo ‘Women, Peace and Security’ – è intervenuta di recente a Roma ad un seminario tenutosi al NATO Defense College, esponendo la policy dell’Alleanza e sottolineando tra l’altro l’importanza del training specifico del personale militare chiamato ad affrontare le questioni di genere. Da questo punto di vista, in Italia – nazione che si è dotata di un proprio Piano d’azione sul tema ‘Donne, Pace e Sicurezza’ – esiste una certa sensibilità e lo Stato Maggiore della Difesa ha organizzato già due corsi per formare ufficiali destinati a ricoprire l’incarico di Gender Advisor, cioè di consulente dei comandanti sulle questioni di genere.

Ad oggi sono un centinaio i militari di tutte le Forze Armate – con un buon bilanciamento tra uomini e donne - che hanno frequentato, insieme a dirigenti e funzionari civili della Difesa, il training di tre settimane in cui la gender perspective viene affrontata a 360° da formatori militari e civili, spaziando dai diritti umani al contrasto della violenza di genere, passando per la pianificazione di un’operazione e la collaborazione con le organizzazioni umanitarie. Il tutto integrato da testimonianze dal campo fornite da esponenti italiani e stranieri, nell’ottica di fornire un quadro tanto ampio quanto lo è la casistica degli scenari bellici e post-bellici, in cui l’impatto sulle donne (e delle donne) va analizzato con un approccio il più possibile attento e soprattutto competente.