Ministero della Difesa

Versione Italiana

La Sanità Militare nella Grande Guerra

La nostra Storia - Redazione

Roma,  24 maggio 2015

Il grande sistema medico sanitario militare italiano, che in 41 mesi di guerra dovette gestire il trasporto, la cura e il ricovero di oltre due milioni e mezzo di feriti ed ammalati, era gestito, sotto il comando del Gen. Della Valle, dai soldati del Corpo della Sanità Militare e dall’apparato della Croce Rossa Italiana (personale medico e “Dame della Croce Rossa”, cioè crocerossine volontarie) coadiuvato dal personale infermieristico sempre volontario facente parte di vari comitati assistenziali quali i Cavalieri di Malta, quelli dell’Ordine dei SS Maurizio e Lazzaro, i Gesuiti.

Importante fu anche l’aiuto dato dagli Alleati: nel 1918 operavano nel fronte italiano centinaia di militari di Sanità britannici e statunitensi, con compiti di ambulanzieri ma anche barrellieri e infermieri.

Con l’ entrata in guerra, la Croce Rossa Italiana militarizzò immediatamente il suo personale, forte di 9.500 infermieri e 1.200 dottori, con 209 apparati logistici propri tra Ospedali Territoriali, attendamenti, autoambulanze e treni ospedali); già nel 1916 i medici militari in Zona di Guerra erano 8.000 (più altri 6.000 che operavano in retrovia) e nel 1918 diventarono complessivamente 18.000.

Di norma l’ unità operativa di base della Sanità Militare al fronte era la Sezione di Sanità, diretta da un capitano medico chirurgo ed operante a livello di reggimento di fanteria, che a sua volta si divideva in due Reparti di Sanità aggregati ognuno al Comando di battaglione e comandati da un tenente medico chirurgo.

Il Reparto di Sanità era composto, oltre che dal tenente comandante, da altri uno o due aspiranti ufficiali medici subalterni, da un cappellano militare e da circa una trentina di militari infermieri, portaferiti e barrellieri (soldati della Sanità militare ma anche fanti reclutati estemporaneamente per quel compito) divisi in squadre da dieci elementi (dirette da sergenti o caporali Aiutanti di Sanità nel numero di due per battaglione) ripartite tra le varie compagnie. Compagnie di alpini, mitraglieri e bersaglieri ciclisti avevano invece Sezioni sanitarie autonome, per meglio adeguarsi alla mobilità del reparto o poter operare in territori impervi. Furono creati anche Reparti di Sanità Someggiati, dotati di muli o cavalli per lo sgombero dei feriti dalle prime linee.

La dotazione di materiale medico avveniva a livello di battaglione per la fanteria e di compagnia per alpini, mitraglieri e bersaglieri ciclisti; di norma una di queste unità aveva in dotazione quattro barelle e vari “cofani” e borse di sanità contenenti garze, bende, lacci emostatici, filo per sutura, siringhe, disinfettanti (iodio, alcool e acqua, etere, cloroformio come anestetizzante) antiparassitari, (antitifina e naftalina) e fiale di morfina. Ricordiamo che allora non esistevano antibiotici e che la trasfusione di sangue non veniva ancora utilizzata. Subito dietro alle prime linee si trovavano i Posti di Medicazione, infermerie campali sistemate in punti defilati o il più possibile al riparo dal fuoco nemico, dove venivano sommariamente fasciati e medicati i feriti che non erano riusciti da soli ad arrestare emorraggie, fasciarsi arti rotti o maciullati o rischiavano il dissanguamento; in seguito i feriti raggiungevano a piedi se in grado o in groppa a muli, a spalla o in autoambulanze gli Ospedaletti da Campo.

Qui il personale medico chirurgico della Sezione di Sanità operava i feriti più gravi, medicava sommariamente o disinfettava e mandava verso le retrovie i meno urgenti (rispedendo in linea quelli considerati abili, scortati da carabinieri), somministrava adrenalina ai dissanguati e morfina come sedativo ai più soffenti oppure lasciava agonizzare quelli per cui ogni intervento sarebbe stato inutile. A questi molto spesso venivano tolte le bende, per applicarle, in caso di penuria di garze, a qualche altro ferito “salvabile”, prima che fossero morti, e magari ancora in stato di semicoscienza.

In seguito tramite le Sezioni di Sanità i feriti precedentemente medicati venivano sgomberati verso altri Ospedali da Campo (strutture sistemate su baracche o tendopoli poste che accoglievano i feriti aggravatisi o quelli che avevano meno di 30 gg di convalescenza) o più indietro sui vari Ospedali Divisionali, d’Armata o Territoriali della C.R.I. .

Tutto il territorio della retrovia fu riempito da questi grandi Ospedali, alloggiati in prossimità di grandi strade o ferrovie dentro a scuole (è il caso dell’ Ospedale n. 031 di Mariano del Friuli), ad ospedali civili (come il S.Osvaldo di Udine o l’Ospizio dell’ Addolorata a S.Stefano Rotondo) o a grandi ville padronali (i Savoia dal canto loro misero a disposizione il Palazzo Reale di Moncalieri, dove sorse l’ ospedale militare per mutilati, e una stanza del palazzo al Celio in Roma riservata solo a feriti “eccellenti”). Queste grandi strutture (nel ’17 in Z.d.G. c’erano 234 ospedali da 50 posti letto, 167 da 100-150, 46 da 200 e 27 ospedali di tappa) potevano anche godere del supporto di strutture specializzate quali sezioni di disinfestazione, laboratori chimico batteriologici, campi contumaciali, stazioni radiologiche.

Allo scopo di decongestionare il più possibile le strutture ospedaliere in Zona di Guerra i feriti vennero in seguito anche ricoverati in Navi Ospedale (come la Albaro, la Menphi, la Po, la Principessa Giovanna) o nei 59 Treni Ospedale (convogli da 360 posti che raggiungevano le stazioni avanzate del fronte per caricare i pazienti per poi ripartire verso l’ interno fermarsi nei rami morti delle grandi stazioni, come Mestre, Torino, Padova, Verona). In Friuli fu riutilizzata la via fluviale della “Litoranea Veneta” (un grosso canale navigabile che collegava Grado a Mestre passando parallelo alla costa e distante da essa circa circa 5 km), dove migliaia di feriti del Carso furono sgomberati su chiatte rimorchiate da battelli che partivano da Grado e dopo una notte di viaggio raggiungevano Mestre.

Importante fu anche il ruolo delle autoambulanze, dapprima semplici autocarri i cui cassoni furono attrezzati con letti e casse contenenti materiale medico o con pertiche per il posizionamento delle barelle e in seguito ricavate dai Fiat 15 Ter: nel 1918 erano 954, divise in autoambulanze chirurgiche (che andavano a prendere i feriti gravi sotto le prime linee e li trasportavano verso l’ interno), radiologiche, di trasporto barelle.

Tutte le strutture mobili o fisse della C.R.I. avevano ben in vista il logo crociato rosso su sfondo bianco, per evitare che il nemico bombardasse baracche, tende o edifici adibiti a ricovero per i feriti; questo però era possibile sono in retrovia mentre in prima linea molto spesso si verificarono stragi di feriti fatti stazionare dentro a semplici buche o a ricoveri di fortuna.

I feriti presso le Sezioni di Sanità dislocate negli Ospedali da Campo si dividevano altresì in:

-Gravissimi trasportabili (feriti al cranio, addome, colonna spinale): quelli già sommariamente operati e destinati alle ambulanze chirurgiche per altri interventi d’ urgenza;

-Gravi trasportabili candidati ad urgente ed immediato intervento chirurgico: feriti che necessitavano di altri interventi, smistati in altri Ospedali arretrati o passati ad ambulanze chirurgiche o radiologiche;

-Gravi trasportabili a distanza breve: destinati agli Ospedaletti da Campo più vicini, trasportati tramite carri o autoambulanze per barelle;

-Trasportabili a lunga distanza: feriti in condizioni stabili ma non in grado di camminare, caricati su autocarri diretti in retrovia;

-Leggeri: quei feriti che possono deambulare autonomamente.

Inutile dire che tutto questo sistema, ordinatissimo sulla carta, saltò puntualmente durante le tragiche estati di guerra del ’15, ’16 e ’17, quando dalle prime linee dell’Isonzo ogni giorno scendevano verso gli Ospedaletti da 50 o 100 posti letto migliaia e migliaia di feriti, stanchi, con le ferite infette, non autosufficenti, che piangevano e urlavano di dolore. Bastano alcune testimonianze, per rendere tragicamente l’idea di quale peso abbiano sorretto sulle loro spalle (ed ancora lo stanno sorreggendo: Irak, Bosnia, Afganistan...) i medici della C.R.I., che dovettero affrontare le ferite con cui la nuova guerra moderna maciullò le carni delle sue vittime sacrificali; troppo grandi per suturare, bendare o cucire, troppo grandi per un corpo umano. Ecco cosa succedeva nell’ ospedale militare austriaco di Gorizia e nell’ ospedale da campo italiano di Romans d’Isonzo (dove il sangue correva fino sulla strada): “….si sentiva la povera gente che gridava, operavano così, senza indormia (senza anestesia). Tagliavano braccia, gambe, secondo la ferita che si aveva. Quelli che morivano venivano portati al cimitero su un carretto tirato da un cavallo o da un mulo. Il cimitero era pieno.” “I feriti sono molti e hanno un aspetto spaventoso. In alcuni si vedono pendere le bende sanguinanti e pezzi di carne. Uno piange, l’altro geme, il terzo chiede aiuto. […] i feriti arrivano e partono in processione. Essi giacciono uno vicino all’altro nei corridoi, sulla paglia, e vengono portati in sala d’operazione a seconda delle ferite più o meno gravi. Alcuni muoiono sulla barella, altri sul tavolo d’operazione, i più fortunati nel loro letto. Il sangue scorre in terra, non si può passare senza insanguinarsi, l’odore del sangue è perennemente nel naso…”

Dopo gli scontri dei giorni 14 e 15 settembre 1916 sul Medio Isonzo i feriti dell’ XI corpo (III Armata), oltre 6.000 uomini, furono convogliati verso gli ospedali da campo della valle dello Judrio e di Dolegna, dove molti di questi erano gestiti dalle nobildonne del comitato presieduto dalla duchessa Elena d’Aosta (moglie di Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, comandante della stessa III Armata), coadiuvate da alcune crocerossine: migliaia di soldati morirono dissanguati o per infezioni per incuria del personale o perché non c’erano bende e disinfettanti a sufficienza.

La mortalità tra i feriti era spaventosamente alta, ed era dovuta alle poche conoscenze mediche dell’epoca, all’impossibilità di sfruttarle appieno in zona di guerra e alla mancanza grave di igiene che portava la temuta gangrena, il tetano, le emorragie. L’ospedale n.073 di Schio, specializzato nel trattamento dei feriti al cranio, tra il 15 e il 30 giugno ’16 accolse 1.566 feriti che nella quasi totalità dei casi presentavano fuoriuscita di materia cerebrale. La mortalità tra i ricoverati fu del 30%, causa principale di morte erano le infezioni pre o post operatorie: meningo encefalite, ascesso cerebrale, emorragia.

Tra i feriti al torace la mortalità scendeva al 20%, ma moltissimi certamente morirono una volta giunti a casa di tubercolosi, malattia che colpiva facilmente un polmone lesionato e magari affetto da pleurite in seguito ad infezione. Tra i feriti all’ addome invece le possibilità di guarire era tristemente lontana. I feriti al basso ventre non venivano neppure operati, tanto i medici erano sicuri che la morte sopraggiungesse in poco tempo per dissanguamento o per infezione in seguito alla perforazione degli organi interni. L’ospedale n.08 di Arsiero registra solo 26 casi di soldati operati in caso di ferita alla pancia, tra cui 18 terminati con la morte del paziente e che nei restanti casi provocarono gravi peritoniti. Per i feriti agli arti invece la speranza di sopravvivere era maggiore; durante i giorni delle grandi battaglie, in cui il sovraffollamento degli Ospedali non permetteva cure individualizzate per ogni paziente, l’ amputazione chirurgica o la disarticolazione dell’arto maciullato era prassi. In altri casi i medici agirono anche con metodi più ortodossi quali plastiche cutanee e legature di vasi sanguigni e tendini. Causa di morte frequente era per loro la gangrena gassosa (causata anche dai dolorosissimi lacci emostatici che venivano stretti attorno agli arti feriti nei Posti di Soccorso). Anche tra i feriti caricati sulle autoambulanze chirurgiche la mortalità era alta, dovuta al fatto che in queste strutture venivano trattati solo i casi più gravi e disperati: l’ambulanza chirurgica d’Armata n.6 di Foza su 117 soldati sgomberati e 57 operati al suo interno 47 furono i morti (di cui 16 per complicazioni post-operatorie come encefaliti e peritoniti).

La divisa per il militi di sanità era la mod.1909, con il bracciale della C.R.I., il fregio a stella sul berretto e mostrine rosse ad una fiamma sul bavero (entrambi con all’interno un pallino bianco smaltato con una piccola croce rossa centrale); gli ufficiali medici della C.R.I. portavano invece sul berretto uno stemma dorato contornato da foglie, oppure il fregio dell’associazione di supporto medico di appartenenza. Tutti portavano al braccio la fascia internazionale bianca con una croce rossa disegnata di lato. Alcuni elmetti mod. Adrian, dati in dotazione al corpo di sanità, furono dipinti di bianco e in certi casi fu disegnata una grande croce rossa sulla parte frontale.

                                                                                                                                                                      (tratto da una pubblicazione di Massimiliano Galasso)