Ministero della Difesa

pillole di storia

10 maggio 2018

La pentola antiaderente? “reduce” della seconda guerra mondiale


Quotidianamente tutti noi usiamo le comodissime pentole antiaderenti per cucinare, ma ben pochi sanno che esse non sarebbero esistite se non vi fosse stato, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale un esubero di teflon! E soprattutto non è molto noto il fatto che quel teflon era stato prodotto in così grande quantità proprio a seguito di esperimenti per la creazione della bomba atomica...
Andiamo per ordine.
Prima di invadere le cucine come rivestimento antiaderente di pentole e padelle, il teflon è stato protagonista nei laboratori dove, durante la Seconda guerra mondiale, si stavano fabbricando le bombe atomiche.
Il teflon è infatti un buon isolante elettrico, chimicamente inerte, impermeabile, resistente alle alte e anche alle basse temperature. Tutte caratteristiche che lo rendevano il materiale ideale da impiegare negli oggetti con cui maneggiare l’esafluoruro di uranio, materiale corrosivo usato per la costruzione delle bombe atomiche.
Durante la seconda guerra mondiale, come ci racconta un interessante articolo del periodico Focus e un approfondimento del mensile Wired, gli scienziati alleati sperimentavano infatti armi innovative a getto continuo. Il teflon destò interesse degli scienziati bellici appena si scoprì che era l’unico rivestimento in grado di resistere alle sostanze volatili delle prime bombe atomiche che caddero poi su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Scoperto per caso nel 1938 dal chimico Roy J. Plunkett, il teflon era uno dei nomi commerciali del PTFE polimero (abbreviazione di politetrafluoroetilene).
La scoperta del teflon fu infatti come spesso accade del tutto casuale. Plunkett nei laboratori del New Jersey della DuPont si occupava di sviluppare analoghi di un altro prodotto di punta dell’azienda statunitense: il Freon, cercando di produrre un altro fluido refrigerante. Era convinto che ci sarebbe riuscito servendosi di tetrafluoroetilene (TFE) fatto reagire con acido cloridrico. Il punto di partenza era innanzi tutto procurarsi il gas, in gran quantità, così da averne abbastanza a disposizione per i suoi esperimenti. Una volta ottenuto il TFE lo immagazzinò in un contenitore pressurizzato e lo mise per una notte nel ghiaccio secco.
Ma la mattina successiva aprendo la valvola non uscì gas dal contenitore, quasi come fosse vuoto. Incuriosito tuttavia dal peso che comunque aveva il contenitore, Plunkett controllò all’interno, trovandoci dentro della polvere bianca, piuttosto cerosa. I test di laboratorio rivelarono che quella sostanza era estremamente resistente al calore e chimicamente inerte, era il prodotto della polimerizzazione del TFE, ovvero il politetrafluoroetilene (PTFE).
Fu così che quell’incidente di percorso si trasformò in un vero colpo di fortuna, che la DuPont, la casa del freon ma anche del nylon, seppe trasformare in una miniera d’oro. Plunkett così si mise al lavoro, cercando di riprodurre e ottimizzare le condizioni in cui era avvenuta la polimerizzazione, e ottenne il brevetto della sua fortuita invenzione nel 1941.
Dopo la guerra, il teflon, di cui si disponeva in grandi quantità, viene riproposto come rivestimento antiaderente di pentole e tegami.

 

Ada Fichera


Riferimenti bibliografici e sitografici

 

  • Bertarini Margherita, Invenzioni e scoperte, Giunti Editore, Firenze, 2012