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Bandiera distintiva del Ministro della Difesa
 

Intervista del:

1 marzo 2012

RID Rivista Italiana Difesa

Giampaolo Di Paola: come cambierà la Difesa

Andrea Nativi

Per lo strumento militare italiano è giunto il momento dei veri cambiamenti e di una drastica ristrutturazione, ben più vasta e ad ampio spettro rispetto a quanto non sia mai accaduto negli ultimi decenni, che pure sono stati caratterizzati da una trasformazione...permanente, anche perché i tempi per attuare ogni intervento, per quanto timido, sono sempre stati lunghissimi. Basti considerare che il punto di partenza normativo dal quale si deve muovere è ancora rappresentato dal cosiddetto Modello di Difesa, sostanzialmente rimasto invariato ed intoccabile nonostante risalga ad oltre una decade fa e non recepisca alcuna delle novità conseguenti al 9/11 ed alla stagione delle operazioni di stabilizzazione e di controguerriglia. Sono cambiati i governi, i Ministri, i Capi di Stato Maggiore, ma lo schema è rimasto quello di allora e nessuno si azzardato a promuovere una riforma strutturale, anche quando c'era a disposizione una legge delega ed una maggioranza parlamentare tali da consentire l'elaborazione e l'attuazione di un nuovo Libro Bianco della Difesa, come hanno fatto tutti i principali partners NATO ed Europei dell'Italia. Oggi si è arrivati al redde rationem. Fortunatamente a gestire quella che per una volta è davvero una emergenza c'è un governo tecnico, al quale la politica ben volentieri sta consentendo di realizzare quelle riforme che per un qualunque governo politico sarebbero risultate difficili o impossibili, basta pensare a quello che è stato fatto in pochi giorni o settimane in tema di pensioni o liberalizzazioni. Anche la Difesa attende la sua riforma. Di quali sono le prospettive di tale revisione abbiamo parlato con il Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola.

D - Ministro, Lei ha assunto questo incarico quando la Difesa è nel pieno della tempesta, per la prima volta anche i grandi media parlano di cancellare questo o quel programma per risparmiare. Lei pensa che il Suo governo avrà il tempo e il supporto parlamentare per realizzare quella profonda riforma del sistema difesa che si attende invano da oltre due lustri?

R - Ritengo che, proprio perché la Difesa è diventata un tema di attualità, oggetto dell'attenzione da parte dell'opinione pubblica e dei media e dello stesso parlamento, sia necessario rispondere alla richiesta di riformare la Difesa. Ed è dovere di questo governo procedere in tempi rapidi. A mio avviso la scadenza naturale della legislatura offre il tempo richiesto per varare ed attuare tale revisione, se avremo il sostegno parlamentare che auspico. Del resto tutte le forze politiche, pur nella diversità delle rispettive visioni, considerano tra le riforme necessarie anche quella dello strumento militare nazionale. Valuteremo presto quale strumento tecnico utilizzare per avviare il processo.

D - Il 2012 segna uno dei livelli più bassi per la funzione difesa, siamo allo 0,83% del PIL e 13,5 miliardi di euro. A suo avviso quale dovrebbe essere l'obiettivo al quale arrivare una volta superata l'emergenza? E i tagli previsti per il 2013 e 2014 dalla legge triennale saranno confermati o aumentati?

R - Mi permetta di esimermi dal giocare a dare i numeri. Nell'ultimo decennio il Parlamento ha ridotto le risorse per la Difesa ai livelli percentuali del PIL che ben conosciamo. In linea generale ci rendiamo tutti conto che la situazione di crisi economica che ha colpito l'Europa e il nostro Paese non può risolversi in tempi brevissimi. Per superare la congiuntura occorre che le riforme che si stanno varando esplicitino gli effetti auspicati. E sarebbe irrealistico pensare che in un contesto del genere fosse possibile assegnare alla Difesa una quota del PIL superiore a quella attuale. Quanto ai tagli per la Difesa, sono decisi con la legge di stabilità, che è una legge in vigore, quindi nessuna possibilità che possano essere attenuati gli effetti per il 2012, mentre non c'è alcun motivo per ritenere che i tagli per il 2013 e 2014 (rispettivamente 606 e 786 milioni di euro) debbano essere variati. Vorrei però chiarire un concetto cardine della nostra azione, ricorrendo alla parabola dei talenti: a chi ricevette i talenti fu data la missione di farli fruttare, indipendentemente da quanti essi fossero. Noi dobbiamo comportarci allo stesso modo: che ci diano uno, due o tre talenti, dobbiamo metterli a frutto nel modo migliore.

D - Quando verrà presentato il dettaglio della articolazione della spesa per investimenti per il 2012, che è stato ''sospeso'' nella Nota Aggiuntiva 2012 in attesa di Sue decisioni? La linea del precedente governo sembrava essere improntata a cercare di salvaguardare i programmi più importanti, in particolare quelli internazionali (che in realtà in qualche misura sono auto-garantiti) e sacrificare invece tutti i progetti ''minori''.

R - Stiamo conducendo un'attenta ed approfondita revisione di tutti i programmi in corso. E non è questione di salvare quelli più impegnativi rispetto a quelli che richiedono investimenti minori. Innanzitutto dobbiamo muovere dal fatto che ci sono contratti firmati che bisogna rispettare e non è possibile rinnegarli senza conseguenze. La nostra analisi peraltro muove da un diverso approccio: dobbiamo continuare a sostenere quei progetti la cui realizzazione è essenziale per mantenere l'operatività dello strumento militare. E in questa categoria rientrano sia ''grandi'' sia ''piccoli'' programmi. La valutazione è strettamente connessa alle priorità operative, non potrebbe essere altrimenti.

D - Il Bilancio della difesa non riflette la spesa reale per le Forze Armate, da un lato c'è la spesa per i Carabinieri, poi le funzioni esterne (prevede di riuscire a tagliarle?) e poi quella stranezza dell'ausiliaria, che potrebbe essere soppressa, trasferendo l'erogazione delle pensioni una volta per tutte all'Economia. Intende proporre qualcosa del genere a Monti? Ma d'altro lato, come gestire le risorse extra difesa, gli stanziamenti del MIUR e quelli del MISE, che pure hanno finalità in parte diverse (sostegno imprese e ricerca tecnologica)?

R - Il nostro bilancio è molto trasparente, tra i più trasparenti nell'amministrazione statale. Quanto ai fondi stanziati dal MIUR e dal MiSE anche questi sono ben noti, ci sono apposite poste di bilancio e sappiamo che le finalità di tali finanziamenti sono specifiche, volte al sostegno della ricerca tecnologica, della industria e, evidentemente, dell'occupazione. Con questi stanziamenti si assicura la prosecuzione di programmi molti importanti, a partire dall'Eurofighter TYPHOON. Però dobbiamo anche realisticamente considerare che, per quanto si possa auspicare il contrario, il livello di sostegno del MiSE ai programmi aerospaziali probabilmente andrà incontro a criticità significative. Se le risorse non ci sono, non ci sono per nessuno, non solo per la Difesa. Mi lasci poi chiarire meglio cosa è l'istituto dell'ausiliaria e cosa… non è. Non è un benefit, non è un istituto che crea una condizione di privilegio. Negli anni '80 fu creato un sistema che teneva conto della specificità della condizione militare. Non è evidentemente possibile per un militare andare in pensione alla stessa età di chi svolge una attività…civile. Il militare, andato doverosamente in pensione con qualche anno di anticipo sugli altri ''lavoratori'', resta in ausiliaria per cinque anni. In questo arco di tempo rimane comunque richiamabile e non può dunque svolgere una attività alternativa. L'ausiliaria compensa tutto ciò e consente di conteggiare ai fini pensionistici il 70% degli incrementi retributivi di cui avrebbe beneficiato il militare se fosse rimasto in servizio, questo per non penalizzare chi per la natura dell'attività deve andare in pensione anticipatamente. Peraltro in questi ultimi anni, come noto, gli aumenti stipendiali sono stati ''congelati'', quindi… non ci sono stati aumenti. E visto che il 70% di 0 resta 0…non c'è stato alcun incremento del trattamento pensionistico per via dell'istituto dell'ausiliaria. Oggi l'ausiliaria ha costo zero per il bilancio dello stato. Quanto alle funzioni esterne, la Difesa si batte per trasferire alle amministrazioni competenti oneri ed attività che non le competono.

D - Ormai tutti sono consapevoli della necessità di rivedere i famosi obiettivi di forza sanciti dal Modello, che risale a 12 anni fa e che non fu mai aggiornato, nonostante risultasse evidente fin dall'inizio che si trattava di traguardi non raggiungibili. Quota 190.000 è una follia, neanche il livello attuale, 180.000, è difendibile. Di quanto si deve scendere? A 150.000? Meno? E di quanto riguarda il personale civile, oggi 30.000 unità (peraltro il Modello prevedeva 43.000 civili!!)? Del resto spendiamo quasi 9,5 miliardi di euro per il personale, quasi il 70% del totale contro l'11% per l'esercizio e il 18,2% per l'investimento.

R - In questo momento non siamo in grado di fornire un numero, il lavoro di analisi è ancora in corso, lo stiamo perfezionando e quindi lo presenteremo nelle sedi istituzionali competenti, Presidenza del Consiglio, Consiglio Supremo di Difesa (che si è riunito ai primi di febbraio, ndr.). Solo a quel punto, e tenendo conto delle osservazioni che saranno rivolte al progetto, formuleremo una cifra precisa, che sarà presentata al Parlamento e quindi all'opinione pubblica. Posso però anticipare che si tratterà di una riduzione significativa, perché dovremo approdare ad un numero, ad dimensione quantitativa che sia sostenibile con le risorse assegnate, avendo ben presente che dobbiamo orientarci a raggiungere una formula di equilibrio, che prevede un 50% delle risorse allocate alla spesa per il personale, il 25% per l'esercizio e il 25% per l'investimento e l'ammodernamento. Non si tratta certo di una formula ''magica'', ma di una ripartizione dettata dal semplice buon senso. Una formula che peraltro recepisce le indicazioni di ''benchmarking'', i parametri di riferimento, che ci vengono dalla Alleanza Atlantica e dalla Unione Europea. Vorrei anche chiarire che la riduzione dello strumento militare non si sostanzia in una mera riduzione del personale. Si tratta invece di effettuare una riduzione complessiva bilanciata di tutti gli elementi e componenti dello strumento. Quindi il personale, le strutture e gli enti operativi e di supporto, centrali e periferici, i comandi, i mezzi, gli investimenti. E' sbagliato parlare solo di personale o solo di programmi. E naturalmente la contrazione riguarderà sia il personale militare, sia quello civile.

D - Come risolvere il problema della distribuzione del personale nelle diverse qualifiche? Abbiamo 425 ufficiali generali e almeno 2.000 ufficiali più del ragionevole, con una forza effettiva di 180.000 uomini. Il Modello prevedeva 25.000 marescialli e ce ne sono 56.000, abbiamo però 16.000 sergenti contro 38.500 previsti. Non ha senso, specie visto che stipendi e grado sono scollegati. Intende presentare una nuova normativa per reclutamento, avanzamento e nuove piante organiche? Si può fare qualcosa subito? Se ci pensa un tempo era molto più difficile per chi usciva dalla accademia diventare generale, c'erano più candidati. Oggi con classi ridotte i posti sono sempre gli stessi.

R - La riforma riguarda ovviamente tutte le categorie di personale e quindi, in misura molto incisiva, anche i ruoli apicali delle varie carriere. Nel momento in cui si mette mano in chiave riduttiva allo strumento militare è necessario rivedere in modo appropriato anche il sistema di avanzamento, di alimentazione, di arruolamento, di retribuzione, le piante organiche, la distribuzione del personale, altrimenti il sistema scoppierebbe in breve tempo. Non ho dubbi al proposito, spero di riuscire ad attuare anche questo fondamentale aspetto del cambiamento. Però non basta avere ben chiaro l'obiettivo da raggiungere, occorre anche riuscire a costruire il consenso interno ed esterno. E' questa probabilmente la parte più difficile dell'operazione che ci si accinge a compiere.

D - Nelle Forze Armate professionali contemporanee quello che conta è la capacità di proiettare forze di qualità, integrabili con quelle degli alleati e capaci di svolgere l'intero spettro delle possibili missioni. Secondo Lei, con i nuovi livelli organici, quale potrebbe essere la consistenza della forza proiettabile? Oggi abbiamo 8.200 uomini in missioni ''permanenti'', ma il tasso di impiego operativo è in realtà relativamente basso.

R - Si, non conosco altra funzione per le Forze Armate che quella di sviluppare una effettiva capacità operativa. Uno strumento più piccolo, ma più efficiente, non necessariamente deve esprimere una capacità operativa inferiore a quello attuale. Per intenderci, se ho 100 mezzi, con un tasso di efficienza del 10% la mia capacità operativa è di 10 mezzi. Se io invece ho 50 mezzi, ma con una efficienza del 20% ecco che la capacità operativa resta invariata, pur con una diminuzione dei mezzi in servizio. Poi va anche considerato che la capacità operativa non dipende soltanto dal numero di soldati e di mezzi, ma anche dalle risorse disponibili per addestrarli, equipaggiarli ed impiegarli. Ovviamente gli oneri connessi con un deployment di un reparto in una missione internazionale sono ben più elevati rispetto a quelli che si devono sostenere quando la stessa unità si trova in Patria. A volte gli uomini e i mezzi per svolgere un certo tipo di missione ci sono, ma mancano i fondi per finanziarne l'impiego, specie se intenso e prolungato nel tempo.

D - Il governo ha appena approvato uno stanziamento pari a circa 1,4 miliardi di euro per finanziare le missioni internazionali nel 2012, con poco più di 6.500 militari. Lo ritiene adeguato?

R - Considerando quello che viene chiesto in questo momento all'Italia in termini di impegno militare internazionale e le esigenze che derivano dalle missioni principali in corso in Afghanistan, in Libano, in Kosovo e contro la pirateria nonché dalle missioni ''minori'', che pure hanno una loro importanza, i fondi assegnati sono coerenti con quello che stiamo facendo, mi lasci dire, in modo più che dignitoso. Naturalmente se dovessero verificarsi richieste addizionali dovrebbero essere parallelamente fornite le risorse per farvi fronte.

D - Quali frutti concreti può produrre l'accordo bilaterale con la Germania? Non è poi troppo sbilanciato su programmi e industrie, in assenza di una intesa politico-militare come quella tra Francia e Gran Bretagna?

R - Intanto non c'è una contrapposizione tra gli accordi in corso tra Londra e Parigi e quelli sottoscritti da Roma e Berlino. Questi ultimi nascono nel solco delle iniziative di SMART DEFENSE promosse dalla NATO e ovviamente tengono conto di quanto è già stato fatto da altri Paesi. La Germania è un Paese a noi omogeneo, anche per quanto riguarda la concezione dello strumento militare. Per questo motivo abbiamo deciso di sviluppare una collaborazione in vari settori, come quello dell'ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition, Reconaissance) del quale i velivoli senza pilota sono una espressione. Stiamo quindi ragionando con la Germania, ma non si tratta di un club esclusivo, si è aperti alla aggregazione di altri Paesi. In fondo c'è sempre bisogno di qualcuno che inizi, nella consapevolezza che i programmi ''paneuropei'' non esistono e forse non sono neanche auspicabili.

D - La difesa sostiene di essere virtuosa nella gestione delle risorse, tuttavia a ben guardare i margini di miglioramento ci sono eccome, specie nell'area di supporto e territoriale, ma anche della formazione… Pensa di poter far sparire tutti questi dipartimenti, comandi, enti che non comandano nulla e di creare invece le famose macroregioni? Perché non mettere a fattor comune la logistica da caserma, gli acquisti?

R - Stiamo valutando un ventaglio di possibili soluzioni, ma evidentemente l'intenzione è quella di ridurre sostanzialmente e quindi eliminare una molteplicità di comandi e di strutture, di tutte le filiere, distribuiti sul territorio. Sarà un intervento molto significativo, volto a concentrare enti ed organizzazioni operative, logistiche, formative, territoriali etc. Però non possiamo nasconderci che la presenza delle Forze Armate sul territorio risponde anche ad esigenze localistiche che andranno superate se si vuole davvero procedere ad uno sfoltimento e ad una diminuzione dei costi. Ogni realtà locale si batte perché non venga toccato nulla in casa propria, casomai i tagli si fanno in casa del vicino. Un problema certo non esclusivo dell'Italia, situazioni analoghe si verificano in tutti i Paesi. Sono resistenze comprensibili, ma non possono condizionare il progetto e le sue finalità.

D - A proposito di chiusure e riduzioni, ormai è una barzelletta la storia della cessione degli immobili dismessi dalla Difesa, se ne parla da lustri, in cassa non è entrato un soldo. Come si potrebbero ottenere risultati concreti? E a proposito di razionalizzazioni di sedi e comandi… a Centocelle si sposterà qualcun altro, oltre a COI e Comando Squadra?

R - Posto che ci può essere una qualche resistenza ''interna'', sono certo che i ritardi e gli insuccessi non sono dovuti alla volontà della Difesa di mantenere ad ogni costo la ''roba''. Anche perché non ci sono neanche i soldi per curarne la manutenzione. Non si può sottovalutare il fatto che non stiamo parlando di vendere immobili di proprietà privata, ma beni del demanio; non è così semplice cederli, avendo ben presente che si vuole cedere, non regalare e che quindi gli immobili vanno valutati tenendo conto del loro valore effettivo. Quest'ultimo ovviamente dipende dalla destinazione d'uso, dalla qualificazione immobiliare. Determinare quest'ultima richiede una attività specifica da parte degli enti territoriali locali, dei comuni in particolare, con i relativi piani urbanistici. C'è un passaggio obbligato, un ''collo di bottiglia'' attraverso il quale passare. Ciò detto, faremo il possibile per realizzare effettivamente le dismissioni. Quanto a Centocelle, questa sarà la nuova sede di una importante realtà centrale della Difesa.

D - La Difesa italiana resiste da sempre le riforme ''joint'', ciascuno difende il suo orticello. Quali sono le iniziative in questa direzione che sta valutando? Sia nell'area operativa, sia in quella logistica, territoriale e formativa.

R - Uno dei principi sui quali si basa la revisione dello strumento militare è quello di realizzare una ''joint force'', il che non vuol dire certo sopprimere le attuali Forze Armate, come del resto non accade negli altri Paesi. Significa invece che lo strumento militare, va concepito e soprattutto impiegato come una joint force, che è data dall'integrazione delle sue componenti. E una ulteriore jointness può essere perseguita caso per caso, quando vi è convenienza operativa, finanziaria, anche geografica (dislocazione sul territorio), ma il concetto fondamentale, espresso nella direttiva che ho dato a SMD ed agli Stati Maggiori, è proprio quello di realizzare una joint force nelle sue varie declinazioni. Il processo per definire compiutamente come ciò sarà realizzato è alle sue battute conclusive.

D - Quando si tentò una riforma joint della difesa l'idea era quella di potenziare le responsabilità di SMD, Segredifesa/DNA e COI, svuotando in parallelo gli Stati Maggiori di Forza Armata. Niente del genere è accaduto. Pensa di poterci riuscire oggi? Occorre rafforzare il CSMD restituendogli le attribuzioni che gli sono state sottratte con regolamenti e ricorso ad una prassi malintesa? E il DNA/Segredifesa? Pensa ad uno sdoppiamento militare/civile, come a suo tempo proposto?

R - Basta che i comportamenti, gli atti concreti, i fatti siano coerenti con quanto previsto. Poi, se ci sarà bisogno di effettuare interventi normativi correttivi, bene, si provvederà. Ma può essere sufficiente agire sui comportamenti e sotto questo aspetto ci sarà il pieno sostegno politico. Quanto all'eventuale sdoppiamento degli incarichi DNA/SGD devo dire che in questo momento non è un tema prioritario, non ho preclusioni né nell'uno né nell'altro senso.

D - Dopo 10 anni di guerre di guerriglia e stabilizzazione ora sembra che gli USA vogliano tornare a concentrarsi sulle operazioni convenzionali, anche se conserveranno capacità COIN. Ma ridurranno intanto le forze terrestri e punteranno più su componenti convenzionali ed high tech. In Europa le capacità COIN non sono mai state davvero rilevanti, neanche in Italia. Quale equilibrio ha in mente per la difesa nazionale? Pensa che ci possiamo ancora permettere uno strumento militare con capacità a 360° o a questo punto sarà necessario specializzarci, cooperare con gli altri Paesi e concentrarci su alcune capacità basiche e/o specialistiche e abbandonare ogni velleità fai da te?

R - Preliminarmente vorrei osservare che un Modello a 360° lo hanno o lo hanno avuto davvero in pochi, forse neanche gli stessi Stati Uniti possiedono davvero tutte le capacità nelle quantità necessarie. Però un'altra cosa è andare ad un modello… a 10°! La specializzazione va contemperata con il ruolo, le ambizioni, le responsabilità proprie di ciascun Paese. Io credo che l'Italia appartenga alla categoria dei Paesi con una significativa caratura europea, come Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia, Paesi che devono quindi esprimere una capacità di più ampio spettro, anche se non a 360°, Paesi ai quali si possono poi aggregare altri Paesi che hanno risorse e mezzi più limitati e che contribuiscono quindi a realizzare capacità complete. L'Italia va annoverata tra questi Paesi ''principali'', non ha senso perseguire, quindi, una specializzazione estrema.

D - Parliamo di procurement. Come deve cambiare il sistema di procurement nazionale, soprattutto visto che ci sono molto meno soldi e bisogna spenderli al meglio? Dalle sue prime dichiarazioni sembra che ci sarà un diverso mix di sviluppi ''nazionali'', programmi in cooperazione e acquisizione off the shelf. Può spiegare meglio quale è la sua idea?

R - Spendere meglio è indispensabile, questo, che la NATO definisce SMART DEFENSE, significa soprattutto tre cose: se ci sono pochi soldi, bisogna investirli per soddisfare le esigenze prioritarie, occorre poi che i requisiti siano ''giusti'', quindi ragionevoli e realizzabili, ne sovra né sottodimensionati e infine le risorse devono essere spese in modo efficace. Evidentemente dobbiamo procedere, per quanto possibile, insieme agli altri, non da soli. E si deve acquistare secondo l'approccio ''a spirale'', soprattutto per programmi lunghi ed impegnativi. Non si può più pensare di ordinare oggi X esemplari di un sistema e poi, quando i mezzi entrano in servizio, ritrovarsi con sistemi che non sono più quello che realmente serve né riflettono appieno il progresso tecnologico. Bisogna avere una idea complessiva del programma, ma poi procedere ordinando i sistemi per tranche, in modo da poter eventualmente rivedere i numeri, se lo scenario o le risorse nel frattempo dovessero mutare, senza penalizzazioni contrattuali, provvedendo anche ad inserire gli sviluppi tecnologici mano a mano che maturano. Non è certo qualcosa che dobbiamo inventare in Italia, molti già procedono in questo modo.

D - Per compensare l'industria nazionale del business che andrà a perdere prevede di introdurre contratti di supporto logistico a lungo termine, come avviene negli USA o in Gran Bretagna? Pensa le nostre industrie siano pronte a fornire all'Italia…quello che già danno ai clienti stranieri?

R - Gli aspetti logistici diventeranno sempre più importanti, soprattutto perché, disponendo di un numero ridotto di mezzi e sistemi, questi dovranno essere molto più efficienti e impiegabili. Ciò richiede manutenzione, ricambi ed un ciclo di supporto logistico ottimizzato. Tutte le industrie, comprese quelle nazionali, non possono che dedicare crescente attenzione a questo tema. Sono due facce di una stessa medaglia; per la Difesa significa ricercare una maggiore operatività, per l'industria trovare nuove opportunità di business a lungo termine, con flussi finanziari certi. Del resto non bisogna inventare nulla. Basta vedere quello che già si fa in molti Paesi.

D - Prevede nuove iniziative per migliorare il livello di supporto che il governo e la Difesa possono dare all'export dei prodotti nazionali? Una struttura come il vecchio DESO britannico?

R - Il nostro DESO è il Segretariato Generale, che nel corso di questi anni ha compiuto una positiva evoluzione e che ancora di più sta facendo oggi, sotto la guida del Generale De Bertolis. Abbiamo capacità di sostenere le nostre industrie e gli sforzi export in maniera decisamente superiore a quella su cui Segredifesa poteva contare anche in un passato non remoto. E intendiamo sfruttarle al meglio.

D - In questi giorni infuria la polemica sul JSF F-35. Non crede che due linee di volo combat per l'Aeronautica abbiano senso solo se il numero di F-35 sarà significativi altrimenti… State valutando opzioni alternative ? Ma come si fa a cancellare il programma dopo averci speso 2,5 miliardi di euro? Lei sarebbe favorevole ad una joint force Marina/Aeronautica per gestire questi aerei?

R - Stiamo rivedendo il programma e le conclusioni alle quali stiamo pervenendo indicano che sarà possibile realizzare una capacità operativa significativa, nonché di sostenerla nel tempo, lungo il ciclo di vita del velivolo e il tutto con un coinvolgimento ed un ritorno importante per l'industria nazionale. Se così non fosse il risultato della revisione e quindi la raccomandazione che mi appresto a fare sarebbero profondamente diversi. Per quanto riguarda il come gestire i velivoli, si tratta di realizzare una joint force composta da velivoli delle versioni sulle quali si è incentrato l'interesse dell'Italia, quindi la A e la B, una forza che abbia una reale valenza operativa, indipendentemente da chi volerà su questi aeroplani.


Pagina pubblicata il 08-03-2012