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Intervista del:

6 aprile 2009

Nazione – Carlino – Giorno

La Russa: «Accorpamenti? Piuttosto mi taglio una gamba»

Andrea Cangini

D - Ma la popolazione di Niscemi è assolutamente contraria.

R - «Va bene, sarà contraria, ma deve avere una ragione per esserlo. A me dicono che non c’è alcun rischio. Però non mi fido, ho imposto una serie di controlli anche nostri, e debbo dire che allo stato e dai documenti prodotti dai tecnici non emerge alcun pericolo per la popolazione. D’altra parte, in altri due posti dove il Muos è stato installato e sono molto più vicini ai centri abitati, non è stata segnalata alcuna pericolosità per la gente».

D - Questo radar serve anche per il progetto Ags di Sigonella, cioè per gli aerei spia che dovrebbero controllare tutto il Mediterraneo e l’Europa?

R - «Assolutamente no. Questo Muos è un sistema satellitare di comunicazioni su scala planetaria per il controllo di tutti gli assetti operativi in qualsiasi teatro. Sono tre impianti installati in tutto il mondo, quindi non è legato all’attività della base di Sigonella. Uno dei tre siti è stato localizzato a Niscemi sin dalla concezione del programma».

D - Ma quali sono state le assicurazione date dagli Stati Uniti?

R - «Leggo la nota di risposta degli Stati Uniti alla nostra richiesta di chiarimenti: “In merito all’ipotesi di pericolosità insita nel progetto statunitense per l’installazione di una parabola satellitare in UHS, si evidenzia che l’applicazione delle procedure bilaterali vigenti sono state materia di uno specifico studio”. Preciso che gli americani avevano presentato il progetto riguardante Niscemi nel 2006, durante il governo Prodi, all’approvazione della Difesa, corredato da una relazione illustrativa e dallo specifico studio dell’impatto ambientale elettromagnetico sul quale si erano espressi favorevolmente tutti i competenti organi dello Stato e della Difesa. In questo documento è scritto: “Il rischio dell’esposizione del personale, cioè di chi ci lavora, è minimo e improbabile. La distanza di sicurezza dell’emissione elettromagnetica pericolosa sarà imposta mediante una recinzione di sicurezza, per evitare che qualcuno possa avvicinarsi. La misurazione dell’inquinamento di radiofrequenza sarà eseguita non appena i sistemi saranno installati e pronti a operare”. In sostanza prima che l’impianto parta saremo noi a svolgere un ulteriore controllo. Al momento ci sono i tecnici americani che stanno lavorando in contatto con la locale Arpa per ottenere dall’amministrazione comunale di Niscemi un parere sulla questione. Questa è la situazione. Quello che è importante è che, quando finiscono i lavori per l’impianto del sistema, ci sarà un’apposita commissione di collaudo che sarà chiamata a comparare le effettive emissioni elettromagnetiche – cioè quelle reali su cui non si può barare perché ci sono i macchinari di controllo – con quelle previste dallo studio di progetto, nonché la compatibilità del sistema con le leggi nazionali. In sostanza, noi abbiamo i documenti, da questi documenti risulta che quello che verrà fuori è perfetto. Ma noi non è che ci accontentiamo di questo: quando finiranno i lavori andremo a verificare con una commissione che controlla. Se non corrisponde allo “zero pericolo” che è scritto nella previsione, noi non lo facciamo partire. E io per primo sarò lì a verificare. Mai darei il via libera se ci fosse il minimo rischio».

D - A quale «segnale» sta pensando, ministro La Russa?

R - «Mi rendo conto che si tratterebbe di una scelta non facilissima. Ma un ritiro temporaneo delle nostre donne in divisa, magari fatta eccezione per chi è impegnata in compiti sanitari, potrebbe rappresentare un gesto molto significativo sul ruolo dell’universo femminile. Tutti comprenderebbero, sciiti inclusi, che le donne possono svolgere gli stessi compiti degli uomini. Sarebbe il miglior insegnamento per la popolazione afgana».

D - La decisione di Karzai non ha registrato grandi reazioni.

R - «Capisco l’opportunità legata agli equilibri e alla realpolitik. Ma noi siamo impegnati in quella terra per due ragioni. La lotta al terrorismo internazionale, per evitare che coinvolga direttamente casa nostra. E per garantire alle popolazioni margini più ampi di libertà, pur nel rispetto di tradizioni e fedi, senza voler imporre modelli occidentali. Ma questa legge è un passo indietro rispetto alla modernizzazione realizzata da Karzai. E stride con le ragioni morali che, come quelle militari, giustificano la nostra presenza».

D - «Il manifesto», con un articolo di Giuliana Sgrena, ha titolato: questa legge è peggio di quelle dei Talebani.

R - «Non è così, perché la norma ha dei confini precisi e non è lasciata alla sola interpretazione tribale o degli esponenti religiosi. Ma ciò non giustifica la regressione, pur tenendo conto che la disposizione potrebbe trovare il consenso di alcune donne sciite afghane a causa della fede. Resta il fatto che la legge contraddice il senso della nostra presenza. Il temporaneo ritiro delle nostre donne in divisa potrebbe essere utile per riaffermare la nostra gratitudine verso di loro ma anche, insisto, per far comprendere ai dirigenti e ai cittadini afghani che uomini e donne dei nostri contingenti hanno pari diritti e doveri. E che anzi solo la presenza delle donne rende possibile, in alcune situazioni, il contatto col mondo femminile locale e il personale sanitario».

D - Proporrà ai Paesi Nato di inviare lo stesso «segnale»?

R - «Per la verità non ne ho ancora parlato nemmeno con lo stesso presidente del Consiglio né con collega Frattini. Non ho la presunzione di indicare una via ai Paesi Nato. Ma credo che un esempio concreto potrebbe valere più di tante proposte».

D - Non crede che il gesto di Karzai sia legato alla ricerca di consenso in vista delle elezioni presidenziali di agosto?

R - «Magari è così. E Karzai resta un modernizzatore che tiene conto della tradizione. Ma quella norma è troppo stridente col senso della nostra missione per restare in silenzio».

D - Ministro La Russa, la crisi avanza e per risparmiare c’è chi propone di accorpare polizia e carabinieri.

R - «Piuttosto mi taglio una gamba. Per quanto riguarda l’ordine pubblico, la gestione delle due forze è già unica e compete al ministero dell’Interno, ma pensare di accorparle sarebbe tanto sbagliato quanto irrealistico».

D - Senz’alto irrealistico, ma perché sbagliato?

R - «Lei lo sa a che velocità viaggia una colonna militare»?

D - No.

R - «Alla velocità del mezzo più lento».

D - Questo per dire che...

R - «Per dire che quando si mettono insieme due cose diverse si finisce sempre per livellarle verso il basso. Insomma, a nessuno verrebbe mai in mente di unificare Ferrari e Fiat».

D - Dove la Ferrari, naturalmente, sono i carabinieri.

R - «Io ho davvero grande stima e rispetto per la polizia, dove esistono professionalità e organismi di primissimo livello, ma noto anche che lo status militare è all’origine dell’incondizionata stima internazionale di cui godono i nostri carabinieri».

D - Il ministro Maroni dice però che due forze di polizia impegnate nelle stesse zone con i medesimi compiti «portano a diseconomie che vanno superate».

R - «Maroni ha ragione, la sovrapposizione non deve essere eccessiva e il ministero dell’Interno ha senz’altro a disposizione tutti gli strumenti necessari per una razionalizzazione. Che è cosa diversa da una rivoluzione».

D - Affidare alla sola polizia il controllo dei grandi centri urbani sarebbe “rivoluzionario”?

R - «Si, e non sarebbe neanche utile: nell’immediato aumenterebbero i costi, senza un corrispettivo in termini di efficienza. Detto ciò».

D - Detto ciò?

R - «Va aggiunto che spesso l’allocazione delle forze di polizia non risponde ad esigenze di ordine pubblico».

D - Bensì?

R - «Bensì a logiche sindacali, che tendono a privilegiare l’interesse del singolo funzionario rispetto a quello della collettività. Fortunatamente, lo status miliare dei carabinieri li tiene lontani da simili eccessi ed evita anche l’inutile e dannoso moltiplicarsi delle sigle sindacali tipico invece della polizia».

D - Capita a volte di vedere un commissariato di polizia e una stazione dei carabinieri lungo la stessa via. Che senso ha?

R - «Le ripeto, se ci sono duplicazioni inutili il Viminale le correggerà senz’altro. Ma senza esagerare. Come ministro della Difesa sono ad esempio impegnato nella razionalizzazione dei centri di spesa delle quattro Forze Armate, ma non per questo mi sogno di unificarle in un’unica forza».

D - Un’inchiesta dell’Eurispes dice che, rispetto alla popolazione, gli addetti all’ordine pubblico in Italia sono il doppio di Francia e Regno Unito.

R - «Non è vero: è che loro calcolano anche la forestale, la polizia penitenziaria, la finanza. In realtà, contando solo poliziotti e carabinieri, siamo nella media europea».

D - Ma allora che bisogno abbiamo di utilizzare l’esercito e le ronde per il controllo delle città?

R - «Perché manca la gente da mandare in strada. Vede, negli altri paesi europei molti servizi che noi affidiamo a poliziotti e carabinieri sono svolti da civili».

D - E non è meglio?

R - «Guardi che i civili costano molto di più. Il capo dei civili delle Forze Armate prende circa 300 mila euro l’anno, cifra che un generale dei carabinieri si sogna».

D - Attorno ai palazzi romani della politica è tutto un fiorire di garitte di carabinieri e polizia. E si vedono anche uomini di scorta e mogli di politici con le buste della spesa.

R - «Si, d’accordo, capisco l’obiezione: negli anni si è in effetti ecceduto con le presenze simboliche e con le scorte intese come status simbol. Ma rispetto ai numeri complessivi parliamo di poca cosa. Personalmente, come ministro avevo diritto a 10 carabinieri di scorta, ho protestato ritenendoli troppi, me ne hanno dati 5, ma quando ne ho chiesti solo due mi hanno risposto che non era possibile. Ragioni di sicurezza, hanno detto. Amen».


Pagina pubblicata il 05-03-2011