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Intervista del:

17 aprile 2009

Il Mondo

Due forze, un Paese. Ma con più sinergie

Daniela Stigliano

«E allora, perché non far diventare tutti carabinieri?». Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, non rinuncia al suo stile ironico e provocatorio. Neppure quando si tratta di quell'ipotesi di unificazione tra forze di pubblica sicurezza, ovvero polizia e carabinieri, su cui il suo no è secco e deciso. Tutti carabinieri, allora? «Sia ben chiaro: chiunque lo dicesse, direbbe una sciocchezza», precisa per non lasciare adito a dubbi. «Così come arrivare a un unico corpo demilitarizzato significherebbe distruggere un modello di eccellenza tutto italiano che all'estero ci invidiano». In questa intervista al Mondo, però, La Russa ammette che bisogna fare di più, in termini di coordinamento, di eliminazione di duplicazioni, di ricerca di sinergie e di abbattimento dei costi. Ma allo stesso tempo difende la scelta di mandare l'esercito nelle strade, e pure l’istituzione delle ronde. Anche se, dice, in tempi di crisi l’insicurezza e la paura a cui dare risposte è soprattutto quella di restare senza lavoro.

D - Ma la popolazione di Niscemi è assolutamente contraria.

R - «Va bene, sarà contraria, ma deve avere una ragione per esserlo. A me dicono che non c’è alcun rischio. Però non mi fido, ho imposto una serie di controlli anche nostri, e debbo dire che allo stato e dai documenti prodotti dai tecnici non emerge alcun pericolo per la popolazione. D’altra parte, in altri due posti dove il Muos è stato installato e sono molto più vicini ai centri abitati, non è stata segnalata alcuna pericolosità per la gente».

D - Questo radar serve anche per il progetto Ags di Sigonella, cioè per gli aerei spia che dovrebbero controllare tutto il Mediterraneo e l’Europa?

R - «Assolutamente no. Questo Muos è un sistema satellitare di comunicazioni su scala planetaria per il controllo di tutti gli assetti operativi in qualsiasi teatro. Sono tre impianti installati in tutto il mondo, quindi non è legato all’attività della base di Sigonella. Uno dei tre siti è stato localizzato a Niscemi sin dalla concezione del programma».

D - Ma quali sono state le assicurazione date dagli Stati Uniti?

R - «Leggo la nota di risposta degli Stati Uniti alla nostra richiesta di chiarimenti: “In merito all’ipotesi di pericolosità insita nel progetto statunitense per l’installazione di una parabola satellitare in UHS, si evidenzia che l’applicazione delle procedure bilaterali vigenti sono state materia di uno specifico studio”. Preciso che gli americani avevano presentato il progetto riguardante Niscemi nel 2006, durante il governo Prodi, all’approvazione della Difesa, corredato da una relazione illustrativa e dallo specifico studio dell’impatto ambientale elettromagnetico sul quale si erano espressi favorevolmente tutti i competenti organi dello Stato e della Difesa. In questo documento è scritto: “Il rischio dell’esposizione del personale, cioè di chi ci lavora, è minimo e improbabile. La distanza di sicurezza dell’emissione elettromagnetica pericolosa sarà imposta mediante una recinzione di sicurezza, per evitare che qualcuno possa avvicinarsi. La misurazione dell’inquinamento di radiofrequenza sarà eseguita non appena i sistemi saranno installati e pronti a operare”. In sostanza prima che l’impianto parta saremo noi a svolgere un ulteriore controllo. Al momento ci sono i tecnici americani che stanno lavorando in contatto con la locale Arpa per ottenere dall’amministrazione comunale di Niscemi un parere sulla questione. Questa è la situazione. Quello che è importante è che, quando finiscono i lavori per l’impianto del sistema, ci sarà un’apposita commissione di collaudo che sarà chiamata a comparare le effettive emissioni elettromagnetiche – cioè quelle reali su cui non si può barare perché ci sono i macchinari di controllo – con quelle previste dallo studio di progetto, nonché la compatibilità del sistema con le leggi nazionali. In sostanza, noi abbiamo i documenti, da questi documenti risulta che quello che verrà fuori è perfetto. Ma noi non è che ci accontentiamo di questo: quando finiranno i lavori andremo a verificare con una commissione che controlla. Se non corrisponde allo “zero pericolo” che è scritto nella previsione, noi non lo facciamo partire. E io per primo sarò lì a verificare. Mai darei il via libera se ci fosse il minimo rischio».

D - A quale «segnale» sta pensando, ministro La Russa?

R - «Mi rendo conto che si tratterebbe di una scelta non facilissima. Ma un ritiro temporaneo delle nostre donne in divisa, magari fatta eccezione per chi è impegnata in compiti sanitari, potrebbe rappresentare un gesto molto significativo sul ruolo dell’universo femminile. Tutti comprenderebbero, sciiti inclusi, che le donne possono svolgere gli stessi compiti degli uomini. Sarebbe il miglior insegnamento per la popolazione afgana».

D - La decisione di Karzai non ha registrato grandi reazioni.

R - «Capisco l’opportunità legata agli equilibri e alla realpolitik. Ma noi siamo impegnati in quella terra per due ragioni. La lotta al terrorismo internazionale, per evitare che coinvolga direttamente casa nostra. E per garantire alle popolazioni margini più ampi di libertà, pur nel rispetto di tradizioni e fedi, senza voler imporre modelli occidentali. Ma questa legge è un passo indietro rispetto alla modernizzazione realizzata da Karzai. E stride con le ragioni morali che, come quelle militari, giustificano la nostra presenza».

D - «Il manifesto», con un articolo di Giuliana Sgrena, ha titolato: questa legge è peggio di quelle dei Talebani.

R - «Non è così, perché la norma ha dei confini precisi e non è lasciata alla sola interpretazione tribale o degli esponenti religiosi. Ma ciò non giustifica la regressione, pur tenendo conto che la disposizione potrebbe trovare il consenso di alcune donne sciite afghane a causa della fede. Resta il fatto che la legge contraddice il senso della nostra presenza. Il temporaneo ritiro delle nostre donne in divisa potrebbe essere utile per riaffermare la nostra gratitudine verso di loro ma anche, insisto, per far comprendere ai dirigenti e ai cittadini afghani che uomini e donne dei nostri contingenti hanno pari diritti e doveri. E che anzi solo la presenza delle donne rende possibile, in alcune situazioni, il contatto col mondo femminile locale e il personale sanitario».

D - Proporrà ai Paesi Nato di inviare lo stesso «segnale»?

R - «Per la verità non ne ho ancora parlato nemmeno con lo stesso presidente del Consiglio né con collega Frattini. Non ho la presunzione di indicare una via ai Paesi Nato. Ma credo che un esempio concreto potrebbe valere più di tante proposte».

D - Non crede che il gesto di Karzai sia legato alla ricerca di consenso in vista delle elezioni presidenziali di agosto?

R - «Magari è così. E Karzai resta un modernizzatore che tiene conto della tradizione. Ma quella norma è troppo stridente col senso della nostra missione per restare in silenzio».

D - Ministro La Russa, la crisi avanza e per risparmiare c’è chi propone di accorpare polizia e carabinieri.

R - «Piuttosto mi taglio una gamba. Per quanto riguarda l’ordine pubblico, la gestione delle due forze è già unica e compete al ministero dell’Interno, ma pensare di accorparle sarebbe tanto sbagliato quanto irrealistico».

D - Senz’alto irrealistico, ma perché sbagliato?

R - «Lei lo sa a che velocità viaggia una colonna militare»?

D - No.

R - «Alla velocità del mezzo più lento».

D - Questo per dire che...

R - «Per dire che quando si mettono insieme due cose diverse si finisce sempre per livellarle verso il basso. Insomma, a nessuno verrebbe mai in mente di unificare Ferrari e Fiat».

D - Dove la Ferrari, naturalmente, sono i carabinieri.

R - «Io ho davvero grande stima e rispetto per la polizia, dove esistono professionalità e organismi di primissimo livello, ma noto anche che lo status militare è all’origine dell’incondizionata stima internazionale di cui godono i nostri carabinieri».

D - Il ministro Maroni dice però che due forze di polizia impegnate nelle stesse zone con i medesimi compiti «portano a diseconomie che vanno superate».

R - «Maroni ha ragione, la sovrapposizione non deve essere eccessiva e il ministero dell’Interno ha senz’altro a disposizione tutti gli strumenti necessari per una razionalizzazione. Che è cosa diversa da una rivoluzione».

D - Affidare alla sola polizia il controllo dei grandi centri urbani sarebbe “rivoluzionario”?

R - «Si, e non sarebbe neanche utile: nell’immediato aumenterebbero i costi, senza un corrispettivo in termini di efficienza. Detto ciò».

D - Detto ciò?

R - «Va aggiunto che spesso l’allocazione delle forze di polizia non risponde ad esigenze di ordine pubblico».

D - Bensì?

R - «Bensì a logiche sindacali, che tendono a privilegiare l’interesse del singolo funzionario rispetto a quello della collettività. Fortunatamente, lo status miliare dei carabinieri li tiene lontani da simili eccessi ed evita anche l’inutile e dannoso moltiplicarsi delle sigle sindacali tipico invece della polizia».

D - Capita a volte di vedere un commissariato di polizia e una stazione dei carabinieri lungo la stessa via. Che senso ha?

R - «Le ripeto, se ci sono duplicazioni inutili il Viminale le correggerà senz’altro. Ma senza esagerare. Come ministro della Difesa sono ad esempio impegnato nella razionalizzazione dei centri di spesa delle quattro Forze Armate, ma non per questo mi sogno di unificarle in un’unica forza».

D - Un’inchiesta dell’Eurispes dice che, rispetto alla popolazione, gli addetti all’ordine pubblico in Italia sono il doppio di Francia e Regno Unito.

R - «Non è vero: è che loro calcolano anche la forestale, la polizia penitenziaria, la finanza. In realtà, contando solo poliziotti e carabinieri, siamo nella media europea».

D - Ma allora che bisogno abbiamo di utilizzare l’esercito e le ronde per il controllo delle città?

R - «Perché manca la gente da mandare in strada. Vede, negli altri paesi europei molti servizi che noi affidiamo a poliziotti e carabinieri sono svolti da civili».

D - E non è meglio?

R - «Guardi che i civili costano molto di più. Il capo dei civili delle Forze Armate prende circa 300 mila euro l’anno, cifra che un generale dei carabinieri si sogna».

D - Attorno ai palazzi romani della politica è tutto un fiorire di garitte di carabinieri e polizia. E si vedono anche uomini di scorta e mogli di politici con le buste della spesa.

R - «Si, d’accordo, capisco l’obiezione: negli anni si è in effetti ecceduto con le presenze simboliche e con le scorte intese come status simbol. Ma rispetto ai numeri complessivi parliamo di poca cosa. Personalmente, come ministro avevo diritto a 10 carabinieri di scorta, ho protestato ritenendoli troppi, me ne hanno dati 5, ma quando ne ho chiesti solo due mi hanno risposto che non era possibile. Ragioni di sicurezza, hanno detto. Amen».

D - Ministro La Russa, ha sentito gli attacchi a Gianfranco Fini che arrivano dall’Udc? Cesa ne chiede addirittura le dimissione, Casini benedice, lei cosa risponde?

R - «Che Cesa e l’Udc mi fanno venire in mente la favola di Esopo, sa quella della volpe e l’uva? Ecco: Casini è la volpe e noi che veniamo da An siamo l’uva».

D - In che senso?

R - «Nel senso che mi pare che abbiano il dente avvelenato con noi e questi attacchi lo dimostrano. Probabilmente rimpiangono di non essere al nostro posto. In ogni caso, Cesa non è nuovo a queste uscite, fuori tempo e fuori luogo. Basta citare la sua frase famosa che alla vigilia delle elezioni fu la goccia che fece traboccare il vaso dell’alleanza con loro. Ricorda? Disse che la legge li obbligava a indicare Berlusconi come leader, ma che non lo avrebbero mai proposto come premier nelle consultazioni col Capo dello Stato. Volevano allearsi nelle urne per lucrare voti e poi tenersi le mani libere dopo. L’alleanza finì. La sortita contro Fini è ancora più ingiustificata».

D - Gli rimproverano di fare «battaglie di parte».

R - «In realtà, gli si imputa puramente e semplicemente di avere delle idee. E meno male che l’Udc fa finta di essere il partito che non si sottomette ai diktat ideologici! Fini può permettersi di esprimere le sue idee proprio perché parla da un soglio come quello della presidenza della Camera. In realtà, lo attaccano per mascherare il loro disagio e la mancanza di ruolo di un “centro” senza collocazione in un Paese irreversibilmente bipolare com’è ormai l’Italia. Loro sono, legittimamente per carità, contro il bipolarismo. Ma la stragrande maggioranza degli italiani non li segue: altro che “vento di centro”, il vento rischia di spazzarlo via il centro».

D - Il suo collega, ministro Ronchi, chiede di non fare più nessuna alleanza con l’Udc, neanche a livello locale. Giusto?

R - «Sarebbe dargli troppa importanza. Capisco la logica, anche io sono irritato per quelle polemiche strumentali, ma non mi scandalizzo più di tanto: capisco il disagio di chi si ritrova all’opposizione e senza grandi spazi di manovra. Non mi pare il caso di porre veti ed escludere alleanze nelle amministrative: mai dire mai».

D - A proposito di alleati, ora che c’è il Pdl i rapporti con la Lega sono migliori o più complicati?

R - «Quelli umani sono più forti che mai. Non ho mai avuto una sintonia così forte con tanti di loro, con Maroni c’è addirittura un idillio e con Bossi c’è grande simpatia. All’ultimo discorso, a casa sua, se n’è uscito dicendo a Berlusconi: “La Russa prima o poi verrà con noi nella Lega!”».

D - E Berlusconi si è preoccupato?

R - «Macché. Ha risposto: “Se vuoi te lo diamo anche subito…”».

D - Umanamente rose e fiori. Ma politicamente è più complicata, soprattutto al Nord: non c’è un rischio di competizione elettorale tra Pdl e Lega?

R - «E infatti vorrei lanciare due appelli. Il primo agli amici della Lega: al Nord dobbiamo attrezzarci da subito per far sì che la competizione sia fuori e non dentro il recinto dei voti di centrodestra. Non attardiamoci in concorrenze tra noi, guardiamo ai voti nuovi che possono venire da un’opposizione in difficoltà».

D - E il secondo appello?

R - «Agli ex elettori di An che, alle politiche, non hanno trovato il loro simbolo sulla scheda e si sono rivolti in percentuale non marginale anche alla Lega: è ora di tornare a casa. Ora il Pdl c’è ed è un sicuro punto di approdo, con una forte identità e con parole d’ordine chiare sulla sicurezza e sull’immigrazione. Sia pur sempre con attenzione alle questioni dell’integrazione e delle garanzie».

D - Lei parla di opposizione in difficoltà. Cosa pensa della nuova gestione Franceschini nel Pd?

R - «Che purtroppo la novità c’è, ma non mi pare positiva. A Walter Veltroni va riconosciuto il merito di aver lanciato una grande sfida per la modernizzazione politica di questo Paese. Ora invece mi pare che si stia tornando indietro, riscoprendo tutte le vecchie armi dell’antiberlusconismo, i richiami della foresta della vecchia sinistra. Il Circo Massimo della Cgil più che una manifestazione sindacale sembrava un amarcord, una riunione di vetero marxisti. C’erano tutti, da Bertinotti a Ferro a Di Pietro».

D - Ma c’era anche Franceschini.

R - «Appunto. Io capisco che debba da una parte cercare di frenare l’emorragia di voti a sinistra e, dall’altra, farsi perdonare di essere un ex democristiano alla guida dei post Ds. Ma non mi pare una bella novità per l’Italia».

D - Ministro La Russa, lei era al vertice Nato. Ci racconta com’è andata la storia della telefonata di Berlusconi?

R - «Che sono state date versioni semplicistiche, magari non in malafede ma superficiali, di quell’episodio. La verità è che Berlusconi si è lanciato a capofitto, fin dal primo momento e a costo anche di rinunciare alla passerella con i leader mondiali, nel tentativo di convincere la Turchia a togliere il veto su Rassmussen. E di evitare che il vertice si trasformasse in un mezzo insuccesso. C’è riuscito, discutendo con Erdogan e ha ricevuto i ringraziamenti ufficiali del presidente turco Gul».

D - Il premier si è molto irritato per come i mass media hanno riportato la vicenda…

R - «Berlusconi se la prende a parole, ma poi sa anche lui che beccarsi qualche sfottò è il destino dei grandi. E i suoi modi a volte si prestano: prenda l’urlo con Obama e la regina, per esempio. Certo, ha fatto sorridere anche me. Ma dietro c’era la volontà, riuscita, di essere l’uomo di mediazione tra le due ex superpotenze, Usa e Russia, che si erano allontanate. E quella foto con Obama e Medvedev valeva più di mille parole. La presa in giro è lecita, per carità: io sono spesso bersaglio della satira e me ne faccio un vanto. Il problema è che accanto agli sfottò non c‘è lo sforzo, da parte dei media italiani, di far capire anche i successi politici».

D - A Strasburgo si è parlato anche di Afghanistan: come cambia l’impegno italiano?

R - «Ci sarà, da parte degli Stati Uniti, uno sforzo senza precedenti per consolidare la situazione in Afghanistan. E lo si può fare solo aumentando la presenza militare. L’Italia deve fare la sua parte: abbiamo sfondato il tetto dei 3mila soldati, arriveremo a circa 3.300. La strategia di Obama, che in fondo è la stessa dell’ultima fase di Bush tant’è che il segretario alla Difesa Gates è rimasto, prevede che l’Afghanistan si doti di una sua forza militare e di polizia e autonoma. E rafforzi l’autorevolezza del governo».

D - Lei è stato tra i primi a chiedere un’azione contro la nuova legge afghana che legittima lo stupro.

R - «Si, l’ho richiesta per primo nel vertice dei ministri della Difesa e in molti l’hanno rilanciata. Ora rilancio anch’io: entro Pasqua decideremo il ritiro simbolico di tutti i soldati donna dell’Afghanistan, per invitare Karzai a ripensarci».

D - What do you believe will be most important outcome of the NATO Summit of Heads of State and Government?

R - I believe that the next NATO summit will be a historic moment, for the Alliance as well as the states across the North Atlantic. We celebrated the fiftieth anniversary of the Atlantic Alliance, in 1999, while involved in a serious crisis, namely the conflict in the Balkans. Ten years since then, the strategic landscape in the Balkans seems substantially different: it is more stable and several states of the region are either part or in the process of joining the Alliance. On the other hand, NATO members and partner countries are deeply involved in a new endeavour, in Afghanistan. Definitely, in the next summit the Heads of State and Government will solemnly reaffirm their commitment to the political and moral values of solidarity among allies, those values that made the Alliance strong enough to survive during the Cold War, and to remain the pillar of the collective security of our countries after that.

D - In your opinion, what does NATO offer to global security?

R - The Atlantic Alliance is the single most important element of stability for the system of international relations in our hemisphere. The reasons for this are the same of sixty years ago. The Alliance provides the political and military guarantees to its members, under the principle of collective security. It links the security of Europe to the security of North America, affirming the inseparability of the security strategies across the Atlantic. And it provides a forum for open consultation on security issues, where each member can affirm its peculiarities, while looking for an harmonization with the priorities of the other members. I believe that NATO could be a model also for other regional organizations, focused both on the security or on other strategically important issues.

D - What do the 60 years of NATO signal for the future?

R - Sixty years is a long period for an international organization, if we look at it in historical terms. And it is even more significant when we consider how many countries are represented in NATO, and how many important challengers, it is facing at the same time. These six decades of peace for our countries are the outstanding evidence of the usefulness of NATO and of its political strength, founded on its consensus-based decision-making process. Since its conception, the Atlantic Alliance was based on sound values; it is our duty to preserve and further these values for the future.

D - Ministro, ogni anno il bilancio dello Stato taglia le risorse per la pubblica sicurezza, eppure continuano a esistere due forze distinte e con caratteristiche di base differenti: i carabinieri, che sono militari, e la polizia, da anni e anni demilitarizzata. Due forze che costano molto, troppo. Che senso ha?

R - «Quando si parla di sicurezza è giusto tenere conto del fattore economico, ma non c’è solo questo. E tra l’altro questa suggestione di unire carabinieri e polizia che periodicamente si affaccia anche dal punto di vista economico sarebbe un bagno di sangue. Mettere tutti insieme sarebbe un aumento di costi, perlomeno nel breve-medio termine. Per fortuna, oggi non è un’ipotesi realistica e possibile. C’è stato un momento in cui si sarebbe potuto fare, ovvero quando erano entrambi corpi militarizzati. Allora, una delle due forze ha scelto di smilitarizzarsi, e io l’ho trovato giusto socialmente, politicamente, per il momento storico che si viveva. Una forza dunque è andata seguendo i tempi. L’altra ha scelto di avere la parte di chi si occupa della sicurezza militarizzata. Oggi sono una risorsa e non uno spreco perché hanno entrambe carattere, tradizioni e pregi differenti. Non fa riflettere il fatto che, in base a un ultimo sondaggio sul gradimento delle istituzioni, al primo posto ci sono proprio polizia e carabinieri? Le strutture se unificate perderebbero di identità. Senza considerare che un corpo militare costituisce un enorme vantaggio in termini di efficienza e di capacità: non è un caso se dai carabinieri passano il 74.7% delle denunce, il 53.9% degli arresti e il 60% dei servizi di pattuglia».

D - Vuol dire che i carabinieri sono più bravi dei poliziotti?

R - «Io sono sempre stato il primo difensore dei ragazzi e delle ragazze della polizia. Anche a livello professionale. Ma il rapporto che i carabinieri hanno con il tipo di organizzazione basato sulla gerarchia militare comporta la possibilità di un’utilizzazione più ampia. I carabinieri ricevono grandi elogi da parte dei Paesi esteri per la loro capacità, proprio perché sono insieme militari e forza di polizia. E la duplicità di avere una forza di polizia militare accanto alla polizia è un modello che sta vincendo nel mondo. Ma è tipicamente italiano distruggere modelli riconosciuti per eccellenza. E allora, perché non dire: facciamo diventare tutti carabinieri? Chi lo dicesse, però, direbbe una sciocchezza».

D - In Francia, però, hanno appena rinunciato a questa duplicità, e stanno unendo polizia e gendarmeria. Anche con l’obiettivo di ridurre i costi.

R - «In Francia l’hanno fatto forse perché non avevano, come in Italia, da anni una legge di coordinamento delle forze di pubblica sicurezza. Da noi sono già tutti sotto il ministero degli Interni. E nessuno ha mai messo in dubbio il potere di indirizzo del Viminale. Che ha a disposizione una forza di 215 mila unità, paragonabili a Francia e Spagna se rapportati alla popolazione. Ecco perché la richiesta di unificazione ha una logica solo e soltanto sindacale».

D - L’esigenza di risparmi e di razionalizzazioni non è solo una richiesta che arriva dai sindacati. Tutte le commissioni parlamentari e ministeriali che hanno affrontato il tema negli ultimi anni,con governi di centrodestra e di centrosinistra, sono arrivati alla medesima conclusione: gli spazi per ampi risparmi esistono e passano tutti come minimo da un reale coordinamento delle forze in campo…

R - «Certo, si può fare di più. Le centrali operative sono già di fatto unificate nelle principali città, ma ancora non altrove. Qualche duplicazione c’è stata per motivi di comodità, di logistica, forse anche per una sorta di competizione. Ecco: bisogna eliminare tutte le duplicazioni, andare verso forme di sinergia, accentuare il coordinamento, abbattere i costi, mantenere il senso del servizio. Senza, però, inseguire la chimera del vantaggio economico di un’unificazione dei due corpi che finirebbe per distruggere un’eccellenza tutta italiana».

D - Anche lei ammette la necessità di razionalizzazione e di maggior coordinamento, però poi nelle strade arrivano anche i militari. Sempre con compiti di pubblica sicurezza. Non si rischia di complicare le cose e confondere ancora di più i cittadini?

R - «Dei 3 mila militari che ho inviato, solo mille sono stati impiegati nel pattugliamento e altri per sostituire chi è andato altrove per operare sul controllo del territorio. La vera novità è stata la modalità del loro impiego: per la prima volta in molte zone delle città si vedevano uomini pattugliare a piedi, soprattutto nelle ore serali. Una modalità che non è praticata neanche tra i carabinieri. L’ho introdotta io ma è stato possibile, appunto, perché c’erano i militari».

D - E infine ci sono le ronde. Lei non è sembrato fra i più entusiasti dell’operazione.

R - «Io ho sempre detto che non saranno dannose né risolutive, ma potranno dare un aiuto alle forze di pubblica sicurezza. Alle condizioni che abbiamo stabilito, però. Ovvero che siano agli ordini dei sindaci e che sia previsto pure l’intervento dei prefetti. Ma, soprattutto, che siano composte da uomini con esperienza. Su questo ci siamo trovati in sintonia con il ministro degli Interni. Perché la prima e vera sinergia deve partire dai ministri, ed è da tempo che io e Roberto Maroni andiamo molto d’accordo».

D - Con tutti questi uomini in giro, non esiste il rischio di indurre insicurezza, proprio quando la realtà dei dati mostra i reati in diminuzione?

R - «È vero, i dati sui reati sono in calo. Aumenta, però, il tipo di reati che fa salire l’allarme sociale: la rapina in villa fa più paura di una rapina in banca. Si è moltiplicato un tipo di reati da strada, a volte legati a criminalità, e al Sud a eccesso di presenza di criminalità. Esiste insomma un’insicurezza avvertita che se ne infischia del numero di reati in calo. E la paura si vince solo dando risposte».

D - Questo senso di insicurezza e questa tipologia di reati sembravano figli del benessere economico. Con la crisi è cambiato qualcosa?

R - «Quando ci sono crisi economiche così profonde, è difficile immaginare punti fermi. Io credo che dobbiamo prepararci a un maggior ricorso a interventi di ordine pubblico più che di criminalità, come dimostrano gli scontri a Londra e non solo dei giorni passati».

D - In tempi di crisi la vera paura è quella di perdere il posto di lavoro, la paura della povertà. Sono sufficienti le misure anti-crisi che il governo ha messo a punto? Non pensa che bisognerebbe pensare a una protezione sociale più ampia per i lavoratori?

R - «Per la mia storia personale e politica, io sono molto sensibile a questi argomenti. Ecco perché ho voluto parlare di prima persona con Silvio Berlusconi di questo problema e non ho avuto difficoltà a fargli dire quello che volevo sentirmi dire: in questo momento, possiamo permetterci anche una infrastruttura in meno ma non dobbiamo lasciare nessuno indietro».


Pagina pubblicata il 05-03-2011