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Intervista del:

4 aprile 2009

Corriere della Sera

«Via le soldatesse se resta la legge contro le donne»

Paolo Conti

Ignazio La Russa, ministro italiano della Difesa, ha appena concluso a Baden Baden un incontro bilaterale con il sottosegretario Usa alla Difesa, Michelle Flournoy, che guida la delegazione del suo dicastero al vertice Nato. Ovviamente si è parlato di Afghanistan e di impegno in quel Paese. In queste ore il ministro ha deciso di proporre un «segnale» dopo l’approvazione, da parte del presidente Karzai, della norma che di fatto consente agli uomini di fede sciita di obbligare le mogli ad avere rapporti sessuali anche contro la loro volontà, insieme ad altre disposizioni molto restrittive, come il divieto di uscire di casa senza il permesso del marito.

D - Ma la popolazione di Niscemi è assolutamente contraria.

R - «Va bene, sarà contraria, ma deve avere una ragione per esserlo. A me dicono che non c’è alcun rischio. Però non mi fido, ho imposto una serie di controlli anche nostri, e debbo dire che allo stato e dai documenti prodotti dai tecnici non emerge alcun pericolo per la popolazione. D’altra parte, in altri due posti dove il Muos è stato installato e sono molto più vicini ai centri abitati, non è stata segnalata alcuna pericolosità per la gente».

D - Questo radar serve anche per il progetto Ags di Sigonella, cioè per gli aerei spia che dovrebbero controllare tutto il Mediterraneo e l’Europa?

R - «Assolutamente no. Questo Muos è un sistema satellitare di comunicazioni su scala planetaria per il controllo di tutti gli assetti operativi in qualsiasi teatro. Sono tre impianti installati in tutto il mondo, quindi non è legato all’attività della base di Sigonella. Uno dei tre siti è stato localizzato a Niscemi sin dalla concezione del programma».

D - Ma quali sono state le assicurazione date dagli Stati Uniti?

R - «Leggo la nota di risposta degli Stati Uniti alla nostra richiesta di chiarimenti: “In merito all’ipotesi di pericolosità insita nel progetto statunitense per l’installazione di una parabola satellitare in UHS, si evidenzia che l’applicazione delle procedure bilaterali vigenti sono state materia di uno specifico studio”. Preciso che gli americani avevano presentato il progetto riguardante Niscemi nel 2006, durante il governo Prodi, all’approvazione della Difesa, corredato da una relazione illustrativa e dallo specifico studio dell’impatto ambientale elettromagnetico sul quale si erano espressi favorevolmente tutti i competenti organi dello Stato e della Difesa. In questo documento è scritto: “Il rischio dell’esposizione del personale, cioè di chi ci lavora, è minimo e improbabile. La distanza di sicurezza dell’emissione elettromagnetica pericolosa sarà imposta mediante una recinzione di sicurezza, per evitare che qualcuno possa avvicinarsi. La misurazione dell’inquinamento di radiofrequenza sarà eseguita non appena i sistemi saranno installati e pronti a operare”. In sostanza prima che l’impianto parta saremo noi a svolgere un ulteriore controllo. Al momento ci sono i tecnici americani che stanno lavorando in contatto con la locale Arpa per ottenere dall’amministrazione comunale di Niscemi un parere sulla questione. Questa è la situazione. Quello che è importante è che, quando finiscono i lavori per l’impianto del sistema, ci sarà un’apposita commissione di collaudo che sarà chiamata a comparare le effettive emissioni elettromagnetiche – cioè quelle reali su cui non si può barare perché ci sono i macchinari di controllo – con quelle previste dallo studio di progetto, nonché la compatibilità del sistema con le leggi nazionali. In sostanza, noi abbiamo i documenti, da questi documenti risulta che quello che verrà fuori è perfetto. Ma noi non è che ci accontentiamo di questo: quando finiranno i lavori andremo a verificare con una commissione che controlla. Se non corrisponde allo “zero pericolo” che è scritto nella previsione, noi non lo facciamo partire. E io per primo sarò lì a verificare. Mai darei il via libera se ci fosse il minimo rischio».

D - A quale «segnale» sta pensando, ministro La Russa?

R - «Mi rendo conto che si tratterebbe di una scelta non facilissima. Ma un ritiro temporaneo delle nostre donne in divisa, magari fatta eccezione per chi è impegnata in compiti sanitari, potrebbe rappresentare un gesto molto significativo sul ruolo dell’universo femminile. Tutti comprenderebbero, sciiti inclusi, che le donne possono svolgere gli stessi compiti degli uomini. Sarebbe il miglior insegnamento per la popolazione afgana».

D - La decisione di Karzai non ha registrato grandi reazioni.

R - «Capisco l’opportunità legata agli equilibri e alla realpolitik. Ma noi siamo impegnati in quella terra per due ragioni. La lotta al terrorismo internazionale, per evitare che coinvolga direttamente casa nostra. E per garantire alle popolazioni margini più ampi di libertà, pur nel rispetto di tradizioni e fedi, senza voler imporre modelli occidentali. Ma questa legge è un passo indietro rispetto alla modernizzazione realizzata da Karzai. E stride con le ragioni morali che, come quelle militari, giustificano la nostra presenza».

D - «Il manifesto», con un articolo di Giuliana Sgrena, ha titolato: questa legge è peggio di quelle dei Talebani.

R - «Non è così, perché la norma ha dei confini precisi e non è lasciata alla sola interpretazione tribale o degli esponenti religiosi. Ma ciò non giustifica la regressione, pur tenendo conto che la disposizione potrebbe trovare il consenso di alcune donne sciite afghane a causa della fede. Resta il fatto che la legge contraddice il senso della nostra presenza. Il temporaneo ritiro delle nostre donne in divisa potrebbe essere utile per riaffermare la nostra gratitudine verso di loro ma anche, insisto, per far comprendere ai dirigenti e ai cittadini afghani che uomini e donne dei nostri contingenti hanno pari diritti e doveri. E che anzi solo la presenza delle donne rende possibile, in alcune situazioni, il contatto col mondo femminile locale e il personale sanitario».

D - Proporrà ai Paesi Nato di inviare lo stesso «segnale»?

R - «Per la verità non ne ho ancora parlato nemmeno con lo stesso presidente del Consiglio né con collega Frattini. Non ho la presunzione di indicare una via ai Paesi Nato. Ma credo che un esempio concreto potrebbe valere più di tante proposte».

D - Non crede che il gesto di Karzai sia legato alla ricerca di consenso in vista delle elezioni presidenziali di agosto?

R - «Magari è così. E Karzai resta un modernizzatore che tiene conto della tradizione. Ma quella norma è troppo stridente col senso della nostra missione per restare in silenzio».


Pagina pubblicata il 05-03-2011