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Intervista del:

7 dicembre 2000

Oggi

Esercito di professionisti, soldati in gonnella, "armata" europea: il Ministro della Difesa Sergio Mattarella spiega la sua rivoluzione

Francesco Palladino

D - C'è davvero pericolo?

R - «Guardi, cominciamo con il dire che non c'è nessuno più interessato di me e dei vertici della Difesa a garantire la salute e la sicurezza in cui operano i nostri militari. Proprio per questa ragione non si è sottovalutata e non si intende sottovalutare nulla. Nemmeno l'ipotesi più remota».

D - E quindi?

R - «Quindi, con l'intento di tranquillizzare sia chiaro, e certo non di allarmare inutilmente migliaia di cittadini e di famiglie, ho deciso di istituire una commissione scientifica che in tempi brevi esprima un parere sulla questione. Ne verranno chiamati a far parte esponenti della scienza medica e non solo. Avranno il compito di dare una valutazione in tempi rapidi su tutti gli aspetti».

D - Vi affidate insomma a una autorità terza?

R - «Non mi piace questa definizione. Non c'è nessuna terzietà da richiamare. Nessuno più delle Forze armate è interessato alla verità. La commissione servirà ad accertare, fare verifiche, dare un parere. Non ce ne sarebbe bisogno. Penso comunque che contribuirà a tranquillizzarci tutti».

D - Scusi, Ministro Mattarella, ma che cosa si è fatto finora per capire i reali rischi per la salute che corrono i soldati italiani inviati nei Balcani?

R - «Fin dal primo momento sono scattate verifiche affidate al Cisam, centro di studi per le applicazioni militari, dove ci sono esperti all'avanguardia. Allo stesso tempo si sono date istruzioni ai nostri per i comportamenti di cautela da adottare nei confronti dei rischi di qualunque genere e tra questi l'eventualità di trovarsi a contatto con proiettili all'uranio impoverito. Proiettili che non adoperiamo e che abbiamo chiesto da tempo di mettere al bando. C'è da dire che ha lavorato in Kosovo anche l'Unep, il dipartimento ambientale dell'Onu; per gennaio è atteso il loro rapporto sui rischi dell'uranio impoverito. Le prime dichiarazioni del capo missione, uno scienziato finlandese, sono assolutamente tranquillizzanti».

D - Le risulta che qualcuno dei soldati ammalati sia stato a contatto con questi proiettili speciali durante le missioni all'estero?

R - «Stiamo facendo tutte le verifiche possibili. Finora sono due i casi registrati di morti per forme leucemiche o tumorali. Casi che destano immensa tristezza, sia chiaro. Anche un singolo caso va considerato con scrupolo. Ma la prima domanda da porsi è dove questi militari hanno prestato servizio. Ebbene, uno dei due ragazzi ha prestato servizio a Sarajevo e Pale. Località bosniache dove non risulta che si sia fatto uso di quel tipo di munizioni. Anche per l'altro caso non ci sono elementi che consentano di stabilire un collegamento».

D - C'è poi un maresciallo della croce rossa.

R - «Vero. Dai rapporti risulta che questo sottufficiale è stato in Kosovo per due turni di venti giorni. Stiamo accertando dove e in quali condizioni».

D - S'è detto anche di ben dodici elicotteristi.

R - «Così ha sostenuto un'associazione privata collegata a un esponente dei Cocer che si è autodefinita Osservatorio. Se fosse vero, sarebbe un fenomeno assolutamente allarmante dato che si parla di dodici elicotteristi - che non sarebbero stati mai nei Balcani - e che si sarebbero ammalati di cancro negli ultimi mesi, quattro die quali sarebbero morti. Ai comandi e alla sanità militare, da me interpellati, però, non risulta. E' per questo che io insisto sulla necessità di andare a fondo: si dicano i nomi o almeno i reparti dove prestano servizio. Perché avrei il dovere di assumere iniziative immediate per contrastare il fenomeno e accertarne le cause. Se è falsa, si ha il dovere di tranquillizzare le molte famiglie».

D - Ma gli alleati, Ministro, sono tranquilli o vivono anche loro gli stessi allarmi?

R - «Nessun Paese ha deciso di ritirarsi dai Balcani. Se qualcuno riduce le sue forze è per motivi finanziari o perché così prevede la pianificazione. Nell'ultimo vertice tra ministri della Difesa in sede Nato, ai primi di dicembre, in cui si è parlato a lungo dei Balcani, nessuno ha sollevato il problema».

D - Quanti italiani in divisa sono stati in missione nei Balcani, Ministro?

R - «Sono cinquantamila le presenze. Ma qualcuno ha fatto due turni. Diciamo trentamila, quarantamila persone».

D - "Tanti saranno i militari, tra maschi e femmine, che difenderanno il nostro Paese dal 2007, quando la naja non esisterà più", dice il titolare del dicastero - "Si tratterà di gente specializzata e preparata anche per trovare occupazione al termine del servizio" - "Il mondo è cambiato: ora si combatte per difendere la pace".

R - "La riforma del servizio militare, con l’abolizione graduale della leva obbligatoria per i giovani e il passaggio a un esercito di professionisti volontari, “è uno straordinario frutto della pace”, dice il Ministro della Difesa Sergio Mattarella, soddisfatto per aver avviato “una svolta epocale che sarà utile per le Forze Armate, i giovani e le famiglie”. "Ormai è legge definitiva. Dopo tanto discutere in Parlamento non si può tornare indietro: fra qualche anno, dal 2007, sotto le armi ci saranno solo volontari e non giovani di leva costretti a fare la naja. Spiega Mattarella: “I nostri ragazzi, finalmente, non dovranno più dare un anno della loro vita al servizio militare, magari ritardando l’ingresso nel mondo del lavoro. E’ ormai maturato il tempo per risparmiare ai giovani questa specie di “tassa” della leva obbligatoria. Il militare lo farà chi vuole davvero farlo”. Gli ultimi ragazzi chiamati a fare la naja saranno quelli nati nel 1985. Nei prossimi sette anni di periodo transitorio, i coscritti diminuiranno costantemente e aumenterà, invece, il numero dei professionisti. Quando, nel 2007, la riforma sarà pienamente operativa i volontari saranno 190 mila, tra uomini e donne (mentre oggi le Forze Armate, tra Esercito, Aeronautica e Marina, contano 270 mila unità). Per i volontari è prevista una ferma di cinque anni, più un eventuale rinnovo biennale, per due sole volte (quindi, nove anni in tutto). Abbandonata la divisa avranno la possibilità di accedere al mondo del lavoro civile con agevolazioni, attraverso un’agenzia che sarà creata dal ministero. Stipendio: inizialmente sarà di due milioni lordi al mese.

D - Perché un esercito professionisti volontari è una scelta giusta e non un azzardo, come alcuni temono?

R - “Lo scenario mondiale è cambiato. E’ caduto il muro di Berlino è non c’è più il Patto di Varsavia. Oggi non abbiamo un nemico alle frontiere con cui confrontarci, contro il quale opporre grandi masse di soldati, per salvare la Patria e difendere i confini che nessuno mette in pericolo. Il nostro nemico è chi minaccia la pace e chi viola i diritti umani. Perciò la missione che questa storica stagione assegna alle Forze Armate è di difendere la pace e i diritti umani nel mondo, dove sono in pericolo.“Già adesso i nostri militari stanno facendo questo (nei Balcani, nel Kosovo, in Albania, in Bosnia), riscuotendo ovunque apprezzamenti e stima. Ma i nuovi compiti e le nuove missioni richiedono uno strumento militare che abbia professionalità, proiettabilità esterna, flessibilità, che non è possibile ottenere con gli uomini di leva. Il sistema, per la brevità della ferma e per le sue condizioni, non consente, infatti, un adeguato livello di operatività. Tanto che oggi è escluso, com’è giusto, l’impiego dei soldati di leva nelle missioni di pace all’estero”.Sergio Mattarella, 59 anni, sposato, tre figli nato a Palermo, deputato del partito popolare (PPI), è Ministro della Difesa dal dicembre 1999 (col Governo D’Alema due, poi confermato nell’esecutivo attuale di Giuliano Amato).

D - Lei pensa che numerosi giovani sceglieranno di diventare militari professionisti (ora sono circa 45 mila in totale, tra Esercito, Marina e Aeronautica) nei prossimi anni?

R - Credo proprio di sì e saranno incoraggiati perché fare il militare vorrà dire scegliere un impiego che piace e appassiona. Saranno ben motivati. Mentre la leva obbligatoria scoraggiava chi voleva fare la scelta del professionismo. “E’ anche importante l’aiuto che si darà ai giovani, alla fine del periodo militare, per trovare sbocchi occupazionali, nel rispetto delle esigenze degli altri. Ci sarà, infatti, una struttura dell’amministrazione della Difesa, per coordinare e promuovere l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, dopo la ferma volontaria. Non saranno abbandonati, quindi. In pratica si agevolerà il contatto tra le richieste di lavoro dei giovani che escono dall’ambiente militare e la domanda occupazionale che arriverà dalle aziende. Pensiamo che molte imprese saranno interessate ad avere come dipendenti giovani che abbiano compiuto il servizio militare e abbiano esperienza in diversi settori”.

D - Data la “fame” di lavoro che c’è al Sud, non accadrà che l’esercito di professionisti sarà formato prevalentemente dai meridionali?

R - “La verità è che proprio oggi, con la leva obbligatoria, la maggioranza dei militari sono meridionali. Al Nord, invece, i giovani fanno la domanda per il servizio civile. E’ vero che al Sud c’è più bisogno di lavoro, ma è semplicistico pensare che i volontari arriveranno in prevalenza dal meridione. Per entrare nelle Forze Armate del futuro come professionisti occorrerà avere una preparazione adeguata, saper usare moderne tecnologie. Di fatto saranno creati molti posti di lavoro, centomila, per personale qualificato. Nel 2007 non avremo certo bisogno delle truppe formate da soldati generici dell’Ottocento”.

D - Le donne militari di professione quante saranno nelle Forze Armate riformate?

R - “La normativa prevede che siano al massimo il 20 per cento del totale: 38 mila su un totale di 190 mila volontari. E’ una delle percentuali più alte nel panorama internazionale. Per l’esperienza che quest’anno abbiamo fatto nelle Accademie militari, l’ingresso delle donne sta portando effetti positivi: le ragazze che hanno fatto la scelta militare sono motivate, determinate, concentrate. Sono ragazze normali, non Rambo in gonnella”.

D - Pagare i professionisti ci costerà di più: dove troveremo i soldi? Il Generale Luigi Caligaris dice che non si può “lesinare” nelle spese per i volontari (vedi Oggi n°46).

R - "Vorrei rassicurare chi si preoccupa per la copertura finanziaria della riforma. Per il prossimo triennio abbiamo previsto mille miliardi di onere. Poi abbiamo calcolato una curva crescente di spesa lungo l’arco di venti anni, per un ammontare aggiuntivo mediamente del 4 per cento all’anno. Alla fine del periodo, nel 2020, il costo sarà di circa 1.096 miliardi all’anno, per il personale professionista. E’ una crescita finanziaria sostenibile, anche perché valutiamo che il passaggio ad una organizzazione militare oggi piuttosto ampia (270 mila unità) a uno strumento con 190 mila addetti, comporterà razionalizzazioni tali da compensare i costi più alti. La riforma porterà, infatti, spese maggiori in alcuni settori e risparmi in altri, soprattutto nelle infrastrutture: caserme, edifici militari non più necessari”.

D - Intellettuali e uomini di cultura temono i professionisti sotto le armi. Per Mario Rigoni Stern, scrittore e alpino, sarebbe stato meglio non abolire la leva obbligatoria. “Un esercito di volontari può essere un pericolo per la democrazia”, dice. Perfino Indro Montanelli è rimasto “turbato”: i professionisti presentano “un “pericolo per le istituzioni; ma va affrontato”.

R - "Accolgo con grande rispetto le idee di Rigoni Stern e di Montanelli. Ma vorrei tranquillizzarli. Non ho neppure l’ombra di una preoccupazione per l’esercito dei volontari. Non abbiamo né inventato né creato i militari professionisti con la riforma. Perché li abbiamo già in forza da tempo: i militari dello Stato Maggiore, i quadri superiori, gli ufficiali, sono in gran parte professionisti. Sono loro che hanno il potere nelle Forze Armate, non certo gli uomini della truppa. E i gradi più elevati hanno costantemente dato prova di fedeltà alle istituzioni nel nostro Paese. D’altronde in tutta Europa si sta procedendo verso la creazione di un esercito di volontari e quindi, perché le Forze Armate siano integrabili, occorre che diventino omogenee e professionali dappertutto”.

D - E il servizio civile, che tanti giovani obiettori di coscienza hanno finora svolto per non andare sotto le armi, come sarà disciplinato quando la leva non sarà più obbligatoria? Non verrà dispersa la preziosa partecipazione di decine di migliaia di giovani?

R - Anzitutto fare una distinzione tra l’obiezione di coscienza e il servizio civile. L’obiettore chiede di non fare il militare per ragioni di principio: eliminando l’obbligo di leva, diamo una risposta positiva a questa istanza. Altra cosa è il ruolo importante del servizio civile a favore delle categorie più deboli della società, che è stato alimentato non solo dagli obiettori di coscienza, ma anche da tanti giovani non di leva, che hanno scelto questo impegno verso gli altri. E’ una realtà che va sorretta, e mi auguro che il disegno di legge che disciplina in modo nuovo il servizio civile sia approvato in questa legislatura. “Proprio mentre prende avvio la riforma che porterà i professionisti nelle caserme, nasce anche la Difesa europea. Si realizza finalmente un sogno coltivato per decenni dai Paesi della comunità. Il 20 novembre l’intesa è stata siglata a Bruxelles: dal 2003 sarà operativa una euro-forza formata da 60 mila uomini immediatamente impiegabili, forniti da tutti i Paesi del Vecchio continente. Il ruolo dell’Italia sarà pari a quello degli altri grandi (Germani, Gran Bretagna, Francia): i nostri uomini saranno 19.800, dodicimila dei quali potranno essere impegnati simultaneamente nelle operazioni, arrivando fino a 14 mila, in casi particolari. Per consentire il turn over degli uomini, il Corpo d’armata europeo conterà in totale almeno 200 mila unità. “L’Italia metterà a disposizione anche mezzi e strutture: 47 aerei da combattimento e trasporto, 19 unità navali, tra cui la portaelicotteri “Garibaldi”, due motovedette. “Il Corpo d’armata Ue sarà utilizzato per interventi di difesa e mantenimento della pace, in situazioni di crisi simili a quella del Kosovo."

D - Quindi, dopo la moneta unica, che circolerà all’inizio del 2002, si è fatto un altro passo avanti verso la costruzione di un’Europa più unita sul piano politico e anche militare?

R - "E’ vero che abbiamo trasferito una quota importante di sovranità monetaria. Non abbiamo ancora costituito un vero esercito europeo, ma solo un Corpo d’armata comune dell’Europa, perché gli eserciti nazionali continueranno a esistere e operare, ovviamente. Quando si dovrà intervenire, la decisione politica sarà, però, presa dall’Europa nel suo insieme. Ciò significa che siamo già entrati in una reale comunità di Difesa. E’ molto importante e significativo che alcuni Paesi che si sono fatti la guerra nei decenni scorsi, adesso facciano invece parte di un Corpo d’armata comune. E altri Paesi, che fino a pochi anni fa appartenevano ad Alleanze contrapposte e nemiche, ora stanno con noi europei. Tutto ciò dà il senso del passo storico che si è compiuto: la nascita del Corpo d’armata rende irreversibile la scelta di non farsi mai più la guerra in Europa. E’ un sogno che si realizza, per noi e per i nostri figli”.


Pagina pubblicata il 05-03-2011