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Bandiera distintiva del Ministro della Difesa
 

Intervento del:

8 novembre 2004

Discorso del Ministro della Difesa, On. Prof. Antonio Martino, in occasione dell’Apertura dell’Anno Accademico 2004 – 2005 del CASD

Ammiraglio Di Paola, Signori Capi di Stato Maggiore, Signor Comandante Generale dei Carabinieri, Signor Segretario Generale della Difesa, Autorità, Signore e Signori,

al Generale Camporini, al corpo insegnante, al quadro permanente, al personale dell’istituto, desidero rivolgere il mio apprezzamento per l’intelligente ed intenso lavoro, grazie al quale il Centro forma gli ufficiali superiori e ne sviluppa l’attitudine al comando e le capacità manageriali indispensabili nella moderna visione degli interventi militari.
Saluto gli ufficiali frequentatori, in modo particolare gli stranieri, che ringrazio per aver scelto l’Italia come luogo di studio e di crescita umana e professionale.
L’apertura di quest’anno accademico avviene a pochi giorni di distanza da un evento d’importanza mondiale: l’elezione del Presidente degli Stati Uniti. George W. Bush è stato riconfermato alla Casa Bianca.

I fatti dell’11 settembre, l’intervento in Afghanistan e, soprattutto, la guerra all’Irak hanno condizionato profondamente i suoi primi 4 anni di presidenza.
Ora per gli Stati Uniti e per noi alleati si apre probabilmente una fase nella quale l’iniziativa politica sarà preponderante nella lotta al terrorismo; e verrà ricalibrato l’insieme delle opzioni che possono affiancare ed integrare quella strettamente militare.
Le nostre libere democrazie non sono minacciate da grandi eserciti. Il terrorismo, invece, resta il problema dei problemi. I regimi dei talebani e di Saddam, vere satrapie sanguinarie, sono stati abbattuti. Ora occorre vincere la pace, assicurando la vitalità di democrazie accettabilmente funzionanti.
Da uomini liberi, noi siamo certi che l’instaurazione, in quelle tormentate nazioni, di sistemi civili sia il miglior antidoto contro l’estremismo e, alla lunga, l’arma vincente contro il fanatismo terroristico.
La regolarità delle elezioni in due Paesi lontani e diversi, quali il Kosovo e l’Afghanistan, fa ben sperare sulla possibilità di spezzare cicli secolari di odii e violenze.
Le difficoltà da superare sono immense. Le radici della disgregazione sono talvolta ataviche. L’ordine sociale dipende spesso da un equilibrio interetnico tanto precario quanto armato.
Ma sarebbe un errore credere che il nucleo del terrorismo sia costituito dalla miseria e dall’ignoranza.
Quanti guidano l’attacco alla convivenza civile obbediscono si ad istinti criminali ed utilizzano anche manovalanza povera ed ignara, ma perseguono un disegno strategico coerente, benché ripugnante; esibiscono orgogliosamente uno smisurato complesso di superiorità; praticano con lucida perversione il disprezzo totale verso la vita e i beni altrui.
Di fronte a tale gigantesco attacco alle basi stesse della coesistenza umana, non deve venir meno l’impegno dell’Italia per la stabilizzazione dei teatri di crisi e per l’aiuto ai Paesi ove lo Stato deve essere ricostruito, nel rispetto delle culture locali, ma secondo i canoni delle società aperte e tolleranti.
L’Italia opera con intenzioni e azioni pacificatrici. In Afghanistan, Kosovo, Bosnia, Irak, le nostre truppe mantengono l’ordine, prevengono la violenza, sovvengono le popolazioni, nutrono gli affamati, curano i feriti, ripristinano i servizi essenziali, consentono l’avvio di una vita civile dove a lungo hanno infuriato guerra, odio, oppressione, carestia.
In tanti luoghi del mondo, l’Italia agisce come operatore di pace in modo concreto, realistico e fattivo; non secondo un pacifismo utopistico, astratto e autolesionistico.

Il fronte della guerra asimmetrica, che ci è stata dichiarata e siamo costretti a combattere, non corre tra Islam e Cristianità, ma tra il mondo schierato per la civile convivenza e le frange che bestemmiando il nome di Dio perseguono una strategia della sopraffazione che non individua i nemici in base al credo religioso ma alla volontà e capacità di non lasciarsi sottomettere.
Le vittime di questi assassini sono indifferentemente cristiani, ebrei, buddisti, indù, maomettani. Per questi terroristi la religione è solo la maschera dell’odio. Si servono della fede, ma mirano al potere terreno, non certo, alla redenzione celeste.
I fatti irakeni evidenziano che non è neppure facile distinguere tra bande criminali e gruppi propriamente terroristici. La contiguità delle due categorie di delinquenti aggrava le difficoltà nel controllo della situazione.
Instaurare e consolidare la democrazia in tempi brevi dove la popolazione vive sotto il ricatto del terrore, è molto problematico. Ciò logicamente induce a persistere, non certo a desistere.
I nostri sforzi tendono a sostenere la prossima conferenza sull’Irak e, poi, le elezioni che vi si terranno a breve. La presenza militare delle forze straniere è fattore indispensabile per la costituzione di un potere locale effettivo che garantisca - all’Irak come all’Afghanistan - l’indipendenza esterna e la potestà di governo interna.
Con un governo irakeno legittimo ed autorevole, dotato di sufficienti capacità militari e di polizia, valuteremo i tempi e i modi del nostro sganciamento. Non siamo in Irak per rimanervi, né a lungo né per sempre. Vi siamo andati per aiutarlo a rialzarsi, non per occuparlo.
All’indirizzo strettamente militare devono aggiungersi le misure più generali della politica di sicurezza. Mi riferisco agli accordi con la Libia per il controllo dell’immigrazione clandestina che, come ormai appurato, è fenomeno non solo infiltrato da Al Qaeda ma spesso gestito proprio dai terroristi per far entrare in Italia ed Europa persone, armi e droga, la quale costituisce un arma finanziaria dei terroristi, mettendo a loro disposizione cospicue risorse economiche.
Come ammoniva Pascal, “La giustizia senza la forza è impotente”. La vera pace è la libertà dalla paura. Debellare il terrorismo equivale quindi a difendere la pace, non a violarla.
L’Italia considera le Nazioni Unite, l’Alleanza Atlantica e l’Unione europea i cardini della propria politica di sicurezza e difesa. Tengo a ribadire che l’Italia attribuisce all’ONU una fondamentale importanza. Tuttavia pare azzardato considerare il Consiglio di Sicurezza alla stregua del tribunale supremo dell’umanità.
Un illustre commentatore politico ci ricorda che le Nazioni Unite “non sono il governo del mondo, bensì sono condannate a rimanere, anche dopo la riforma, una conferenza permanente sulle cose del mondo”.
Il rispetto dell’Italia verso le Nazioni Unite è testimoniato, tra l’altro, dal nostro costante sforzo di collocarci – anche per quanto riguarda gli impegni militari – nell’alveo delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, fino alla recente Risoluzione 1546 che delinea la cornice politica della presenza militare internazionale in Irak. Siamo anche uno dei principali contributori del peacekeeping dell’ONU.
Nelle sedi atlantiche ed europee, inoltre, continua il nostro lavoro per rafforzare la cooperazione militare e conferire concretezza alle politiche di sicurezza comuni.
L’Italia ritiene che la NATO potrebbe assumere un ruolo crescente in Irak, se così volesse il legittimo Governo che vi nascerà il prossimo gennaio. Si tratterebbe di un segnale importante di unità e di concreta manifestazione della volontà di stabilizzare l’area mediorientale.

Al tempo stesso, il nostro Paese è impegnato con convinzione nel processo di costruzione di una effettiva forza europea che dovrà essere complementare, non alternativa all’Alleanza Atlantica, la quale non merita affatto di essere sciolta “per conseguimento del fine sociale”, bensì di essere solo aggiornata, perché, non dimentichiamolo mai, è l’unica organizzazione internazionale armata di Nazioni libere ed indipendenti.
Nella riunione ministeriale informale della U.E., tenutasi a Noordwijk il 16 e 17 settembre, sono stati registrati sostanziali progressi per quanto riguarda le azioni destinate a sanare le carenze che ancora affliggono lo strumento militare europeo nel suo complesso.
L’Italia, in particolare, è impegnata nella costituzione di tre “battle groups”: in proposito, è stata firmata con l’Ungheria e la Slovenia una lettera d’intenti per la costituzione di un “battle group”, sulla base della “Multinational Land Force”, che dovrà raggiungere la piena operatività nel 2007.
Per quanto riguarda altre iniziative multinazionali che l’Italia ha allo studio, vorrei citare quella di una formazione anfibia, che potrebbe essere basata su una cooperazione già esistente da tempo.
Infine, ricordo che l’Italia ha in avanzata fase di studio la costituzione di un “battle group” interamente nazionale.
Vorrei poi accennare, con profondo compiacimento, alla firma della dichiarazione di intenti, con Francia, Portogallo, Spagna e Olanda, sul progetto di costituzione di una Gendarmeria Europea. Il progetto fu lanciato, nell’ottobre 2003, in occasione della riunione informale di Roma dei Ministri della Difesa dell’Unione Europea, nel corso della Presidenza italiana. EUROGENDFOR potrà essere impiegata, come le MSU dell’Arma dei Carabinieri, in tutte le operazioni di pace, con compiti di polizia militare, di coordinamento e cooperazione con unità di polizia locali o internazionali, di collaborazione con agenzie civili internazionali.
La forza, che sarà messa a disposizione dell’Unione Europea, ma sarà suscettibile d’impiego anche in favore dell’ONU, della NATO, dell’OSCE o di altri Organismi e coalizioni internazionali, potrà comprendere - e sono certo che comprenderà - anche contingenti di polizia militare di altri Paesi.
Infine un accenno all’Agenzia Europea di Difesa, che sta per entrare in fase operativa. Sono certo che al consenso politico finora espresso seguirà l’effettiva volontà di porre in atto tutte le azioni necessarie perché l’Agenzia produca i primi frutti e dimostri, nel più breve tempo possibile, la sua concreta utilità.
Prosegue, frattanto, la collaborazione in campo industriale. Cito, a titolo d’esempio, gli accordi raggiunti con la Francia per la progettazione e realizzazione di una fregata di nuova generazione. In una prospettiva più lunga si inquadrano poi gli accordi in campo aeronautico per il caccia del futuro, ove si configura una collaborazione industriale fra le due sponde dell’Atlantico.

Autorità, Signore e Signori,

la solenne firma, il 29 ottobre, qui a Roma, della Costituzione europea, ha posto una pietra miliare sulla strada dell’unificazione.
L’Unione Europea e l’Europa della difesa crescono e si rafforzano. E l’area della democrazia e della libertà abbraccia finalmente tutto il Vecchio Continente, avviandosi ad una ulteriore estensione ai Balcani ed all’Asia Minore.
L’integrazione dei nuovi Stati membri pone problemi di portata storica. L’Italia è favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione. I confini dell’Unione si dilateranno al Medio Oriente ed al Caucaso. Occorreranno polso e fantasia per vincere questa sfida epocale. Stiamo poi viaggiando a grandi passi verso la tappa del 2010 e la creazione di un’area euromediterranea di libero scambio.

Anche in questo caso, la scommessa è enorme, ponendosi come processo complementare a quello dell’allargamento: l’Europa così dimostra di non volersi chiudere in se stessa, di non voler escludere il Sud del mondo.
Voglio ricordare l’insostituibile rapporto fra le politiche e le iniziative della UE e della NATO. Quest’ultima, proprio a Istanbul, lo scorso fine giugno ha rilanciato – e l’Italia ne è stata promotrice – il Dialogo Mediterraneo, elevandolo al rango di effettiva partnership. L’Alleanza, inoltre, consapevole delle strette relazioni che nel contesto della sicurezza oggi esistono in aree un tempo considerate non influenti, ha dato vita ad una nuova iniziativa di cooperazione, detta appunto “Iniziativa di Cooperazione di Istanbul”.

Una iniziativa che, com’é noto, riguarda tutto il cosiddetto Medio Oriente Allargato e interessa, ma non solo, Paesi che costituiscono il Consiglio di Cooperazione del Golfo. La finalità è di rafforzare la stabilità e la sicurezza dell’area attraverso nuove forme di collaborazione in settori nei quali l’Alleanza può rappresentare un valore aggiunto.

Signore e Signori,

siamo sempre più parte di un processo storico globale ed irreversibile. Non possiamo né estraniarcene né affrontarlo con la mentalità del passato.
La sicurezza resta il requisito essenziale della convivenza civile anche nel XXI° secolo. Costituisce il fondamento del dialogo politico. Garantisce il progresso nella libertà e nella democrazia. Ed i militari – professionisti della sicurezza – hanno un ruolo vitale ed insostituibile da svolgere.
Vorrei concludere augurando buon lavoro a tutti e particolarmente agli ufficiali frequentatori, che vivranno appieno il futuro che stiamo costruendo tra le difficoltà ma ben certi della meta.
Pagina pubblicata il 05-03-2011