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Audizione del:

15 febbraio 2012

Audizione del Ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, presso la 4^ Commissione Senato e la IV Commissione Camera riunite, sulle linee di indirizzo per la revisione dello strumento militare

DI PAOLA, Ministro della difesa.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati,

sono qui oggi ad illustrare gli orientamenti del Governo sulla ristrutturazione dello strumento militare, proposta alla quale avevo fatto cenno nella seduta congiunta dello scorso 1° dicembre.

Il confronto con il Parlamento è un impegno che avverto fortemente, perché progetti di ristrutturazione di questa dimensione non si possono realizzare senza un dibattito e un'ampia condivisione. Questo del resto mi sembra sia il significato della risoluzione approvata dalla Commissione Difesa della Camera, risoluzione che ho condiviso e che impegna il Governo a riferire in Parlamento sulle linee guida di revisione dello strumento militare, tenendo conto del ruolo consultivo del Consiglio Superiore della Difesa. La mia audizione di oggi quindi risponde non solo alla mia convinzione ma anche a tale risoluzione e segue la presentazione delle linee guida al Consiglio Superiore della Difesa dell'8 febbraio e al Governo ieri, in occasione della riunione del Consiglio dei Ministri.

Signor Presidente, Onorevoli Senatori e Deputati,

le tre linee tracciate dal Governo basate su rigore, equità e crescita hanno permeato il lavoro dando vita a previsioni di provvedimenti graduati nel tempo per far fronte alla ineludibile realtà della difficoltà finanziaria in cui ci troviamo, nonché delle necessarie prospettive di sviluppo e modernizzazione del nostro strumento militare.

Illustrerò di seguito gli elementi essenziali della riforma elaborata per mettervi al corrente dei cambiamenti che si intendono apportare alla struttura dello strumento militare e lo farò delineando il quadro di riferimento geostrategico nel quale ci troviamo ad operare, coniugandolo con la realtà di eccezionale momento di austerità finanziaria ed economica che stiamo attraversando.

La situazione complessiva impone l'adozione di un complesso di misure rilevanti ed incisive anche nel settore della Difesa. Questa credo sia la risposta alla domanda "perché ora?": perché il quadro è cambiato, la situazione economica è cambiata, le prospettive sono cambiate.

Il quadro geostrategico, vi è noto, si caratterizza per una elevata fluidità. Ci sono vari fattori che stanno cambiando ed hanno cambiato il quadro strategico, il primo dei quali è il mutare degli equilibri per l'emergere di nuovi attori globali come Cina, India, Brasile e altri.

Il secondo fattore è l'elevata instabilità globale che emerge dai nuovi rischi: la minaccia terroristica, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei loro vettori balistici, la libertà di accesso a quelli che comunemente si chiamano i beni comuni, e cioè gli spazi marittimi e aerei e lo spazio cibernetico.

Il terzo elemento è rappresentato dalla velocità con cui tutto questo cambia, velocità che nel passato non abbiamo conosciuto e che quindi richiede anche risposte più rapide che in passato.  La regione euro-atlantica, nella quale viviamo, è relativamente stabile ma è circondata da una vasta area di instabilità. È inutile che ve lo stia a ricordare, lo sapete meglio di me: il Nord Africa, l'area Sahariana, il Medio Oriente, l'Asia sono tutte realtà che non possiamo dimenticare. Ricordo anche che le primavere arabe sono nate a 45 minuti di volo da Roma e che quello che per gli altri è il Medio Oriente per noi è, più che il Medio Oriente, il "vicino Oriente": Beirut è più vicina a noi di quanto non lo sia il Lussemburgo e Kabul è più vicina a noi di quanto non lo sia Capo Nord.

Un altro elemento di novità è rappresentato dalla revisione, annunciata dagli Stati Uniti, della loro postura di difesa, da un lato, con un ridimensionamento quantitativo della loro presenza anche nell'area europea e, dall'altro, con un riorientamento strategico verso l'area del Pacifico, per rispondere a quelli che per loro sono gli interessi strategici e di rischio maggiori. Gli Stati Uniti, pur riaffermando - e lo hanno riaffermato a lettere inequivocabili - l'impegno al partenariato euro-atlantico (e quindi all'alleanza) e il loro interesse alla realtà europea, ciò non di meno hanno anche ricordato che si aspettano che gli europei facciano di più, perché questo è il senso della solidarietà transatlantica.  Le missioni internazionali, di cui siamo parte e che vi ho presentato insieme al Ministro Terzi di Sant'Agata, rappresentano un contributo essenziale alla nostra politica estera internazionale, come del resto dichiarato più volte e a chiare lettere da persone ben più autorevoli di me, quali il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri. Esse rappresentano uno dei modi con cui garantiamo la sicurezza e la difesa dell'Italia e degli italiani. È bene ricordare, infatti, che oggi la difesa dell'Italia e degli italiani si fa non solo e non tanto sulle frontiere - quelle che una volta si chiamavano le "sacre frontiere della Patria"-, quanto piuttosto a distanza, là dove le crisi, i rischi, le emergenze e le minacce nascono, si manifestano e si alimentano.

Il quadro di riferimento che ho delineato non riguarda solo l'Italia, ma è pienamente condiviso dall'Unione Europea e dall'Alleanza Atlantica di cui siamo parte ed è proprio da questo quadro condiviso nel contesto europeo e atlantico che discendono gli impegni che l'Italia e il suo strumento militare assumono e sono chiamati a continuare ad onorare. Lo scenario di riferimento entro il quale pianificare lo sviluppo e l'ammodernamento dello strumento militare è quindi uno scenario condiviso nel contesto europeo ed Atlantico. Su questo credo non ci possano essere dubbi. D'altra parte, questo riferimento euro-atlantico, come il Presidente della Repubblica ha ricordato più volte, rappresenta il nostro riferimento fondamentale. Da questo scenario discende quindi il requisito di uno strumento militare nazionale che sia pienamente interoperabile ed interagibile con quello degli alleati, uno strumento che possa essere tecnologicamente avanzato, che sia proiettabile, sostenibile e possa operare con gli altri.

L'ancoraggio del nostro strumento militare all'evoluzione degli europei e dei nostri partner atlantici è, e non può che essere, la nostra stella polare. Se vogliamo costruire una più forte realtà di difesa europea e sicurezza e quindi contribuire ad una più solida realtà euro-atlantica dobbiamo impostare con coraggio un'incisiva revisione del nostro strumento militare, una revisione che lo renda coerente con l'evoluzione degli strumenti dei nostri partner europei ed atlantici, pienamente interoperabile ed integrabile con essi, sostenibile nel tempo e compatibile con le risorse che il Paese e il Parlamento mettono a disposizione. Solo in questo modo potremo concorrere a costruire un percorso di una più forte e integrata identità europea di difesa e sicurezza e un più solido rapporto transatlantico.   Venerdì scorso a Helsinki, il Presidente della Repubblica ha detto: «Siamo stati concentrati sulla difesa dell'euro, mentre abbiamo bisogno di Europa in tutti i campi, anche in quelli della politica estera e di sicurezza comune». Ebbene, questo bisogno di Europa richiede iniziative e azioni concrete per crearne le condizioni. Questo è ciò che la proposta di risoluzione delle Forze Armate si propone: essere in grado di esprimere le capacità operative che sono richieste ai suoi membri, in particolare ai Paesi più importanti (quali appunto l'Italia) dell'Unione Europea e della NATO. Queste capacità operative sono di elevato livello qualitativo e tecnologico e non possono essere schiave delle dimensioni dello strumento; al contrario, è il dimensionamento dello strumento che deve essere al servizio delle capacità operative. In questo quadro, e a fronte di queste esigenze che ho delineato, qual è oggi la situazione dello strumento militare italiano? È uno strumento composto interamente da volontari, come stabilito dalla legge n. 331 del 2000, così come quello dei nostri alleati euro-atlantici (inclusa la Germania, che ha recentemente compiuto la scelta, come ha fatto l'Italia, di sospendere il servizio di leva). A differenza però di altri Paesi europei e atlantici, è uno strumento sovradimensionato rispetto alle risorse disponibili, oggi e in prospettiva, e quindi, se non si intervenisse, destinato rapidamente a perdere efficacia operativa a causa di questo suo strutturale sbilanciamento. La realtà è che negli ultimi 10 anni, mentre il PIL di questo Paese è cresciuto di circa il 15 per cento, il bilancio della Difesa in termini di influenza rispetto al PIL è sceso del 16 per cento. Ciò vuol dire che l'incidenza della Difesa, in questi 10 anni, è calata del 30 per cento. Anche in valori assoluti e finanziari il bilancio della Difesa nel 2012 è del 4 per cento in meno rispetto al 2004. Se aggiungiamo l'inflazione (calcolabile in questi otto anni intorno al 20-25 per cento), ciò vuol dire che le disponibilità della Difesa sono diminuite dal 25 al 30 per cento. Soltanto in questo ultimo triennio, cioè dal 2012 al 2014, a seguito della legge di stabilità 2011, il bilancio della Difesa subirà un ridimensionamento di tre miliardi di euro (di cui un miliardo e mezzo nel 2012, 700 milioni nel 2013, 600 milioni del 2014). Questi sono i fatti. I dati più recenti sono stati emessi al 12 gennaio 2012 dall'EDA (European Defense Agency), un ente terzo, europeo e indipendente. Sulle strutture di bilancio dei 27 Paesi dell'Unione, l'EDA dice che la media europea nel 2010 (anno cui viene fatto riferimento) del peso dei bilanci europei rispetto al PIL era dell'1,61 per cento. Il bilancio della funzione Difesa (cioè dei soldi che vanno alle Forze Armate) per l'Italia, relativamente allo stesso dato, era esattamente dello 0,9 per cento. Ribadisco che questo è un dato non mio ma dell'EDA. L'EDA riporta anche che la media europea della spesa del personale, rispetto al totale del bilancio della Difesa, è del 51 per cento; per l'Italia siamo arrivati al 70 per cento. La media europea delle spese d'investimento per militare è di 26.458 euro; per l'Italia, invece, è di 16.424 euro. Ripeto ancora che questi sono dati dell'EDA e non miei. Sono cifre, non interpretazioni. E queste cifre ci dicono che il nostro strumento militare è ipertrofico dal punto di vista del dimensionamento e ipofinanziato dal punto di vista delle capacità operative. Questi sono semplici fatti e non interpretazioni.

Qualsiasi struttura organizzata, in queste condizioni, se continuasse lungo questo trend, non potrebbe essere che destinata a consumare risorse senza produrre output, cioè le capacità operative. E l'output delle Forze Armate, la loro ragion d'essere, è la loro operatività. Poiché nel contesto attuale, che ho descritto prima, non siamo in condizioni di ricapitalizzare lo strumento, e poiché non credo, né ho sentito, né è possibile pensare che vi siano altre risorse destinate alla funzione Difesa, l'unica soluzione per salvaguardare l'efficienza, l'operatività e le capacità operative è riportare in equilibrio lo strumento, in coerenza con le risorse disponibili, ridurre cioè le sue dimensioni strutturali, orientando lo strumento verso una condizione di sostenibilità e di efficacia operativa. Così come l'Europa si è data dei benchmark quando si è avviata a creare la moneta unica europea, anche nel campo della sicurezza e della difesa l'Unione Europea si è data dei benchmark, che dovrebbero servire a facilitare il processo di convergenza per un futuro obiettivo di una più integrata difesa europea. Questi benchmark orientativi, sia nel contesto europeo che atlantico, sono: il 2 per cento del PIL (e sappiamo di essere ben lontani da questo obiettivo) ma anche un bilanciamento delle spese che ogni Paese può dedicare alla difesa (nell'ordine del 50 per cento destinato al personale, del 25 per cento all'operatività e del 25 per cento all'investimento, e quindi alla realizzazione delle capacità operative). Di fronte a questi benchmark, l'Italia è allo 0,9 per cento per il rapporto funzione Difesa/PIL, con un bilanciamento tra i tre settori suddiviso al 70 per cento per il personale, al 12 per cento per l'operatività (contro il 25 del benchmark) e al 18 per cento per l'investimento (sempre contro il 25 per cento del benchmark). È chiaro, quindi, che il nostro problema è l'ipertrofia dimensionale e ipotrofia funzionale. Da questa realtà, che è fattuale, discende l'esigenza di ridimensionare e revisionare la nostra struttura delle Forze Armate. Le linee di intervento che il Governo propone sono coerenti con questa logica. Innanzi tutto è importante, visto che non si possono avere più risorse, quantomeno dare stabilità programmatica ai bilanci della funzione Difesa. La funzione Difesa - cioè lo strumento militare - è, infatti, uno strumento a lungo termine, che non si finanzia e non si ricostruisce in un anno, come non si destruttura e non si ridimensiona in un anno. Almeno, quindi, vi sia stabilità programmatica: non chiediamo altro. In secondo luogo, sulla base di questa stabilità programmatica, che ritengo, e spero, possa essere quanto assegnato nell'ultima legge di stabilità, bisogna progressivamente ridurre lo strumento, ricalibrare il personale e orientarsi e tendere verso quel bilanciamento ottimale, che è il benchmark europeo del 50-25-25 per cento.

Ottenere questo risultato significa ridurre il personale e recuperare le risorse che nel tempo si ricaveranno per destinarle all'operatività e agli investimenti, contando, per quanto riguarda gli investimenti, e per quanto possibile, sul sostegno aggiuntivo del Ministero dello Sviluppo Economico (che in passato vi è stato) ai programmi di ricerca e sviluppo tecnologici del settore Difesa. Si tratterebbe, del resto, di un sostegno coerente e funzionale al tema della crescita e dello sviluppo, che è uno dei tre cardini dell'azione di questo Governo. Il dimensionamento attuale dello strumento militare, stando alla legge n. 331 del 2000, era di 190.000 militari e di 30.000 civili. La realtà oggi è di 183.000 militari e 30.000 civili. Per ricondurre, o per orientare, lo strumento verso un bilanciamento più virtuoso, dovremo progressivamente (lo ripeto, perché vorrei che nessuno pensasse che tali misure si realizzano in uno o due anni) scendere verso 150.000 militari e 20.000 civili, con una riduzione di 43.000 unità (33.000 militari e 10.000 civili), pari circa al 20 per cento della dimensione attuale.  Comprendo bene come una riduzione di tale dimensione significherebbe, se vogliamo paragonarci ad una impresa, una ristrutturazione profonda, qual è stata fatta in altri settori. In genere, nel mondo dell'impresa, quando si deve procedere a queste ristrutturazioni profonde si ricorre agli strumenti della cassa integrazione straordinaria e  della mobilità. So anche che questi strumenti non sono in pieno disponibili nel pubblico impiego. La realtà è che oggi sono due i parametri che regolano le dimensioni: gli ingressi e gli egressi. Gli ingressi verranno calibrati fortemente in riduzione. Essi non possono essere ridotti a zero perché lo strumento militare, come qualunque azienda, ha bisogno di un flusso di rinnovamento, ma verranno ridotti di circa il 20-30 per cento, a seconda delle varie categorie, dal momento che le esigenze non sono tutte uguali. Quanto agli egressi, la realtà è che con la struttura demografica del personale che oggi abbiamo, se l'unico strumento di egresso sarà il pensionamento naturale ci vorranno vent'anni. Questa è matematica: si prendono le persone, si guarda l'età anagrafica e si vede il tempo in cui andranno in pensione. Ci sono curve esatte, anno per anno.

CIRIELLI (PdL). Sempre che non cambi la normativa previdenziale.

DI PAOLA, Ministro della Difesa. Se dovesse cambiare ce ne vorranno 21 o 22 anni, dipende. Ora sappiamo che si arriverà a quota 65 anni nel 2032, questa è la realtà dei fatti. Mi sembra che mettersi in una prospettiva di evoluzione a vent'anni sia poco coerente con una evoluzione rapida della situazione. Pertanto, al di là della necessità di ricalibrare gli ingressi, cosa che verrà fatta in maniera sostanziale, bisogna trovare strumenti o agevolazioni per favorire gli egressi.

Quanto agli strumenti potenzialmente disponibili, c'è un insieme di strumenti, non uno solo, alcuni dei quali sono efficaci, altri meno. Mi riferisco alla mobilità verso altre amministrazioni pubbliche centrali e - questo è importante - anche locali, alla possibilità per la componente militare di trasferirsi alla parte civile del comparto Difesa, a programmi più aggressivi di facilitazione del reinserimento nel mondo del lavoro esterno, a un uso più esteso di uno strumento, che oggi esiste ma è applicato in maniera limitata, che è l'aspettativa per riduzione di quadri che, se vogliamo, è in qualche misura l'equivalente della cassa integrazione straordinaria. Infine, vi è anche - ma è una misura che finora non è stata mai tentata e non è detto che possa essere adottata - l'applicazione di forme di part-time a certe categorie. Le prime tre misure, quelle della mobilità, sono state già tentate in passato, sono in vigore e hanno avuto un successo moderato. Sono certamente misure utili, complementari, che potranno essere magari più efficaci in futuro, soprattutto la mobilità verso le amministrazioni locali se verrà consentita. Pur tuttavia, tali misure non sono da sole risolutrici del problema.

La misura di un più esteso uso dell'aspettativa per riduzione di quadri (ARQ) consentirebbe una più incisiva egressione del personale. Modulando opportunamente queste misure e altre che dovessero emergere e che questo o altri consessi fossero in grado di immaginare, si potrebbe accelerare l'evoluzione verso il regime sostenibile probabilmente in un periodo di 10 anni o poco più. Parliamo sempre di 10 anni, quindi è comunque un processo progressivo, ma più ragionevole. Naturalmente, gli esuberi riguarderanno tutte le categorie, anche se ve ne sono alcune che ne presentano più di altre e sono ben note. In particolare, l'alta dirigenza - cioè i famosi generali e ammiragli a tre stelle che tanto scandalizzano - registrerà una riduzione superiore rispetto ad altre categorie, dell'ordine del 30 per cento, quindi una riduzione importante. La riduzione progressiva degli effettivi della Difesa costituisce un percorso doloroso - me ne rendo conto e credo nessuno più di me se ne renda conto - ma inevitabile. Tuttavia, per le sue dimensioni tale riduzione verrà diversificata per categorie e interesserà un'ampia platea di personale. Peraltro, come ho detto, tale percorso si svilupperebbe nell'arco di un decennio o poco più, quindi il suo impatto sarebbe diluito nel tempo distribuendosi in maniera equa e trasparente su più categorie.

Mi rendo conto di come il personale sia una risorsa primaria per ogni istituzione e ancor di più per le Forze Armate e per la Difesa; pertanto, pur nell'ineludibilità e progressività temporale del provvedimento, ogni attenzione andrà riservata al personale per mitigarne per quanto possibile gli effetti. È indispensabile quindi che la Difesa possa contare sull'aiuto e la collaborazione di tutte le amministrazioni. In questo contesto, il tavolo in corso con il Ministro del Lavoro per la revisione del sistema pensionistico per i Dicasteri difesa e sicurezza e per la previdenza complementare dovrà tener conto di questa prospettiva. Dobbiamo cercare di assicurare al massimo adeguate garanzie per il personale che sarà coinvolto nella ristrutturazione. Veniamo ora al settore dell'operatività, che in linguaggio bilancistico si chiama "esercizio", termine che talvolta ha una connotazione frivola, mentre si riferisce all'operatività delle Forze Armate, dal momento che per "esercizio" s'intende la formazione del personale, l'addestramento, le esercitazioni, il mantenimento dei mezzi e delle infrastrutture: questa è l'operatività, ossia quello che fa camminare la macchina. Ebbene, oggi essa è a livelli assolutamente inaccettabili. L'efficacia dell'operatività è legata a un rapporto tra le risorse disponibili e le strutture su cui queste risorse vanno, vi sono cioè un numeratore e un denominatore e per aumentare l'efficacia bisogna agire su entrambi. Agire sul numeratore vuol dire aumentarlo cercando di recuperare le risorse dal settore del personale e riversarle primariamente sul settore dell'operatività; diminuire il denominatore significa invece ridurre le strutture centrali e periferiche e accorpare le varie filiere che oggi sono separate e distribuite sul territorio (la filiera formativa, la filiera operativa, la filiera addestrativa e quella territoriale) e quindi, attraverso un sostanziale dimagrimento della struttura, ottenere una migliore efficacia della operatività. In proposito sono in corso studi piuttosto dettagliati e complessi, perché ridurre le strutture sul territorio non è facile, dal punto di vista non solo concettuale, ma anche degli interessi locali, che sono ovvi. In questo caso, un obiettivo serio e perseguibile è quello di una riduzione delle strutture del 30 per cento in 5-6 anni. Ciò consentirà di liberare un importante piano di dismissioni di beni, immobili e infrastrutture quale contributo alla ristrutturazione della Difesa e anche come concorso al più generale risanamento della situazione finanziaria del Paese. Infine, passiamo alle capacità operative, all'investimento, che è l'essenza delle Forze Armate insieme all'operatività, che è il personale. Se da un lato è necessario ricapitalizzare le risorse destinate all'investimento per portarle ad un livello più virtuoso - come ho detto, orientativamente del 25 per cento - è comunque evidente che per modernizzare lo strumento operativo con le risorse limitate disponibili è necessario ridurre le ambizioni di tale strumento, che dovrà essere quindi più piccolo, ma operativamente più efficiente. Questa è una strada non solo italiana, perché la stanno intraprendendo tutti i Paesi europei e anche gli Stati Uniti d'America: meno unità, meno piattaforme, meno mezzi ma tecnologicamente più avanzati, realmente proiettabili e impiegabili e sostenuti da più risorse per l'operatività, cioè, come ho detto, per il mantenimento, l'addestramento e la preparazione del personale, che li deve gestire. In sostanza, uno strumento più piccolo ma con maggiore qualità e quindi capace di esprimere in realtà un'operatività più qualificata rispetto all'attuale.  Per la componente terrestre, si ridurranno le brigate di manovra da undici a nove, si ridurranno la linea dei mezzi pesanti, carri e blindo, la linea degli elicotteri e un numero significativo di unità per il supporto al combattimento (unità di artiglieria e logistiche). Per la componente marittima si contrarranno le linee delle unità di altura e costiere, dei cacciamine e dei sommergibili. Per la componente aeronautica si contrarranno le linee degli aeromobili per la difesa aerea e dei velivoli della linea aerotattica. Non si tratta però soltanto di ridurre lo strumento, ma anche di aumentare la qualità. Quindi, per la crescita qualitativa e tecnologica dello strumento si procederà a migliorare la componente C4I (comando e controllo, comunicazioni, computer, informazioni) e si investirà sulle forze speciali, che sono elementi importanti dei nuovi scenari. Si investirà su capacità cyber, per la difesa cibernetica, per digitalizzare le unità di manovra terrestri (nota anche Brigata Terrestre NEC), a modernizzare le linee navali aeree ed elicotteri (perché è vero che ne riduciamo il numero, ma saranno piattaforme di più alta qualità) e a potenziare la capacità ISTAR (Intelligence, surveillance, targeting acquisition and reconnaissance), che sono fondamentali per la situational awareness, cioè per sapere che cosa succede nello spazio sia terrestre che marittimo; si tratta peraltro di qualità e capacità che sempre più ci vengono richieste nelle missioni, sia dell'Unione europea che della NATO. Detto questo, non posso fare a meno di fare un riferimento ai JSF (Joint strike fighter). Sono convinto che tutti ve lo aspettiate, e sono qui per cercare di fare chiarezza. La realtà è la seguente. La componente aerotattica è un elemento indispensabile e irrinunciabile di ogni strumento militare degno di questo nome (e credo che noi vogliamo che esso sia degno di questo nome). Uno strumento militare privo della componente aerotattica è uno strumento incompiuto, e quindi inefficace in qualunque contesto operativo (ricordo il Kosovo, l'Afghanistan, la Libia e l'Iraq). Una componente aerotattica operativamente e qualitativamente significativa è quindi una esigenza operativa indispensabile e irrinunciabile per uno strumento militare degno di questo nome. Oggi la componente aerotattica è assicurata da tre linee di velivoli: i TORNADO, gli AMX e gli AV-8 Bravo, per un complesso di circa 160 velivoli distribuiti su tre linee operative. Questi velivoli, nell'arco dei prossimi 15 anni, usciranno progressivamente dalla linea operativa per vetustà. È un fatto anagrafico, perché anche gli aerei, come gli uomini, hanno un'età e, appunto come gli uomini, vanno in pensione, quindi, devono essere sostituiti. Nel caso del personale sono rimpiazzati con le leve giovani;  nel caso degli aerei con aerei più moderni e qualificati. La sostituzione delle linee aeromobili non si fa in un anno e neanche in 10, ma in 15 o 20 anni. Dieci anni fa, e successivamente nel tempo, e ancora o più recentemente due anni fa, la Difesa e il Parlamento decisero di ammodernare la componente aerotattica, che ho citato prima, passando da tre linee a un unico programma: quello dei Joint strike fighter (JSF o F35 che dir si voglia).  Il JSF è il miglior velivolo aerotattico in via di sviluppo e produzione (perché è già in linea di produzione, anche se ridotta). È un aereo di avanzata tecnologia e mi preme dire che è nei programmi di altri dieci Paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Olanda, Turchia, Belgio, Giappone, Australia, Singapore). È un aereo che consentirà un'importante semplificazione operativa per lo strumento militare italiano, con il passaggio da tre linee a una sola linea. È l'aereo che verrà costruito in migliaia di esemplari e che costituirà l'ossatura portante dell'interoperabilità aerotattica euro-atlantica nei prossimi 30 anni. Quindi, è una scelta che ha senso operativamente perché consente di ridurre le linee da tre a una e di applicare un concetto joint alle varie componenti dello strumento: lo è tecnologicamente, industrialmente, operativamente e anche sotto il profilo della comunanza logistica. Grazie alla lungimiranza di chi mi ha, e ci ha, preceduto, l'Italia, grazie agli importanti investimenti fatti (dell'ordine di 2,5 miliardi di euro), si è posizionata nel programma quale secondo partner industriale dopo gli Stati Uniti. È quindi un potenziale tecnologico, industriale e occupazionale importante su cui l'industria italiana del settore può puntare per predisporsi a un futuro ancor più competitivo. Per tutte le aziende, infatti, il futuro è strettamente nel settore della competizione; non esistono più rendite di posizione. Quando entrò nel programma di sviluppo, all'inizio degli anni 2000, l'Italia si pose come obiettivo programmatico un'acquisizione di 131 velivoli, di cui circa la metà a decollo convenzionale e metà a decollo corto e verticale. Le risorse disponibili, la realtà di quanto ho detto prima e quindi anche la revisione in chiave riduttiva dello strumento operativo hanno suggerito di riguardare e riesaminare attentamente il programma. L'esame fatto a livello tecnico e operativo - e anche da parte mia - porta a ritenere come perseguibile, da un punto di vista operativo e di sostenibilità, un obiettivo programmatico dell'ordine di 90 velivoli (con una riduzione di circa 40 velivoli, pari a un terzo del programma), una riduzione importante che, tuttavia, salvaguarda anche la realtà industriale e che, quindi, rappresenta una riduzione significativa coerente con l'esigenza di oculata revisione della spesa. In conclusione, la riorganizzazione di cui ho parlato è finalizzata all'ottenimento di uno strumento militare di dimensioni più contenute ma più sinergico ed efficiente nell'operatività e pienamente integrato e integrabile nel contesto dell'Unione europea e della NATO. La trasformazione richiederà necessariamente del tempo e stabilità programmatica. A tal proposito, il fattore determinante è rappresentato dal processo di riduzione del personale, al quale dobbiamo porre la massima attenzione e considerazione. È questa la leva strategica che consentirà di dare attuazione alla ristrutturazione. Qualora si dovesse agire solo sul flusso naturale saranno necessari 20 anni. Se si potranno mettere insieme quel complesso di misure e altre che eventualmente potranno emergere e che qualcun altro saprà indicare, si potrebbe tendere in direzione di una convergenza verso il livello di regime in dieci anni, o poco più. É comunque un arco di tempo importante; pertanto, questo non è un gesto di irresponsabilità o di non attenzione al personale. Abbiamo proposto queste misure e ne ho indicato alcune; altre, che potranno emergere dal dibattito, saranno certamente benvenute. Per attuare tali misure è importante l'ampio sostegno del Parlamento a questa ristrutturazione. A tal fine, è intenzione del Governo presentare in Parlamento la proposta di adozione di una legge delega, nella quale potranno essere messi a sistema tutti i necessari interventi attuativi, in un quadro unitario e razionale, coerenti con le esigenze di ristrutturazione delle finanze pubbliche, di attenzione al personale e con la necessaria tutela degli interessi nazionali e con il quadro di impegni assunti. Abbiamo poco tempo davanti a noi; certamente questo Governo ha poco tempo per avviare una riforma che è veramente importante, essenziale ed epocale. Nessun'altra riforma, neanche quella del 2000, è stata così importante.

Vi ringrazio per l'attenzione e spero di poter contare sul vostro sostegno, perché ritengo che questo non sia l'interesse solo delle Forze Armate italiane, ma sia l'interesse del Paese.

Pagina pubblicata il 21-02-2012