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Audizione del:

27 aprile 2011 , Roma

Comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi della situazione in Libia

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della Difesa. Ringrazio per l'ospitalità la presidenza delle Commissioni del Senato, oltre che della Camera.

Con il mio intervento, onorevoli senatori e deputati, desidero completare il quadro generale illustrato dal Ministro Frattini con le informazioni di più diretta pertinenza della Difesa, nello spirito che ha mosso il Governo, e il mio dicastero in particolare, di mettere sempre il Parlamento nelle condizioni di essere tempestivamente e costantemente aggiornato sulla situazione. Si tratta di un dovere di informazione e un desiderio di condivisione annunciato anche dal Presidente del Consiglio rispetto a una vicenda della quale il Governo avverte tutta la valenza e la delicatezza per il nostro Paese.

La particolarità della crisi libica non ci fa, tuttavia, dimenticare - desidero richiamarlo incidentalmente all'inizio del mio intervento - che l'Italia con le sue forze armate è fortemente impegnata su più teatri, sia nella lotta al terrorismo internazionale, sia nell'attività per garantire la stabilità e la sicurezza nelle aree di crisi internazionali, dall'Afghanistan ai Balcani, dal Libano alla protezione delle vie di comunicazione marittime.

Il Ministro degli affari esteri ha delineato l'evoluzione della situazione e i passaggi di carattere politico internazionale che ne hanno punteggiato il percorso nelle più recenti settimane. Simmetricamente a questi si sono succeduti molteplici passaggi di politica militare che hanno portato a quella che, nelle ultime ore, è stata da alcuni interpretata come una svolta nella strategia e che io desidero fare oggetto di questa informativa.

A mio avviso, in realtà, non si tratta di una svolta, ma piuttosto di un adeguamento del nostro contributo agli sforzi della comunità internazionale, o meglio, di un aumento di efficacia del nostro intervento e delle nostre modalità operative all'interno della stessa strategia cui la nostra azione si ispira sin dal momento dell'adesione alla risoluzione n. 1973 e, prima di essa, alla risoluzione n. 1970.
Come è stato comunicato dal Presidente del Consiglio lunedì 25 aprile - conoscete il testo del comunicato e non ho, quindi, bisogno di richiamarvelo, ma ve ne cito comunque una piccola parte - l'Italia «che sin dall'inizio sta fornendo un cruciale contributo all'operazione in termini sia di assetti aerei e navali assegnati alla missione, sia di disponibilità delle proprie basi aeree per lo schieramento di aerei alleati, ha deciso di accrescere la flessibilità operativa dei velivoli della componente aerea nazionale, al fine di contribuire meglio e più direttamente allo sforzo della coalizione per difendere la popolazione civile libica».

Mi propongo, quindi, di approfondire tale questione in questa sede, muovendo dai molteplici fattori che ne hanno determinato l'evoluzione dell'impiego.

Primo: l'adesione al dettato della risoluzione n. 1973 del 17 marzo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alla luce della nuova situazione sul terreno, laddove essa ha autorizzato gli Stati membri a prendere ogni misura necessaria per proteggere i civili libici o le aree popolate della Libia da attacchi da parte delle forze governative. Da quel mandato resta imperativo non discostarsi, nella consapevolezza che esso è scaturito dal condiviso convincimento che sia assolutamente necessario mantenere una forte pressione sul colonnello Gheddafi, anche attraverso una credibile ed efficace azione militare, per costringerlo a desistere dalla sua azione contro parte del suo stesso popolo. Tale azione minacciava di tradursi in una vera e propria carneficina e ancora mantiene questa minaccia.

La risoluzione si è posta tre principali obiettivi: la protezione dei civili, il divieto di volo e l'embargo delle armi. Mentre da un lato l'embargo via mare, sotto il comando di un ammiraglio italiano e il divieto di sorvolo, sono stati di fatto totalmente realizzati e approntati in maniera definitiva, continuano però a verificarsi continue e frequenti perdite tra i civili, anche se le valutazioni internazionali sostengono che l'intervento della NATO abbia evitato migliaia di vittime innocenti.

Secondo: la coerenza della risposta nazionale all'impostazione strategica della NATO intervenuta, come si ricorderà, dietro forte impulso della nostra diplomazia, e voglio ancora complimentarmi con l'azione di tutto il Governo ma, in particolare, del Ministro Frattini.

Tale impostazione si confronta con diverse e difficili condizioni operative, che manifestano mutamento della situazione sul terreno. Basti al riguardo pensare alle disperate condizioni nelle quali si trovano attualmente gli abitanti di Misurata, sottoposti da settimane a inaccettabili violenze. Le forze governative di Gheddafi sono passate da un impiego convenzionale a un impiego asimmetrico, cioè guerriglia urbana, cecchinaggio, scudi umani contro i raid della NATO, impiego di mezzi civili e di mezzi leggeri (jeep, pick-up con mitragliatrici e cannoncini), dispersione e occultamento dei mezzi corazzati e blindati.

Grande valore strategico hanno assunto i rifornimenti in termini di reti e mezzi, che devono venire via deserto o via mare per le truppe governative, che incidono sulle capacità di mantenere le posizioni nel tempo. Da qui la necessità che lo sforzo della NATO si concentri contro minacce dirette contro la popolazione, aumentando le missioni selettive contro obiettivi militari, mezzi, armi, materiale bellico e postazioni. Dall'altro lato, è ovvio che bisogna continuare a precludere il flusso dei rifornimenti attraverso l'embargo attuato dalle unità navali di sei Paesi e con il concorso dell'interdizione aerea.

Terzo: la conformità del nostro impegno a quello degli alleati che sono impegnati nell'operazione, primi fra tutti Francia e Regno Unito, la cui esigenza è emersa sempre più forte con il progredire delle operazioni. Ne ho avuto contezza dai continui contatti con i miei omologhi: il 18 aprile ho incontrato a Washington il Segretario di Stato della difesa americano, Robert Gates, il 20 aprile il Segretario della Difesa britannico, Liam Fox, ho avuto contatti telefonici con il Ministro francese e ho incontrato anche il Ministro emiratino.

Con tutti ci siamo trovati d'accordo nel valutare come l'attuale situazione sul terreno, in assenza di una determinata azione internazionale, potrebbe rischiare di creare una divisione di fatto anche se temporanea della Libia e soprattutto prolungare le sofferenze della popolazione, dando modo a Gheddafi di perseverare nella sua azione violenta contro i civili inermi.

Quarto: l'attenzione alla domanda di aiuto da parte del Consiglio nazionale di transizione libico, da noi riconosciuto come rappresentante legittimo del popolo libico. Il Consiglio nazionale di transizione, cui è attribuito un ruolo centrale nel cammino verso la pace e la democrazia, attraverso i suoi rappresentanti - che sono venuti in Italia e sono stati ricevuti, oltre che dal Presidente del Consiglio, da noi stessi e dal Presidente della Repubblica - ci ha fatto molteplici richieste di aiuto e sostegno proprio in relazione alla sua impossibilità operativa di contrastare l'azione delle forze governative contro la popolazione civile.

Debbo dire incidentalmente che, a prescindere dall'incompatibilità con la risoluzione n. 1973, non ci è stato richiesto un impiego militare sul terreno della Libia.

Quinto: la nostra piena convinzione che la partecipazione nazionale alle operazioni sia stata dall'inizio giustamente dimensionata e correttamente condotta, ma che a fronte dell'evoluzione degli eventi essa richieda un diverso orientamento qualitativo.

Sentiti gli interlocutori internazionali ma in piena autonomia di giudizio, il Governo ha così maturato la decisione portata oggi alla conoscenza del Parlamento. Peraltro che vi fosse una riflessione in corso, sia pure senza che questo venisse riportato nel titolo, già cinque giorni fa ne avevo dato incidentalmente notizia nel corso di un'intervista al Corriere della Sera, dicendo che era in atto una riflessione proprio perché l'Italia voleva maturare una decisione adeguata alle esigenze.

Il nostro impegno già rilevante sia nella forma diretta degli assetti aerei e navali destinati all'operazione, sia nella forma indiretta delle basi e della logistica per gli apporti degli altri Paesi, si configura per il futuro secondo un profilo operativo relativamente più impegnativo.

L'assunzione di questo ruolo è questione di responsabilità e di consapevolezza della necessità di adempimento ai nostri obblighi internazionali e prima ancora di tutela della sicurezza nazionale. A ciò corrisponderà anche la possibilità - e questo lo voglio sottolineare - di incidere maggiormente nelle scelte della strategia internazionale per riportare la pace e la sicurezza della popolazione e, quindi, per avere voce in capitolo nelle conseguenze che la crisi libica produce.

Sesto: il conforto del sentimento nazionale è stato ben rappresentato ed espresso dal Presidente della Repubblica, le cui parole sono state richiamate anche dal Ministro Frattini, che nel condividere la decisione del Governo di ampliare le opzioni del proprio contributo all'operazione Unified Protector ha autorevolmente affermato: «l'ulteriore impegno in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa e, quindi, confortata da ampio consenso in Parlamento», aggiungendo inoltre che «non dobbiamo restare indifferenti alla sanguinaria reazione di Gheddafi».

Signori presidenti, onorevoli senatori e onorevoli colleghi, questi sono i sei fattori che ho ritenuto di dover citare quali fattori che hanno determinato la decisione di impegnarsi diversamente dal punto di vista tecnico-militare; con velivoli, più funzionali alle nuove esigenze operative, e anche con l'invio di un piccolo gruppo di istruttori militari presso il Consiglio nazionale di transizione.

Dunque abbiamo confermato sul piano quantitativo - questo è importante - lo stesso contributo di assetti aerei che rappresentava a nostro avviso già un apporto di primo livello sul piano delle capacità, soprattutto se si considerino in sistema con il dispositivo aereo navale e il complesso delle nostre basi e relativo supporto operativo logistico e tecnico.

Per la condotta delle operazioni aeree relative all'imposizione della no fly zone sino ad ora il nostro Paese ha fornito 12 velivoli da combattimento al giorno: per l'esattezza, quattro velivoli di tipo Eurofighter o F16 per compiti di difesa e superiorità aerea; quattro velivoli Tornado ECR per compiti di soppressione delle difese aeree libiche, in grado cioè di lanciare missili - i giornali possono dire di bombardare, io dico correttamente di lanciare missili - per distruggere i radar libici; quattro velivoli AV-8B Plus imbarcati su nave Garibaldi per compiti di difesa aerea e ricognizione.

Desidero qui ricordare che in effetti non c'è stato bisogno di lanciare un solo missile antiradar perché il potere deterrente della presenza in volo dei nostri aerei dotati di quelle capacità ha costretto i libici a mantenere spenti i radar e dunque all'impossibilità di portare minaccia alle forze aeree della coalizione impegnate a colpire con missili aria terra obiettivi militari libici. Queste funzioni continueranno nella misura in cui la catena di comando della NATO preposta all'assegnazione delle missioni ai velivoli la riterrà necessaria.

Nel contempo, con la decisione all'esame odierno abbiamo voluto ampliare il ventaglio delle opzioni di impiego dei velivoli, al fine di renderlo più funzionale alle effettive esigenze operative e agli obiettivi individuati dalla NATO per la difesa diretta della popolazione, aumentandone la flessibilità operativa, autorizzando azioni mirate contro specifici e selezionati obiettivi militari sul territorio libico, ovvero contro obiettivi che rappresentino una immediata e chiara minaccia o pericolo per i civili.

Di conseguenza quattro velivoli di tipo Eurofighter o F16 continueranno ad essere destinati ad assolvere funzioni di superiorità aerea. I quattro Tornado invece potranno essere impiegati in configurazione ECR, come quella che ha operato sino a oggi per neutralizzare le difese aeree libiche, oppure in configurazione IDS con capacità di impiegare sistemi di armamento di precisione a guida laser o satellitare per azioni contro obiettivi militari selezionati o anche per compiti di semplice ricognizione.

I quattro AV-8B plus imbarcati su nave Garibaldi continueranno ad essere impiegati per compiti di difesa aerea e ricognizione, ma in aggiunta potranno all'occorrenza essere anch'essi equipaggiati con armamento di precisione per azioni contro obiettivi militari selezionati, identici a quelli prima illustrati.
L'avvio concreto di questa nuova fase inizia proprio con questa mia comunicazione al Parlamento. Benché potessi formalizzare la disponibilità alla NATO degli assetti che vi ho appena elencato, che ripeto non cambiano dal punto di vista quantitativo, anche prima ho voluto rispettare l'impegno di illustrarlo comunque alle Commissioni riunite.

Confermo ancora che i nostri velivoli e gli equipaggi sono già pronti a condurre l'intero spettro delle missioni che vi ho elencato e, al termine di questa informativa, verranno quindi resi disponibili alla NATO per essere impiegati non appena saranno assegnati gli obiettivi.

Confermo ancora che l'impiego delle nostre forze aeree avverrà nel pieno rispetto della risoluzione n. 1973 e che l'ingaggio degli obiettivi avverrà con sistema di armi di alta precisione al fine di evitare ogni danno collaterale. Non voglio impiccarmi alle parole, ma continuare a parlare di bombardamenti a me sembra fuorviante. Capisco che non è un fatto lessicale quello su cui oggi ci dobbiamo interrogare, e tanto più lo è il desumere dall'improprio utilizzo di questo termine approssimativo un sostanziale cambio di strategia delle nostre forze.

Ancora: quell'impiego non può, né deve essere giudicato come ultroneo rispetto al mandato di difesa della popolazione civile, bensì come l'utilizzo di ogni misura necessaria per garantire quella sicurezza nello spirito e nella lettera della risoluzione delle Nazioni unite.

Ho avuto occasione in questi giorni di dire che dal punto di vista etico - ma l'ho sempre detto, se qualcuno avesse avuto la bontà magari distrattamente di leggere qualche dichiarazione - l'impiego fino a oggi degli assetti italiani non ci ha mai distanziato dall'impiego delle nazioni a noi alleate. Noi abbiamo partecipato alle azioni che hanno colpito obiettivi militari con lo stesso, identico intento, solo nell'ambito della squadra con un compito diverso. Mi sono permesso banalizzando - me ne rendo conto - di fare anche un paragone con i diversi ruoli, centrocampo e attacco, che vi sono in una squadra di calcio perché noi fino a oggi abbiamo consentito la sicurezza degli aerei che utilizzavano i missili per colpire a terra, svolgendo il ruolo decisivo di impedire che la contraerei libica li potesse colpire. Dal punto di vista etico, quindi, abbiamo assolutamente partecipato.

Cosa cambia? Oggi ci assumiamo, non più in termini di concorso, ma in termini diretti, un rischio maggiore, ossia quello di essere noi a provocare effetti collaterali che non sarebbero giustificati. Questo rischio noi cerchiamo di annullarlo dando il preciso impulso all'utilizzo soltanto di strumenti fortemente chirurgici, scientificamente mirati, e impedendo in ogni caso che gli obiettivi siano diversi da quelli squisitamente militari.

Si chiede perché abbiamo cambiato opinione. Lo ha illustrato bene il Ministro Frattini, ma posso dire, come esperienza personale, che avrei potuto - senza colpo ferire e credo senza proteste - nel momento in cui il Parlamento autorizzò l'adesione alla risoluzione ONU, fornire alla NATO e agli alleati i mezzi che ci chiedevano già allora, cioè i Tornado così attrezzati, come oggi facciamo. In quel momento, senza dare un diniego ma discutendo con i miei omologhi, feci presente che potevamo offrire gli ECR che loro non avevano. In quella occasione, non avendo estrema necessità di ulteriori Tornado in grado di colpire aria-terra, l'accordo fu raggiunto e noi fornimmo gli assetti che sapete.

Di fronte alla mutata situazione umanitaria sul terreno, in conseguenza della quale gli alleati e la NATO, alla Conferenza di Berlino, e tutti i rapporti bilaterali che abbiamo avuto insistono perché anche l'Italia non rimanga insensibile (parole, peraltro, del Presidente della Repubblica) alla necessità di intervenire ulteriormente per salvaguardare l'incolumità del popolo libico, sarebbe stato impossibile venire meno a questo impegno senza tradire lo spirito della risoluzione n. 1973, alla quale aderiamo, e senza venir meno a un ruolo dell'Italia, che intende avere voce in capitolo sul futuro del Mediterraneo e non lasciare ad altri il compito di decidere cosa avverrà.

La seconda misura che modifica il precedente impianto operativo - lo dico sinteticamente - vedrà a giorni l'invio di dieci istruttori militari che, insieme al pari numero di istruttori forniti da Francia e Gran Bretagna, saranno inseriti nella costituenda struttura militare di comando del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi.

Gli uomini dei tre gruppi - italiani, francesi, inglesi - non avranno un'unica struttura gerarchica, con un unico comandante, ma agiranno solo in coordinamento fra di loro, con il compito di operare con gli ufficiali del Consiglio nazionale di transizione nei vari settori (verranno suddivisi nei settori personale, logistica, comunicazione eccetera).

Concludo richiamando ancora una volta le parole pronunciate ieri dal Presidente della Repubblica che, nel fare riferimento al piano di interventi della coalizione postasi sotto la guida NATO, ha voluto rivolgere il suo alto pensiero ai nostri militari, come Capo delle forze armate, sottolineando che ancora una volta i comandi e i vari comparti delle nostre forze armate sono chiamati a fare la loro parte con la professionalità e la dedizione che li distinguono. Come responsabile politico della Difesa, posso assicurarvi che questa professionalità, questa dedizione, è integra nei nostri uomini e nelle nostre donne con le stellette e continuerà ad esserci anche in questo impegno per la Libia, terra di un popolo amico che speriamo di vedere presto riscattato alla pace e alla sicurezza. Vi ringrazio.


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Vari interventi
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PRESIDENTE. Do la parola al Ministro la Russa per la sua replica.

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della Difesa. Credo che la replica possa essere affidata in maniera esauriente al Ministro degli esteri. Mi scuso se dovrò allontanarmi per rispondere al question time, che non è stato ritirato. Tuttavia, vorrei dare alcune brevi risposte.

A volte non bastano le parole, anche se registrate, per farsi capire. Non sono bastate quelle del Presidente Berlusconi, forse non sono bastate neanche le mie. Quelle del Presidente Berlusconi, onorevole Rugghia, mi sembravano chiarissime, anche se mentre le pronunciava ho pensato che qualcuno, magari volutamente, avrebbe cercato di fraintendere. Onorevole, non penserà davvero che qualcuno in Italia oggi possa immaginare di usare ancora bombe a grappolo, come nella seconda guerra mondiale. Per essere chiari, il Presidente ha anche aggiunto «come avveniva nella seconda guerra mondiale». Credo, comunque, che solo lei, in tutta Italia, abbia inteso in questo modo le parole del Presidente Berlusconi.

Si è quasi voluto assumere in alcuni interventi, sia pure in maniera garbata, che si sia annunciato un cambio di strategia. Rileggo le parole che ho pronunciato all'inizio: «...mostrando che in realtà di questo non si tratta, ma piuttosto di un adeguamento del nostro contributo agli sforzi della comunità internazionale o meglio di un aumento di efficacia del nostro intervento e delle nostre modalità operative.». Quindi, tutt'altro che un cambio di strategia, che rimane identica a quella che abbiamo svolto sin dal momento successivo alla risoluzione n. 1973.

Ringrazio chi, accanto alle critiche rivolte al Governo, ha voluto ricordare che il grande successo diplomatico dell'Italia è consistito nell'affidare alla NATO la guida di questa missione.Non è che gli elementi positivi debbano essere accantonati. Ringrazio il senatore Ramponi per aver ricordato che in una situazione come questa le posizioni sono necessariamente in evoluzione. Nessun Paese mantiene bloccate le proprie opzioni di intervento. Rimane costante la volontà di dare seguito alla risoluzione, ma le modalità vengono di volta in volta decise dai singoli Paesi a seconda delle necessità. Cosa è cambiato? È cambiato che ciò che prima non era indispensabile, ossia il nostro intervento anche nell'azione aria-terra, oggi è diventato necessario per la drammatica situazione di Misurata e perché vi è un minore apporto degli Stati Uniti in questa funzione.

È cambiata la situazione, cambia la modalità operativa del nostro intervento, ma non l'eticità dello stesso, che rimane uguale a prima - partecipare alle missioni aeree per colpire chi procura pericolo ai cittadini libici - con la stessa intensità.

Adesso mi recherò in Aula per riferire quello che l'onorevole Reguzzoni ha già detto qui, sottolineando l'enorme differenza tra chi contestava in altre occasioni la linea del Governo puntando su un diverso posizionamento internazionale e chi, invece, ha sin dall'inizio manifestato dei dubbi non sulle alleanze, ma sulle modalità dell'intervento. Mi pare che l'onorevole Reguzzoni abbia concluso dicendo che le posizioni parlamentari e i voti del gruppo della Lega saranno conseguenti alla circostanza - che non può essere messa in discussione - che l'atteggiamento nei confronti delle alleanze internazionali non cambierà. I rappresentanti della Lega hanno affermato di parlare nel Governo e non contro il Governo.

Io apprezzo i buoni propositi che ho sentito e mi compiaccio veramente della gran parte degli interventi, sia della maggioranza sia dell'opposizione. Credo che oggi debbanoessere anch'essi portatori di una conseguenza positiva. Se ci fosse un voto, una presa di distanza, una crisi di Governo voluta dal Governo, lo capirei, ma il cercare disperatamente di avere come sbocco polemico una divisione della maggioranza che, al momento, è costituita solo da dichiarazioni di maggiore o di minore prudenza, di maggiore o di minore adesione ad alcune scelte, mi sembra che non sia conseguente allo spirito di coesione che pure, a partire dal senatore Tonini, ho positivamente registrato. Vi ringrazio.

Pagina pubblicata il 05-05-2011