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Audizione del:

11 giugno 2008 , Roma

Comunicazioni dei Ministri degli Esteri e della Difesa, ai sensi dell'art. 3, comma 27-bis, del decreto-legge n. 8 del 2008, sugli sviluppi relativi alle missioni internazionali.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati,

in occasione di questo mio primo intervento in Parlamento nella veste di Ministro della Difesa desidero innanzitutto rivolgervi il mio cordiale saluto.
Desidero, anche, poter esprimere la soddisfazione che ho provato nell’assumere la guida del Dicastero, in un’epoca in cui la politica di Difesa nazionale si sviluppa in stretta connessione con la politica Estera e con quella di sicurezza, nel senso più ampio del termine, contribuendo largamente a determinare il ruolo dell’Italia nel sistema delle relazioni internazionali.

So che coloro i quali hanno oggi l’onore di sedere in Parlamento appartengono a Partiti e culture politiche che manifestano attenzione e rispetto per le Forze Armate e per i temi della Difesa. Ciò costituisce evidentemente una fonte di rassicurazione per chi, come me, ha l’onere di un Dicastero così importante. Ma questa consapevolezza mi induce, se possibile, a impegnarmi ancora di più, per instaurare, fin da subito, un rapporto di schietto confronto con il Parlamento. Il Governo, ed io personalmente, desideriamo parlare apertamente, senza reticenze, con chi, sedendo in Parlamento, rappresenta il Popolo italiano.

Oggi, quindi, ho l’occasione di mettere in atto questo mio intendimento.

Il Ministro Frattini, con il suo intervento, ha dato conto del complesso quadro di politica estera nel quale si inseriscono le missioni cui le Forze armate italiane partecipano attivamente. Sono valutazioni nelle quali mi riconosco e che sottoscrivo.

Il mio compito è quello di fornire le informazioni di natura politico-militare, relative alle missioni in corso.
Inizierò con il trattare le missioni in atto nei tre Teatri di intervento più significativi, in termini di numero di militari italiani lì operanti.

Inizio tale disamina dalla descrizione di quanto sta avvenendo nel Teatro afgano, che risulta probabilmente quello di più immediato interesse, anche in relazione agli sviluppi futuri che, come già accennato dal Ministro Frattini, interesseranno il nostro Contingente militare ivi dislocato.

La missione assegnata all’ ISAF, la International Security Assistance Force, fin dalla sua costituzione nel Dicembre del 2001, consiste nel “condurre operazioni militari secondo il mandato ricevuto, in cooperazione e coordinazione con le Forze di Sicurezza afgane ed in coordinazione con le Forze della Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti d’America, al fine di assistere il Governo afgano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture di governo, estendere il controllo del governo su tutto il Paese ed assistere gli sforzi umanitari e di ricostruzione”.

L’ISAF può contare al momento su circa 49.300 militari appartenenti a 40 Nazioni.

Dal Comandate di ISAF, incarico attualmente ricoperto dal Generale David McKiernan, dell’Esercito statunitense, dipendono i 5 Comandi Regionali North, West, South, East e Capital.

Il nostro contingente è ripartito tra l’area di Kabul, nell’ambito del Regional Command Capital, di cui l’Italia ha assunto temporaneamente il comando per un periodo di nove mesi a partire dal 6 dicembre scorso, e la Regione Ovest (Regional Command West), pure sotto comando italiano. Attualmente, circa 2.600 militari italiani sono schierati in Afghanistan.

Nella Regione di Kabul, le responsabilità di Comando che, come detto, abbiamo assunto a partire dallo scorso Dicembre, sono state onorate in pieno dal nostro Contingente. Desidero segnalare – uno fra tutti – il lusinghiero giudizio espresso dal Quartier Generale dell’ISAF circa i risultati raggiunti dalla Task Force italiana che opera nel distretto di Surobi. Da quando sono stati lì dislocati i militari italiani, si è assistito ad un incremento esponenziale nella scoperta di depositi clandestini di armi. La popolazione ha iniziato a collaborare fattivamente, sia con i nostri soldati, sia con le Forze afgane che operano congiuntamente con noi. L’azione italiana a Surobi è stata giudicata in maniera talmente positiva dalla NATO da essere ora citata come vero e proprio “modello”, da replicare anche in altri distretti afgani.

Nell’ambito della Regione Ovest, affidata al Comando italiano fin dall’inizio, continua ad operare con efficacia il Provincial Reconstruction Team basato ad Herat, il capoluogo.

Il PRT italiano, così come le analoghe squadre provinciali di ricostruzione messe in campo dagli Alleati, è uno strumento fondamentale per consentire l’avvio di quella ricostruzione morale e materiale dell’Afghanistan, sia delle sue strutture statuali, sia del tessuto della società civile.

Sempre nella Regione Ovest, il nostro Contingente opera poi attraverso 4 Squadre di addestramento e collegamento, dette in gergo NATO “OMLT”, che servono ad assistere le Forze militari afgane, sia nella fase di preparazione, sia durante il loro impiego operativo.

Anche gli OMLT sono strumenti indispensabili a perseguire gli obiettivi che la NATO si è prefissa, e segnatamente la crescita delle capacità afgane di controllare autonomamente il proprio territorio.
L’Italia partecipa allo sforzo alleato, condotto sia sotto l’egida della NATO che sotto quella dell’Unione Europea, nel quadro della missione EUPOL, anche mediante l’attività di istruttori forniti dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, per ricostruire – ma dovremmo dire per costruire da zero – Forze di


Polizia capaci di sorvegliare il territorio e le frontiere del Paese. A tal proposito è all’esame la possibilità di incrementare leggermente lo sforzo compiuto, affiancando alle attuali azioni formative anche il supporto alla formazione della Afghan National Civil Order Police, attualmente condotto dalle Forze statunitensi. L’impegno complessivo  per queste attività richiederebbe l’impiego di circa 40 unità dell’Arma dei Carabinieri.

Va sempre ricordato come queste azioni di assistenza alle Autorità afgane ed alla popolazione non possono avvenire se non all’interno di una adeguata cornice di sicurezza. A questo è quindi dedicata l’azione della rimanente parte del Contingente nazionale in Afghanistan, sia quello stanziato nella regione di Kabul, sia quello stanziato nella regione Occidentale.

Venendo ora alle prospettive di impiego del nostro contingente nei prossimi mesi, evidenzio come, a partire dal prossimo mese di Agosto, la responsabilità nella Regione della Capitale passerà alla Francia. Ciò consentirà di ridurre in maniera significativa la presenza nazionale in detta area. Si manterranno, comunque, forze di manovra idonee a garantire il passaggio graduale della responsabilità per la sicurezza della Capitale alle Forze afgane, secondo i tempi e le modalità pianificate dalla NATO.

Per quanto attiene alla Regione Ovest, è stata da tempo rilevata la necessità di aumentare le capacità di sorveglianza e controllo del territorio della sua porzione più meridionale, dove si sono manifestati preoccupanti episodi di violenza.

Tale esigenza potrà essere soddisfatta a partire dal prossimo mese di Ottobre, attraverso una graduale immissione di una parte degli assetti, resi disponibili dalle “economie” operate nella Regione di Kabul. Il rafforzamento della nostra presenza nella Regione occidentale permetterà una nuova articolazione del Contingente nazionale, che potrà disporre di maggiori capacità di manovra, e potrà incrementare ulteriormente il contributo alla formazione ed all’assistenza all’Esercito nazionale afgano.

E’ altresì all’esame l’ipotesi del rafforzamento della componente aerea per conferire un maggior livello di efficacia e di protezione al contingente già schierato.

Ribadisco l’importanza di trasferire le responsabilità della sicurezza alle Forze afgane; si tratta del vero obiettivo strategico da perseguire, pienamente condiviso da tutta l’Alleanza. Anche l’adeguamento progressivo del nostro Contingente è quindi finalizzato al raggiungimento di questo obiettivo.

In sintesi, la ristrutturazione che vi ho esposto per l’intero Teatro afghano vedrà nel breve periodo, entro Agosto 2008, una significativa riduzione della presenza dei nostri militari nel Paese, dagli attuali 2.600 a circa 2.000/2.100. Nel medio periodo, a partire da Ottobre 2008, si avrà invece un parziale rischieramento, raggiungendo entro Dicembre 2008 circa 2.400 unità con un impegno comunque inferiore alla presenza attuale, anche se in media leggermente superiore alle 2.350 unità  finanziate con le disposizioni in vigore.

Voglio adesso esaminare il tema dei “caveat”, relativi all’impiego del nostro Contingente, di cui tanto è stato discusso sui media nei giorni scorsi, spesso in maniera non del tutto esatta.

A tale proposito mi preme evidenziare che già dall’inizio del dispiegamento dei nostri militari il loro impiego era stato reso possibile senza limitazioni di movimento nelle Regioni Ovest, Nord e della Capitale.

Contestualmente i Comandanti nazionali possono, comunque, disporre l’impiego dei propri assetti anche al di fuori di tali aree, e quindi pure nelle Regioni Est e Sud, per operazioni di eccezionale necessità ed urgenza, soprattutto tese a salvare la vita dei militari della coalizione – le cosiddette “in extremis operations” - nonché su richiesta del Comando ISAF, per operazioni specifiche e limitate in tempi ben definiti, ma in tal caso previa autorizzazione da parte delle superiori Autorità italiane, che si riservano di fornire risposta al Comando ISAF entro 72 ore dalla richiesta.

L’ipotesi concordata con i nostri Vertici militari, sentiti gli Alleati, è quella di trasformare questo “caveat” in un “clarifyng remark” (nota di chiarificazione), facendo in modo che l’autorizzazione prevista venga concessa di volta in volta e per ogni singola esigenza, mediante il consolidamento di un opportuno processo informativo e decisionale nazionale che potrà completarsi, al posto delle attuali 72 ore, in una tempistica massima di 6 ore dalla richiesta. Ciò significa una maggiore tempestività di impiego delle nostre forze sul terreno laddove una situazione improvvisa lo richiedesse, a sostegno delle richieste dei nostri Alleati, conferendo in tal modo una maggiore flessibilità al sistema.

Questa variante non deve portare a preoccupazioni in ordine ad un eventuale “nuovo utilizzo del contingente“ e alla possibilità che esso possa “intraprendere azioni di guerra”, come enfaticamente – ma anche erroneamente – riportato sulla stampa nei giorni scorsi. Voglio ricordare che l’eventuale uso della forza da parte dei nostri militari avviene unicamente in funzione delle circostanze ed in misura proporzionale alla situazione, nel rispetto del diritto internazionale, delle norme e degli usi sui conflitti armati, nonché delle leggi e dei regolamenti nazionali ed in coerenza con quelle delle forze cooperanti.

Per concludere prendo in prestito le parole del Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, che ha recentemente ribadito come la missione in Afghanistan rappresenti uno dei compiti più impegnativi che l’Alleanza abbia mai assunto dalla sua costituzione; ma essa costituisce un contributo determinante alla sicurezza internazionale. Per questo intendiamo continuare ad onorare il nostro impegno in Afghanistan in uno spirito di coesione, continuità e condivisione con i nostri partner della NATO e dell’Unione Europea, nel pieno rispetto delle pertinenti risoluzioni ONU. Sono queste, condivisione e continuità, le parole chiave che caratterizzano la nostra visione di politica militare sull’Afghanistan. Continuità nell’impegno e condivisione delle responsabilità.

Passo ora agli sviluppi relativi al Libano.
Come noto, il Paese ha attraversato nelle ultime settimane una fase di particolare tensione, legata agli sviluppi politici interni, che hanno ancora una volta riproposto il problema del confronto, anche violento, fra le varie fazioni politiche esistenti. Tale situazione di tensione sembra al momento essersi allentata, con l’elezione alla Presidenza della Repubblica del Generale Suleyman, già Comandante delle Forze armate libanesi, figura rispettata da tutte la parti in lotta.
L’obiettivo dell’attuale missione UNIFIL - è importante ricordarlo -  è quello di assistere il Governo libanese ad esercitare la sua sovranità nel Paese e quello di sostenere le Forze armate libanesi, sulla base di loro richieste in tal senso, nel garantire la sicurezza in una specifica area di responsabilità (localizzata nel sud del Libano, nella fascia compresa tra il fiume Litani e la “linea blu” di separazione con Israele), per assicurare che questa zona non venga utilizzata per alcun tipo d'atto ostile.

UNIFIL, il cui comando è affidato dal Febbraio del 2007 ad un Generale italiano, ha raggiunto una consistenza di circa 13.000 militari appartenenti a 28 nazioni, e l’attuale contributo di forze nazionali è di circa 2.700 militari.

Il principale elemento di novità relativo a questa missione nell’anno in corso è rappresentato dall’impiego della Forza Navale Europea (EUROMARFOR, i cui 4 Paesi membri sono: Francia, Portogallo, Spagna e Italia), quale Comando Multinazionale della Maritime Task Force in Libano, Task Force che include anche Unità navali di Germania, Grecia e Turchia. Dal 29 febbraio scorso EUROMARFOR è subentrata alle Forze navali tedesche ed è attualmente a guida italiana. L’Italia, da parte sua, garantisce la presenza di due Unità navali della Marina Militare e lo Staff di Comando della Forza. L'impiego della Maritime Task Force 448, nelle acque prospicienti le coste libanesi, è finalizzata ad impedire il traffico di armi illegali dal mare verso il Libano ed a far rispettare le risoluzioni ONU 1701 e 1773.

Approfondimenti
Resoconti della IV Commissione Difesa

Pagina pubblicata il 05-03-2011