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Audizione del:

18 giugno 2008 , Roma

Audizione del Ministro della Difesa, On. Avv. Ignazio La Russa, presso la 4^ Commissione Senato e IV^ Commissione Camera riunite, sulle linee programmatiche del Dicastero

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati,

Oggi fornirò un punto di situazione su quanto la Difesa sta facendo, negli ambiti di sua competenza, e indicherò le linee generali lungo le quali intende svilupparsi l’azione del Dicastero.

Lascerò all’iniziativa di vostre eventuali domande lo spunto per trattare temi specifici di più immediato interesse. Qualora il tempo a nostra disposizione non dovesse essere sufficiente ad approfondire tutti gli argomenti, non mancheranno le occasioni per riprenderli e sin d’ora dichiaro la mia disponibilità per incontri successivi.

Con la fine della “Guerra Fredda” e la caduta del “Muro di Berlino”, ovviamente , la nostra sicurezza è sostanzialmente migliorata. La probabilità di un conflitto in Europa si è drasticamente assottigliata. Per l’Italia, il rischio che il nostro territorio – o i nostri interessi vitali – siano direttamente minacciati da una potenza ostile è decisamente diminuito.

Ma in questi anni abbiamo anche dovuto imparare quante nuove forme possa assumere la guerra. Abbiamo imparato che i conflitti violenti, distruttivi, possono materializzarsi anche al di fuori degli schemi tipici delle guerre del Secolo Ventesimo. Possono sorgere fuori dalle contrapposizioni politiche, e ai margini delle contrapposizioni ideologiche.

Esistono ormai molteplici esempi di nuovi conflitti, materializzatisi a cavallo di questi due secoli, in cui i fattori culturali prevalgono nettamente su quelli materiali. In queste circostanze, non sono indispensabili grandi e complessi apparati militari per portare l’offesa contro la popolazione di chi si considera nemico.

Siamo in un’epoca in cui gli atti di macro-terrorismo possono causare più vittime di alcune forme di conflittualità tradizionale. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle –ricordo che fra le vittime dell’11 settembre 2001 vi erano cittadini di 90 Paesi – quanto brutale possa essere il terrorismo moderno; ma possiamo valutare quali siano le sue potenzialità distruttive, specie se associate all’impiego di armi di distruzione di massa.

Abbiamo assistito con altrettanto orrore all’esplosione della violenza in quei contesti dove le Istituzioni statali sono collassate, dove le organizzazioni pubbliche deputate al mantenimento dell’ordine e della sicurezza sono venute meno. In troppe parti del mondo gruppi armati irregolari, bande criminali, eserciti privati di “signori della guerra” sono protagonisti di una ritrovata conflittualità pre-moderna.

Nel contempo, l’ipotesi di un conflitto tradizionale, che veda l’impiego di sistemi d’arma sofisticati e di eserciti organizzati, non è affatto tramontata, e il cospicuo aumento dei bilanci e degli apparati militari di molti Paesi è cosa da non sottovalutare. Tale minaccia si è allontanata – geograficamente parlando – dal nostro Paese. Ma la diffusione di nuove tecnologie, penso ad esempio ai vettori missilistici, fa sì che la semplice distanza geografica non possa più offrire quel grado di protezione cui eravamo abituati.

Queste, in estrema sintesi, sono le caratteristiche e le dinamiche dell’odierno scenario di sicurezza. Esiste una minaccia diffusa, in parte già in atto, di conflitto a bassa intensità; ed esiste una minaccia latente di conflitti su larga scala, magari innescati dalla destabilizzazione di alcune regioni geografiche di importanza strategica.

Abbiamo quindi bisogno, senza ombra di dubbio, di adeguate capacità di difesa:
per  (1) fronteggiare le minacce esistenti, per (2) gestire le crisi ricorrenti, per (3) contenere i conflitti in atto e per (4) evitare che esplodano conflitti ancora peggiori.

Si tratta di una pluralità di funzioni, di compiti, che attribuiamo alla nostra “Politica di Difesa”. A compiti e funzioni così diversificati deve corrispondere necessariamente un’altrettanto diversificata disponibilità di strumenti, di natura culturale, politica, diplomatica e – ovviamente – tecnico-militare.

Ciascuno di questi strumenti deve essere adeguato, deve essere all’altezza della sfida.
Per far sì che ciò avvenga, è indispensabile il concorso di tutte le componenti dello Stato e la vicinanza dei cittadini.

Avendo la responsabilità del Dicastero della Difesa, ho la specifica responsabilità di assicurare l’approntamento e la piena funzionalità della componente tecnico-militare dello Stato, ed è su questo aspetto che concentrerò l’attenzione.

(1) La Difesa, come detto, deve fronteggiare le minacce esistenti.

Dobbiamo quindi essere in grado di tutelare l’integrità dei nostri spazi e dei nostri interessi vitali, esercitando la nostra sovranità sul territorio nazionale, sullo spazio marittimo ed aereo, sulle vie di approvvigionamento terrestri e marittime che permettono al nostro “sistema Paese” di interagire col resto del mondo. Ciò richiede la disponibilità costante di assetti militari terrestri, navali ed aerei, mantenuti ad una adeguata prontezza, idonei per numero e qualità a svolgere tale imprescindibile funzione.

(2) La Difesa deve essere in grado di gestire le crisi ricorrenti, siano esse di carattere politico e militare, oppure di tipo umanitario, a partire da quelle che si materializzano più vicino ai nostri confini ed alle aree di particolare valenza strategica. Ciò richiede la capacità di “proiettare stabilità” là dove serve, ovvero di inviare contingenti dotati di quelle capacità squisitamente militari – ma spesso accompagnate da capacità di ricostruzione – idonee ad affrontare e possibilmente risolvere, nel più breve tempo possibile, la crisi in atto.

(3) La Difesa deve concorrere al contenimento dei conflitti in atto, anche quelli particolarmente violenti, che possono destabilizzare l’ordine e la sicurezza internazionali, con immediate ed inevitabili ripercussioni sulla sicurezza dell’Italia.

Per fare questo, dobbiamo essere in grado di proiettare – là dove serve – un credibile dispositivo militare in grado di ristabilire condizioni di pace, se del caso anche imponendole con la forza. Quella “forza giusta” e “legittima” contemplata nelle regole del diritto internazionale ed esplicitamente richiamata anche nella nostra Carta costituzionale.

(4) Infine, ma non per importanza, è nostro dovere adottare quelle misure di prevenzione e di cautela volte a scongiurare l’accendersi di conflitti su vasta scala. A tal fine, compito della Difesa è quello di mantenere una costante capacità di monitoraggio delle tendenze politiche e degli sviluppi delle capacità militari in tutte le aree del mondo di più strategica rilevanza, e di adeguare costantemente la capacità operativa delle nostre Forze armate, al fine di garantire la perdurante credibilità del valore di deterrenza che esse offrono.

Si tratta, in tutta evidenza, di compiti estremamente impegnativi, a cui è possibile far fronte solo a determinate condizioni.

In primo luogo, come già accennato, la difesa del nostro Paese richiede l’azione sinergica di tutte le componenti dello Stato. Molte delle misure di carattere difensivo sopra descritte hanno una dimensione politica e diplomatica altrettanto importante come quella tecnico-militare.

In secondo luogo, è necessario riaffermare quanto sia indispensabile che l’Italia rimanga inserita in un’ampia rete di alleanze e di accordi con gli altri Paesi. E ciò, partendo dalla constatazione che nessun Paese al Mondo è in grado di assicurarsi, da solo, un’adeguata capacità di difesa globale.

L’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea costituiscono i due pilastri dell’architettura di sicurezza dello spazio euro atlantico e l’Organizzazione delle Nazioni Unite è ancora strumento determinante per preservare l’ordine e la sicurezza complessiva.

Vorrei sottolineare, cosa che invece raramente si fa, come grazie all’esistenza di queste Organizzazioni – ho citato la NATO, l’Unione Europea, l’ONU, ma dovrei aggiungere anche l’OSCE e quelle Coalizioni che si formano caso per caso, per specifiche necessità – la sicurezza dell’Italia risulta decisamente incrementata ed assai meno onerosa.

In terzo luogo, affinché la Difesa possa concorrere alla salvaguardia della sicurezza e degli interessi nazionali, è indispensabile che essa possa contare su un flusso di risorse adeguato per volume e sostanzialmente costante nel tempo. In assenza di questa condizione, ogni ragionamento sulla efficacia e sulla credibilità della nostra azione in materia di Politica di Difesa non avrebbe senso. Difendere il Paese non è una opzione che si possa esercitare “a buon mercato”. È un’attività onerosa, ma che va svolta pienamente, perché l’alternativa di avere un Paese indifeso è enormemente più costosa. Senza la disponibilità di risorse adeguate al mantenimento di capacità credibili, ogni spesa per la Difesa sarebbe, paradossalmente, inutile spreco.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati,

passo ora a descrivere più nel dettaglio le principali linee guida che il Governo intende perseguire nel corso di questa Legislatura, relativamente all’approntamento del nostro strumento di difesa ed al suo concreto impiego.

Da più di dieci anni la Difesa ha avviato un processo di verifica e di razionalizzazione della struttura delle Forze armate. In particolare, con la  legge n. 331 del 14 novembre 2000 si è chiaramente definito il percorso per la trasformazione dello strumento militare in un “modello basato totalmente sul reclutamento di volontari”, pur non escludendo il ricorso alla coscrizione obbligatoria, in casi di estrema necessità.

I pilastri della trasformazione poggiano sul conseguimento entro il 2007 di un “Modello Professionale” di Forze armate composte – esclusi i Carabinieri – da 190.000 militari (112.000 dell’Esercito, 34.000 della Marina e 44.000 dell’Aeronautica), Modello conformato al raggiungimento di alcuni specifici obiettivi: l’integrazione interforze delle componenti e delle funzioni militari in grado di operare in modo unitario; l’interoperabilità multinazionale, cioè la capacità di operare con efficacia insieme ai nostri principali alleati europei e transatlantici; la capacità di operare fuori dai confini nazionali per far fronte alle nuove missioni; il mantenimento in efficienza e la modernizzazione qualitativa e tecnologica dello strumento, cioè di tutte le Forze Armate.

L’obiettivo di giungere al “Modello Professionale” con un volume complessivo di 190.000 unità entro il 2007 è stato conseguito; sussistono tuttavia nodi irrisolti circa la consistenza delle varie categorie di personale delle Forze armate, che entro il 2021 dovrebbero comprendere 22.250 Ufficiali, 22.415 Marescialli, 38.532 Sergenti e 103.803 Volontari, di cui circa 61.000 in servizio permanente.

Permangono, a tutt’oggi, forti squilibri tra le varie categorie di personale, squilibri che dovranno essere eliminati diminuendo gradualmente il numero degli Ufficiali e soprattutto quello dei Marescialli. Di questi ultimi si contano oggi circa 41.000 unità in più di quelli previsti a regime, e dovranno essere sostituiti nelle loro funzioni da Sergenti e da Volontari di truppa. Al momento, il rapporto fra Ufficiali e Marescialli, da una parte, e Sergenti e Volontari di truppa, dall’altro è di circa 1 a 1, a fronte dell’obiettivo finale, previsto nel 2021, di 1 a 3, assolutamente analogo a quello di Paesi che storicamente possiedono lo strumento professionale.

Tale situazione di squilibrio si è determinata per l’aumento dei limiti d’età per il pensionamento, che per i Sottufficiali è passata da 56 a 60 anni, nonché per il mancato funzionamento della norma che avrebbe dovuto consentire il transito di Ufficiali e Sottufficiali in altre componenti della Pubblica Amministrazione.

Negli ultimi anni si è proceduto a contenere i reclutamenti di Ufficiali e Sottufficiali, ma la carenza complessiva di risorse ha anche imposto di ridurre il numero di reclutamenti dei giovani Volontari, tantoché nel 2008 è stata prevista una forza bilanciata di circa 187.000 unità, minore di 3.000 unità rispetto al volume organico complessivo consentito dalla Legge.

Appare pertanto necessario rifinanziare la norma, in vigore fino al 2021, che agevola l’esodo di quel personale militare, soprattutto Marescialli, che si trovi a meno di cinque anni dal limite di età, per cercare di riequilibrare il rapporto tra Quadri e Truppa, potendosi considerare che nel tempo ciò comporterà una diminuzione delle spese per il Personale, visto che dovrebbero essere retribuite categorie meno costose.
Va, al riguardo, considerato che la norma inserita nella legge Finanziaria 2008 per consentire il transito di contingenti di Marescialli delle Forze armate nelle Forze di polizia ad ordinamento civile e militare non può avere, comunque, la stessa efficacia della disposizione per l’esodo, vista la possibile temporaneità dei suoi effetti e la minore rispondenza all’esigenza delle Forze armate di transitare personale più anziano, a fronte dell’opposta, comprensibile, aspirazione delle Forze di polizia di disporre di personale più giovane.

Affinché il “nuovo Modello” professionale di Forze armate abbia realmente successo, è però indispensabile non fermarsi al solo aspetto – pur fondamentale – del reclutamento di personale della giusta tipologia e della giusta qualità. Le Forze armate – tanto più se ridotte nei numeri – devono poter disporre di dotazioni, equipaggiamenti e mezzi adeguati alle loro esigenze.

A tal proposito, si deve ricordare come i programmi di ammodernamento delle Forze armate impieghino ingenti risorse economiche e si sviluppino su archi temporali assai lunghi. Tra la definizione delle caratteristiche di un nuovo sistema d’arma e la sua produzione ed introduzione in servizio possono passare anche due decenni, mentre nel corso della sua vita utile, che può anche superare i tre decenni, intervengono poi fasi di revisione ed ammodernamento. Ciò vale in particolare per i mezzi aerei e navali, ma anche in buona misura per quelli terrestri.

In altri termini, i mezzi e gli equipaggiamenti più importanti delle nostre Forze armate hanno una vita che - dalla loro concezione al ritiro per obsolescenza – può raggiungere il mezzo secolo.

Si comprende quindi come la politica di approvvigionamento debba basarsi su scelte responsabili e particolarmente lungimiranti. Dobbiamo perciò assicurare un livello di risorse per l’ammodernamento delle Forze armate il più possibile costante nel tempo, con tendenze di medio e lungo periodo sostanzialmente stabili.

In tale ambito si deve poi considerare come, ormai da tempo, la gran parte dei sistemi più complessi e costosi sono prodotti ed acquisiti da gruppi di Paesi alleati che condividono in tal modo gli oneri particolarmente elevati della ricerca e dello sviluppo tecnologico. Negli anni ciò ha portato ad un consolidamento sia della “domanda” di sistemi per la difesa – penso ad esempio al crescente ruolo dell’Agenzia della Difesa dell’Unione Europea, che opera appunto per ottimizzare la cooperazione fra Paesi dell’Unione nell’acquisto dei sistemi d’arma – sia nel settore della “offerta”, mediante la fusione di alcune delle principali industrie della Difesa europee.

Questa evoluzione ha permesso di migliorare la qualità della spesa militare, riducendo i costi unitari di produzione e di mantenimento dei sistemi più sofisticati, e rappresenta un deciso passo avanti, anche per l’interoperabilità fra Forze armate di Paesi alleati.

D’altra parte ciò determina rilevanti vincoli alle scelte nazionali in termini di “Politica degli armamenti” per la necessità di rispettare gli impegni assunti con gli altri Membri di consorzi dei diversi programmi comuni di sviluppo ed acquisizione già avviati.

Il Governo, ben consapevole di tutto ciò, resta comunque favorevole a questa evoluzione “qualitativa” nella “politica degli armamenti”, che prevede una sempre maggiore integrazione con gli alleati.

Ulteriore aspetto da affrontare è quello delle attività di preparazione all’impiego. Si tratta del vitale settore dell’addestramento del personale e della manutenzione dei mezzi e degli equipaggiamenti.

Non basta, evidentemente, disporre di militari professionisti, se non si mantiene elevato il loro livello di addestramento. Non basta avere mezzi moderni ed adeguati, se per tali mezzi non sono disponibili pezzi di ricambio che ne consentano un congruo utilizzo in esercitazione ed in caso di operazioni reali.

Il settore che viene in gergo detto “dell’esercizio” deve essere considerato assolutamente critico non solo per il raggiungimento delle capacità effettive delle Forze armate, ma anche per conferire coerenza alle spese sostenute nei settori del Personale e dell’Ammodernamento dei mezzi e degli equipaggiamenti.

Ebbene, le nostre Forze armate soffrono, da molti anni, di una sostanziale carenza di risorse proprio in questo critico settore, il settore dell’esercizio, del “funzionamento”.

Ciò ha determinato, con il passare degli anni, la riduzione dei livelli di addestramento delle nostre Unità. I nostri piloti volano poco; la Navi escono poco in mare; l’Esercito conduce poche esercitazioni. In breve, le capacità operative effettivamente esprimibili sono inferiori a quelle potenzialmente raggiungibili, in virtù della qualità del personale e degli equipaggiamenti a disposizione. E sono ormai ad un punto critico, anche in riferimento alla non meno importante motivazione del personale.

Tornerò fra breve su questo aspetto; ora desidero trattare brevemente dell’impiego dello strumento militare.

Come detto in apertura, le nostre Forze armate operano ogni giorno, senza soluzione di continuità, per la tutela dell’integrità degli spazi posti sotto la nostra sovranità, spesso in forma integrata con quanto attuato dai nostri Alleati. Il Servizio di Difesa Aerea, ad esempio, è svolto in stretto coordinamento con gli altri Paesi della NATO, affinché i velivoli non identificati che entrano nello spazio aereo di ciascun Paese dell’Alleanza possano essere seguiti durante tutto il loro volo, senza interruzione, anche nei momenti successivi.

Qualcosa di molto simile avviene anche in mare, dove, ad esempio, la nostra Marina concorre con quelle alleate nel contrasto ai traffici illeciti, alla pirateria, al terrorismo.

La forma di più intenso impiego delle Forze armate è attualmente, come ben noto, quella relativa alla partecipazioni alle missioni all’estero.

Una settimana fa ho potuto riferire a queste Commissioni circa l’andamento delle nostre missioni militari all’estero; ritengo perciò superfluo tornare dettagliatamente sull’argomento.

Ricordo solo come – in stretta aderenza con le linee guida in tema di Politica estera – le nostre missioni militari si svolgono sotto l’egida della NATO, dell’Unione Europea, dell’ONU, di Coalizioni ad hoc e in alcuni casi sulla base di accordi bilaterali. In altri termini, le missioni militari all’estero sono al tempo stesso l’espressione e il seme della fitta rete di relazioni internazionali in cui è inserito ed opera il nostro Paese.

Ciò garantisce all’Italia il miglior perseguimento dei suoi interessi strategici, ed una ottimizzazione delle risorse dedicate. Nondimeno, esser parte di un “sistema” di relazioni internazionali impone anche doveri, di natura politica prima che giuridica.

Il Governo conferma di voler onorare al meglio gli impegni internazionali sottoscritti dall’Italia per la partecipazione alle operazioni militari, adeguando costantemente sia le dotazioni, sia i criteri di impiego dei nostri Contingenti, in funzione degli obiettivi condivisi con gli alleati.

A tal proposito, il Governo è consapevole della necessità di garantire anche un corretto flusso di risorse finanziarie, giacché l’impiego delle Forze armate in tali missioni “fuori area” determina una elevatissima usura dei mezzi e degli equipaggiamenti, con anticipata loro obsolescenza.

Viceversa da diversi anni i fondi aggiuntivi messi a disposizione non sono sufficienti a coprire gli effettivi costi indotti dalla partecipazione alle missioni internazionali. A ciò si intende porre rimedio.

Con questo, torno al nodo ineludibile delle risorse, cioè dell’adeguatezza degli stanziamenti complessivi, a fronte dei compiti assegnati alla Difesa e degli impegni correnti.

Nel 2008, la cosiddetta “Funzione Difesa”, ovverosia la parte del Bilancio della Difesa direttamente destinata alle Forze armate ed ai loro compiti militari, risulta inferiore all’1% del Prodotto Interno Lordo.

Questo livello di stanziamenti non è adeguato a soddisfare le necessità esistenti oggi e quelle previste per l’immediato futuro. Il Dicastero intende quindi elaborare un progetto pluriennale che porti, nel corso dell’intera Legislatura, all’incremento delle disponibilità per la Funzione Difesa. Il cui primo essenziale passo è rappresentato dalle proposte di Bilancio 2009, in corso di formulazione, che prevedono uno stanziamento per la Funzione Difesa pari all’1,04% del PIL. Non è inutile ricordare come l’impegno dell’Italia per la sicurezza globale sia spesso di gran lunga superiore a quello di Paesi che destinano alla loro Difesa percentuali ben più elevate del loro PIL.

Ciò consentirebbe l’avvio di quelle indispensabili azioni a sostegno di settori di assoluta importanza, quali la formazione e l’addestramento, l’efficienza dei mezzi e dei sistemi d’arma, la manutenzione delle infrastrutture, il reintegro delle scorte di carbolubrificanti, munizioni e parti di ricambio, ed anche un limitato avvio di nuovi programmi di ammodernamento e rinnovamento dei mezzi.

Voglio poi sottolineare come anche la cosiddetta “Funzione Sicurezza Pubblica”, ovvero la componente del Bilancio assegnata all’Arma dei Carabinieri, soffra di una cronica carenza di risorse, sia nel settore del funzionamento, sia in quello dell’investimento.

Quest’ultimo è risultato nei tempi recenti particolarmente carente e ciò ha determinato situazioni critiche per il “parco automobilistico e dei mezzi” da impiegare sul territorio nazionale e “fuori area”. Voglio qui ricordare brevemente gli aspetti cruciali che interessano l’Arma dei Carabinieri.

Un primo aspetto riguarda la carenza di oltre 7.200 unità rispetto agli organici. E’ prioritariamente necessario svincolare il turn-over annuale di circa 1.800 unità dal regime autorizzatorio delle assunzioni (nel 2007 sono state solo 700). Sarà, inoltre, indispensabile assicurare il recupero graduale delle carenze sinora accumulate.

Particolare rilievo assume poi l’insufficienza di risorse finanziarie per il potenziamento. Nel 2008, sono stati destinati all’Arma solo 14,9 Milioni di Euro rispetto ai 100 Milioni di Euro preventivati. Il rinnovo del parco veicoli è di estrema urgenza e, solo per la sostituzione, servirebbero circa 80 Milioni di Euro. Non minori problemi pongono le scarse risorse per l’esercizio così come già detto per le altre Forze Armate.

Anche in questo senso dovranno quindi essere reperite, nei prossimi anni, risorse adeguate.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati,

desidero ora indicare sinteticamente altri importanti elementi di Politica della Difesa che intendo perseguire nel corso del mio mandato.

(Concorso delle Forze armate in situazioni di straordinaria necessità ed urgenza)

E’ intendimento del Governo, come già dimostra la presentazione dell’emendamento al provvedimento in tema di sicurezza all’esame del Parlamento, implementare significativamente e concretamente le capacità di intervento delle Forze armate per esigenze urgenti e straordinarie o emergenziali. Si consideri, infatti, che i volontari reclutati nelle Forze armate sono garanzia di continuità di servizio. Di conseguenza, ogni investimento per accrescerne le capacità e le professionalità anche in questo ambito risulta utile e fruttuoso, tanto più che buona parte di questi militari sono destinati, poi, ad alimentare i ruoli delle Forze di Polizia e dei Vigili del fuoco, come previsto dal DPR 332 del 1997 e dalla legge 226 del 2004.

Il proposto impiego di militari delle Forze armate in attività di sorveglianza di siti sensibili nonché di perlustrazione congiunta con le Forze di Polizia ha quindi una duplice razionalità: “interna”, giacché incrementa il bagaglio professionale dei giovani militari, ed ”esterna”, verso la pubblica opinione, poiché ribadisce l’autorità dello Stato attraverso l’impiego di quella forza “giusta” incarnata dalle Forze armate.

(Sensibilizzazione dei giovani al problema della Difesa)

Ritengo importante favorire un rinnovato coinvolgimento dei cittadini verso il mondo militare ed i temi della Difesa. Ciò soprattutto in riferimento alle giovani generazioni le quali rappresentano quella parte vitale della società che, a seguito della sospensione del servizio militare obbligatorio, rischia però di allontanarsi dalla conoscenza di quei valori di cui sono portatrici le nostre Forze armate.

Come noto, l’attuale quadro normativo ha disposto la sospensione e non già l’abolizione del servizio di leva, in quanto l’art. 52 della Costituzione, nel sancire che la difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino, stabilisce che il servizio militare è obbligatorio nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge.

Perciò la Legge 14 novembre 2000, n. 331, prevede che il servizio militare obbligatorio possa essere ripristinato qualora ricorrano situazioni particolari di grave emergenza, non altrimenti fronteggiabili con il personale in servizio.

Nel corso della precedente Legislatura, molto opportunamente sono state  impartite disposizioni per la ripresa dell’inoltro - interrotto nel 2005 - delle liste di leva da parte delle Amministrazioni comunali verso i competenti organismi della Difesa deputati a svolgere le attività di selezione e reclutamento del personale in caso di necessità.

A parte ciò, occorre però valutare iniziative finalizzate ad una maggiore “sensibilizzazione” del mondo giovanile al problema della Difesa nazionale e ai doveri che ne derivano per tutti i cittadini, in armi e non.

Quale prima iniziativa per non disperdere ed anzi rafforzare il legame Nazione-Forze armate, in analogia a quanto già in atto in altri Paesi alleati, si ipotizza l’istituzione di una “giornata dedicata alla conoscenza della Difesa” (paragonabile alla così detta “Journée d’appel de préparation à la Défense” da tempo istituita in Francia).

In particolare, si tratterebbe di un momento di formazione per i ragazzi e le ragazze, da svolgere entro il 18° anno d’età, che potrebbe consistere in una giornata da trascorrere presso vari Enti militari collocati sul territorio nazionale, finalizzata a far comprendere ai giovani i compiti assegnati alle Forze Armate a tutela della sovranità e dell’indipendenza nazionale, ma anche della pace e della stabilizzazione internazionale.

L’occasione sarebbe funzionale per poter anche effettuare uno “screening” sanitario generale su omogenee classi d’età, nonché per mettere in contatto i giovani con la comunità militare e far loro scoprire le numerose possibilità d’arruolamento ed impiego che la Difesa può oggi offrire.

L’obiettivo “ottimale”, ancorché più ambizioso per le implicazioni di carattere organizzativo e finanziario a carico della Difesa, prevede nel tempo medio un’iniziativa che consenta ai giovani, tra i 18 e i 25 anni, la frequenza su base volontaria di “stage”, della durata di circa un mese, finalizzati a fornire i primi rudimenti di preparazione atletico-militare, di formazione civica e d’impostazione per future attività di volontariato civile.

(Riordino delle carriere e dei ruoli)

Un’altra questione cui annetto particolare rilievo è quella relativa al riordino delle carriere del personale delle Forze armate e dell’Arma dei Carabinieri, da realizzare con un intervento normativo organico su tutti i ruoli, per incrementarne la funzionalità e per valorizzarne le risorse umane, anche attraverso il necessario adeguamento delle dinamiche di carriera alle riforme e alle riqualificazioni professionali intervenute negli ultimi anni nel settore del pubblico impiego.

L’iniziativa, avviata nella XIV Legislatura, andrà sviluppata con determinazione, allocando via via le risorse finanziarie necessarie.

In sostanza, si tratta di mettere mano a provvedimenti collegati al riconoscimento degli aspetti più qualificanti della “condizione militare” intesa come l’insieme di leggi, norme e disposizioni che regolano i vari aspetti della vita militare (l’appartenenza cioè di un cittadino alle Forze armate) e che individuano una serie di obblighi e restrizioni che hanno una loro specificità.

La connessione di tale “specificità” con il trattamento economico è evidente e, negli ultimi anni, tale rapporto è stato già avviato. Basti pensare all’introduzione, nel 2003, di un apposito sistema stipendiale per le Forze armate e per le Forze di polizia, basato sui parametri, che vuole compensare il grado e l’anzianità in una scala di valori differenti dal resto del Pubblico Impiego, ed a cui si aggiungono specifiche indennità.

Nel dettaglio, sarà necessario evitare ogni ipotesi di elevazione dell’età per il pensionamento anticipato; introdurre coefficienti di trasformazione più favorevoli, rispetto alla generalità del pubblico impiego; prevedere ulteriori specifici interventi di natura giuridica ed economica.

La “specificità”, inoltre, dovrà concretizzare mirati incrementi retributivi per il personale (previo aumento delle risorse contrattuali), allo scopo di ripristinare il potere di acquisto degli stipendi.

Il riconoscimento della specificità del “Comparto Difesa e Sicurezza” deve opportunamente sostanziarsi, come invece non è avvenuto negli ultimi anni inducendo alcuni settori del COCER Interforze ad aspirare ad una sorta di “sindacalizzazione” che, viceversa, è da escludersi non apparendo compatibile con lo “status” e le finalità delle Forze armate (Carabinieri compresi), come più volte per altro ribadito anche dalla Corte Costituzionale.

(Rappresentanza militare)

A ciò si collega la questione dell’adeguamento del sistema della Rappresentanza Militare, che consente di disporre di un organismo dotato di una effettiva rappresentatività e capacità propositiva e consultiva nell’ambito della condizione militare.

Le vigenti disposizioni, salve alcune modifiche introdotte dal precedente Governo Berlusconi (estensione della durata del mandato da tre a quattro anni e possibilità di una rielezione immediata), risalgono a 30 anni fa e, sebbene abbiano consentito di valorizzare l’apporto della “base” su questioni concernenti il personale militare, non tengono conto dei cambiamenti epocali avvenuti nelle Forze armate, quali la sospensione del servizio di leva obbligatorio e l’ingresso del personale femminile.

(Qualità della vita del personale)

Grande importanza ritengo debba essere attribuita al tema della “qualità della vita” del personale, che costituisce la risorsa più preziosa per l’Istituzione militare, indispensabile per conseguire il necessario grado di efficacia ed efficienza, e quell’indispensabile capacità di adeguarsi prontamente alle sempre più complesse e mutevoli necessità. Il personale militare, oltre che qualificato, deve essere anche fortemente motivato e in questo senso il suo benessere riveste importanza primaria e strategica. Per questo a diversi settori, come quello previdenziale e abitativo, dovranno essere dedicate opportune energie e risorse, con soluzione, per esempio, del problema della riforma delle Casse Militari di Ufficiali e Sottufficiali, salvaguardando le legittime aspettative ed i diritti maturati dal personale di questi ruoli che per anni hanno versato i propri contributi previdenziali.

(Questione alloggiativa del personale militare)

Ugualmente va affrontata la questione alloggiativa del personale militare che è particolarmente sentita, specialmente in località ad alta tensione abitativa, come Roma, Milano, Bari, ecc., sia da parte degli Stati Maggiori delle Forze armate sia da parte del personale.
La carenza di alloggi condiziona fortemente la mobilità del personale militare e, di riflesso, anche l’efficienza addestrativa e operativa degli Enti e Reparti militari, ma in debito conto va tenuta anche la legittima aspirazione di molta parte del personale di assicurare al proprio nucleo familiare un’abitazione dignitosa. E’ a tutti noto come tale risultato sia difficilmente conseguibile con le retribuzioni del personale militare, considerati anche i numerosi trasferimenti di sede e, specialmente, gli attuali prezzi di mercato degli immobili.

Non voglio oggi addentrarmi, per ovvi motivi di tempo, in una lunga e complessa disamina dei vari passaggi normativi che negli anni  hanno segnato la materia già a partire dal 1978, ma intendo limitarmi a richiamare gli ultimi sviluppi introdotti dalla legge n. 244/2007 (finanziaria 2008) che all’art. 2, commi da 627 a 631, dispone la predisposizione di un programma pluriennale per la costruzione, acquisto, e ristrutturazione di alloggi di servizio.

Il programma, finanziato inizialmente con la vendita di almeno tremila alloggi e poi con altre iniziative del tipo “project financing”, dovrà essere attuato mediante l’adozione di un apposito regolamento.

In tale contesto, l’unica soluzione che appare ragionevolmente perseguibile, in grado di conciliare sia le esigenze del personale sia la funzionalità delle Forze Armate, appare, al momento, quella “patrimoniale”, cioè la realizzazione di alloggi, su aree demaniali e con il concorso di capitali privati, da concedere al personale militare a canone prestabilito (ed idoneo al conseguimento dell’equilibrio economico dell’investitore), prevedendo la possibilità di un loro riscatto anche “differito” (si paga il canone nelle varie località di servizio per poi riscattare l’alloggio nella sede prescelta dall’interessato).

(Tutela della sicurezza e della salute)

Anche alla tutela della salute il Dicastero intende assicurare la massima attenzione.
In primo luogo si continuerà ad affrontare la problematica delle gravi patologie che colpiscono i militari, attraverso le iniziative già avviate in precedenza e conformemente a quanto raccomandato nelle relazioni conclusive delle due Commissioni Parlamentari d’inchiesta sull’argomento, istituite nella XIV e nella XV legislatura.

Ricordo che entrambe le Commissioni hanno indagato sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito i militari con particolare attenzione a quelli impegnati in missioni internazionali. Si è indagato sui possibili effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e della dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico.
Il Dicastero continuerà nell’opera indirizzata a elaborare una precisa statistica del fenomeno, a migliorare le procedure  di sostegno e di indennizzo ai familiari del personale colpito, e a perfezionare le metodologie di prevenzione.

Ricordo d’altronde come non esistano certezze scientifiche sul fenomeno. Anche le conclusioni dei lavori della Commissione d’inchiesta che ha operato nella precedente Legislatura, hanno confermato la non dimostrabilità dell’esistenza di un nesso causale fra le patologie riscontrate in alcuni militari reduci dai Teatri e l’eventuale presenza di uranio impoverito o di altri fattori ambientali tipici dei teatri di operazioni. Tuttavia la Commissione ha evidenziato che il manifestarsi della malattia dovrebbe costituire di per sé elemento sufficiente, secondo un criterio di probabilità, a determinare il diritto per le vittime delle patologie e per i loro familiari agli indennizzi previsti dalla legislazione vigente. Questa indicazione si basa sul fatto che non si può dimostrare, ma neanche escludere il nesso di causalità. In un’ottica di massima tutela del personale, il riconoscimento della causa di servizio dovrebbe basarsi su una “presunzione di causa”. La Difesa concorda con questa visione. Ma va ricordato che quello dei risarcimenti e del riconoscimento delle cause di servizio è un settore in cui l’iter procedurale si svolge esternamente all’Amministrazione della Difesa.

Intendo tuttavia confermare le linee d’azione seguite dai miei predecessori per rendere possibile tale riconoscimento, anche in assenza di precise certezze scientifiche. Le ultime normative introdotte, grazie a questa linea d’azione, già consentono potenzialmente tale eventualità, ma le procedure sono ancora estremamente complesse e devono essere  ulteriormente semplificate per garantire una piena e rapida accessibilità agli indennizzi.

Naturalmente l’azione risarcitoria non esime dal continuare con decisione anche l’opera di prevenzione. A questo fine, proprio per affrontare questa situazione di assenza di certezze scientifiche, che rende difficile anche tale prevenzione, è stato  istituito lo scorso Novembre, il “Comitato per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie del Ministero della Difesa”, costituito da illustri scienziati e studiosi del mondo universitario e della ricerca. Essi, congiuntamente ai vertici della Sanità militare, si occuperanno permanentemente delle problematiche riguardanti la materia delle gravi malattie, accumulando e valorizzando tutte le conoscenze nel settore. Si è ritenuto così di porre in sinergia le migliori risorse scientifiche del Paese per continuare ad indagare in modo sistematico sulle possibili cause delle gravi patologie, proprio  allo scopo di migliorare con continuità le procedure di prevenzione e gli equipaggiamenti di protezione.

A breve inizierà poi la prevista attività di monitoraggio ambientale nell’area del poligono di Salto di Quirra, in cui sono state coinvolte le autorità locali interessate che hanno partecipato alla stesura del Capitolato tecnico dell’operazione. I rappresentanti dei comuni e delle province interessate, nonché la Regione, con le ASL, parteciperanno, tramite una apposita Commissione mista, allo sviluppo delle analisi. Con questa complessa operazione la Difesa intende rispondere con la massima trasparenza ai timori di chi vive nelle zone adiacenti al poligono. Nei nostri poligoni d’altra parte non è mai stato usato armamento ad uranio impoverito, ma intendiamo indagare approfonditamente su ogni altro fattore che possa in ipotesi costituire elemento di rischio per la salute pubblica.

Tra l’altro, è stato anche avviato l’iter per la predisposizione del regolamento previsto dall’art. 3 del decreto legislativo n. 81 del 2008, recante norme in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, volto a definire le modalità applicative per le Forze armate, tenuto conto delle particolari esigenze di servizio e delle peculiarità dell’organizzazione dello strumento militare.

(Riforma codici militari e ordinamento giudiziario)
Sul piano normativo, costituisce indubbiamente obiettivo di primaria importanza quello della revisione dei codici penali militari, al fine di renderli strumenti normativi moderni, rispondenti alle concrete esigenze delle Forze armate connesse anche con l’impiego nelle missioni internazionali e la sospensione del servizio militare obbligatorio. Tale riforma dovrà mirare alla massima semplificazione e razionalizzazione delle norme e quindi alla realizzazione di una nuova disciplina complessiva del diritto penale militare, nell’ovvio rispetto del diritto umanitario internazionale e delle convenzioni ratificate dall’Italia.

Altro aspetto correlato è quello del completamento e della piena realizzazione della riforma dell’ordinamento giudiziario militare. La legge finanziaria 2008, all’art.2, commi da 603 a 611, ha previsto, a far data dal 1° luglio prossimo, la riduzione degli Uffici Giudiziari Militari da 9 a 3, la soppressione delle sezioni distaccate della Corte Militare di Appello e il transito di parte dei magistrati militari alla Magistratura ordinaria e di parte del personale civile, attualmente impiegato presso gli Uffici soppressi, tra le disponibilità del Dicastero della Giustizia. In conseguenza della riduzione dei carichi di lavoro si avrà quindi il ridimensionamento della struttura giudiziaria militare, con contestuale trasferimento di preziose risorse umane alla giustizia ordinaria.

(Valorizzazione del personale civile)

Il quadro che si è descritto pone, ultimo in ordine di elencazione ma non di importanza tra gli argomenti da evidenziare, l’esigenza che sia data giusta attenzione anche alla componente civile del personale della Difesa, che conta complessivamente circa 33.000 unità.

Tale personale è chiamato, oggi, a fronte del diversificato impiego delle Forze armate, a svolgere le proprie funzioni logistico – amministrative con un impegno ancora più significativo ed un apporto fondato su un accresciuto senso di appartenenza all’istituzione.
L’avvio di un concreto percorso di “rivitalizzazione” di detto personale è ritenuto dall’Amministrazione non rinviabile ma è certamente atteso anche dagli interessati.

Occorrerà salvaguardare le posizioni occupazionali nei processi di ristrutturazione in un quadro di giusto impiego e valorizzazione delle professionalità, nei differenti gradi e livelli di responsabilità.
In generale, sarà necessario sviluppare una rinnovata e stretta integrazione con la componente militare affinché si realizzi una partecipazione attiva e sinergica di tutto il personale all’ammodernamento del sistema Difesa.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati,

in conclusione di questo mio intervento, desidero ribadire, con grande convinzione, che le Forze armate e la Difesa nel suo insieme rappresentano una delle principali risorse dello Stato e della collettività nazionale.

Anche per il futuro, gli uomini e le donne con le stellette sapranno fornire il proprio contributo con quello spirito di sacrificio e di abnegazione che li ha sempre contraddistinti e che molti Paesi amici ed alleati hanno spesso riconosciuto ed anche invidiato.

Il loro comportamento conferisce lustro all’Italia tutta e può essere perciò motivo di orgoglio per i cittadini.
Per tutto ciò, occorre dare a questi uomini e donne una sicurezza e soprattutto un sostegno forte da un punto di vista sociale e politico affinché siano in grado di essere sempre all’altezza della situazione.

La trasformazione dello strumento militare è avviata, serve ora uno slancio e soprattutto una coerenza programmatica per portarla a termine.

Vi ringrazio per la Vostra pazienza e per la Vostra attenzione; rimango a Vostra disposizione per gli eventuali quesiti che vorrete pormi.

Pagina pubblicata il 05-03-2011