Difesa.it

Bandiera distintiva del Ministro della Difesa
 

Audizione del:

6 dicembre 2007 , Roma

Audizione del Ministro della Difesa, On.le Arturo Parisi, presso la Commissione d'inchiesta sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale militare italiano impiegato nelle missioni militari in campo internazionale.

Ringrazio il Presidente e tutti i membri della Commissione per l’occasione che mi è data di fornire,  a breve distanza dal mio primo precedente, un completamento e approfondimento di informazioni Nella precedente audizione ho sottolineato l’assoluto, primario interesse della Difesa a fare chiarezza sull’argomento e ho illustrato tre fronti di azione:

1. l’acquisizione dei dati sulle neoplasie maligne;
2. la ricerca delle cause;
3. la normativa risarcitoria ed assistenziale e le relative iniziative di attuazione promosse al riguardo.

Oggi intendo ripercorrere questi tre argomenti sulla base delle ultime verifiche e azioni svolte, sotto la guida del mio Ufficio di Gabinetto, congiuntamente allo Stato Maggiore della Difesa, agli Stati Maggiori delle Forze Armate, alla Direzione Generale per la Sanità Militare ed in stretto coordinamento con il Ministero della Salute.

1. l’acquisizione dei dati sulle neoplasie maligne;

Innanzitutto voglio riferire dell’aggiornamento dei dati. La volta scorsa ho fornito delle cifre del tutto preliminari, con lo scopo di delineare almeno l’ordine di grandezza del fenomeno, che sui media continuava a essere descritto con numeri che pur riferendosi ai soli militari impiegati all’estero appaiono decisamente alti.

Alcuni articoli di stampa sono arrivati infatti ad ipotizzare migliaia di casi di neoplasie maligne solo per i Balcani.

Nella mia relazione, indicai invece anche se in prima approssimazione, la cifra dei malati  nell’ordine alcune centinaia la cifra e quella dei decessi in quel momento sicuramente inferiore al centinaio. Purtroppo la guerra sulle cifre, con il contorno delle dietrologie e dei misteri non solo è continuata, ma è stata arricchita da ulteriori considerazioni riguardanti addirittura la volontà della Difesa di nascondere la verità.

A questo proposito è con dispiacere  che debbo rilevare come l’arma dei numeri e l’argomento della pretesa  reticenza della Difesa, è si a stata utilizzata in modo molto superficiale, e oggettivamente irresponsabile,  con l’effetto di produrre una attenzione mediatica  che si è aggiunta rispetto al suo rilievo oggettivo.

A impensierire  tuttavia è  che chi usa quest’arma sembra non tenere conto delle conseguenze allarmanti per chiunque si trovi oggi a operare nelle missioni militari e per i loro familiari, oltre la grave disinformazione che viene così diffusa.

Oggi mi trovo costretto pertanto a soffermarmi molto di più di quello che vorrei sulle cifre anche se, ribadisco, non sono le cifre quelle che spingono la Difesa ad agire,  ma la volontà di tutela del personale.

A questo proposito va innanzitutto precisato il campo che delimita l’indagine.

Si tratta dei casi riconosciuti di neoplasie maligne registrati in militari che hanno partecipato a missioni nei quattro teatri principali (Balcani, Iraq, Afghanistan, Libano) negli undici anni dal  1996 al 2006.  Questo scenario preciso di esame è stato definito a partire da quanto richiesto da questa Commissione. Peraltro anche per la Difesa è questo il giusto primo e principale campo su cui indagare. Questo non vuol dire assolutamente che si intende trascurare anni o situazioni che non risultino in questi limiti.

I quattro teatri sono considerati infatti, quelli dove si pensa sia stato fatto uso di armamento all’uranio impoverito, anche se esso, voglio ribadire, non è stato mai utilizzato dalle Forze Armate italiane, e in questi quattro teatri vi è stato impegnato il maggior numero di militari.

Va detto che nel periodo considerato, i militari italiani sono stati impegnati anche in decine di altre missioni all’estero. In periodi antecedenti al 1996 vi è stata la missione in Somalia, a Timor est e la prima missione in Iraq (Desert Storm). Non si intende certo trascurare chi possa essersi ammalato in queste circostanze. Ma oggi si considerano  solo questi quattro teatri, esclusivamente per ragioni di studio,  per il vasto campo che offrono ai fini della comprensione  del fenomeno.
Tuttavia devo sottolineare come le difficoltà che si sono manifestate per rilevare e classificare le situazioni patologiche sono dovute in larga misura al tipo di organizzazione oggi esistente. Le informazioni sanitarie sono infatti prevalentemente conservate presso le strutture territoriali della Difesa e mai prima d’ora è stata fatta un’opera di centralizzazione sistematica di tali dati.

Per meglio spiegare come ciò sia potuto avvenire, si deve considerare che la situazione che esiste nel mondo militare non è dissimile da ciò che accade nelle strutture sanitarie civili del paese.

I dati completi dei malati si trovano, infatti, solo presso le strutture sanitarie e ospedaliere dove il malato è stato visitato o ricoverato e solo da alcuni anni vi è in corso un’opera di centralizzazione dei dati per avere una cognizione statistica significativa che permetta di studiare i fenomeni più complessi riguardanti le gravi patologie.

I Registri Tumori, istituiti  attualmente riguardano un parte del territorio pari al 26% della popolazione civile e i dati statistici su questo fenomeno sono quindi ancora parziali anche dal punto di vista della copertura  nazionale.

Anche nella Difesa è stato compiuto uno sforzo in settori parziali per affrontare la necessità di possedere dati statistici.

In particolare, per coloro che non ne fossero a conoscenza, devo ricordare che il teatro balcanico è da tempo sotto osservazione per i casi di neoplasie maligne in ossequio alla legge 28 febbraio 2001 n°27. A seguito di questa legge è stato nominato un Comitato Scientifico che redige quadrimestralmente una relazione fornita al Parlamento da parte della Difesa e della Salute,  che riguarda le neoplasie maligne sviluppatesi nel personale impiegato in missioni nei Balcani dal 1996.

Da quella relazione è già possibile desumere una prima indicazione del fenomeno.

Siccome queste difficoltà nella rilevazione sono state scambiate per “reticenza”, ritengo utile tornare  brevemente sull’attività di raccolta dei dati già accennata nella precedente audizione.

Il punto di riferimento di questa raccolta è la richiesta di questa Commissione del giugno 2007 di una serie di dati, suddivisi in tre schede per un complesso di 35 voci e  inviata alcuni enti periferici della Difesa.

A questo proposito Il 28 giugno 2007 il Capo di Stato Maggiore della Difesa mi segnalava l’estrema difficoltà di raccogliere in poco tempo i dati richiesti, che si trovavano sparsi in varie articolazioni, di cui alcune soppresse, con gli archivi sigillati e trasferiti ad altri enti. Inoltre, mi veniva segnalato che gli Enti periferici a cui la Commissione aveva inviato la richiesta di dati, non coprivano tutta la gamma di situazioni che la Commissione chiedeva. Di ciò ho immediatamente informato la Commissione con la mia lettera del 18 luglio u.s..

Su mia personale direttiva è stato dato l’avvio a un’opera di raccolta, centralizzazione, correlazione e analisi dei dati, secondo lo schema delle tre schede inviate dalla Commissione.  Ciò è stato fatto nella consapevolezza che si debba senz’altro procedere alla creazione di una organizzazione centralizzata e informatizzata che possegga tutti i dati sanitari del personale e il suo profilo di impiego.

A questo proposito mi basta richiamare l’attenzione su che cosa può significare trasformare una organizzazione costruita su una struttura articolata in periferia, con centinaia di archivi cartacei sparsi sul territorio, in una organizzazione centralizzata che standardizzi e raccolga i dati sanitari con logica omogenea riferiti ad un periodo di undici anni, durante il quale, per effetto della trasformazione dello strumento militare, vi è stata la soppressione di molti enti e il trasferimento di numerosi archivi.

La stessa difficoltà riscontrata per i dati sanitari, esiste nel campo dell’impiego. Solo dal 2002 vi è un sistema informatizzato che consente di tracciare l’impiego del personale. Per gli anni precedenti è necessario riverificare manualmente la documentazione cartacea, anch’essa sparsa in varie articolazioni, il che significa riesaminare centinaia di migliaia di libretti personali.
Normalmente organizzazioni meno complesse di quella delle Forze Armate impiegano anni per effettuare queste trasformazioni. La Difesa si è molto impegnata anche perché spinta dall’urgenza di creare uno strumento che consenta una maggior tutela del personale e dalla necessità di rispondere ai quesiti posti, tuttavia le difficoltà strutturali e organizzative sono enormi e vorrei che fossero ben comprese.

Ripeto ancora un a volta che su questo tema la Difesa non ha nulla da nascondere né ha interesse a nascondere nulla. Deve soltanto superare quello che costituisce una autentica sfida per le sue capacità organizzative e gestionali nel dover assemblare una massa di dati così vasta, distribuita in modo disomogeneo e non automatizzato.

Il primo risultato è stato la costituzione di un elenco (che ha naturalmente richiesto diverse verifiche e approfondimenti) riguardante tutto il personale che risulta essersi ammalato di tumore maligno negli 11 anni presi in considerazione e nei quattro teatri previsti (Balcani, Iraq, Afghanistan e Libano). Nell’elenco sono indicati altresì gli esiti letali.

Si tratta di 312 casi, con esito negativo per 77 soggetti.

La difformità con le cifre precedentemente comunicate (255 casi e 37 esiti letali) è dovuta soprattutto all’avere verificato che alcune decine di malati o morti per tumore allora indicati nell’elenco dei militari che non avevano preso parte alle missioni, sono poi risultati come impiegati nei teatri operativi suddetti. Presso alcune strutture sanitarie infatti le informazioni mediche non erano accompagnate da precise note di impiego che si sono ottenute solo con un successivo incrocio dei dati.

Quanto al totale dei militari malati tra impiegati in missione e non impiegati è pi emersa una piccola variazione di 21 casi che ha portato il numero totale dei malati a  1.703 casi a fronte di 1.682 già comunicati la volta scorsa.

Questo per quanto riguarda il numero di militari interessato da tumori maligni quello che nel tasso di incidenza costituisce il numeratore.

Quanto invece alla definizione del totale delle persone che hanno appartenuto in generale alla popolazione militare e più specificamente alla popolazione di militari che hanno partecipato alle missioni negli  11 anni, presi in considerazione, la verifica è ancora in corso.

Tuttavia anche in questo caso con l’obiettivo di una valutazione intermedia, va rilevato che per quanto riguarda i militari inviati all’estero, esiste dal 2002 una raccolta informatizzata degli invii in missione, per cui per l’ultimo quinquennio 2002-2006 . In riferimento a questi cinque anni è possibile fornire  il numero preciso di militari inviati all’estero cioè a dire dei militari che hanno partecipato a missioni nei quattro teatri considerati. Essi sono pari a 56.600 persone.

In riferimento a questo denominatore, per quello che riguarda il numeratore, cioè il numero dei militari che risultano ammalati di tumore nello stesso quinquennio è pari a 216.

Da ciò deriva che l’incidenza corrisponde a 380 casi ogni 100.000.

A titolo meramente indicativo e rinviando naturalmente agli studi che abbiamo avviato, per quello che riguarda il complesso dei tumori in Italia, uno studio effettuato dai dati AIRT per il quinquennio 1998-2002, indica nel totale della  popolazione maschile italiana che in media vengono ogni anno diagnosticati nel nostro paese, 754 casi ogni 100.000 abitanti  (dati ricavati da “attualità in tema di epidemiologia delle neoplasie maligne con particolare riguardo al personale militare, Col. medico Mario Stefano Peragallo-Centro studi e ricerche di Sanità e Veterinaria dell’Esercito. - Studio effettuato sulla base di dati AIRT  1998-2002: da Epidemiologia e prevenzione, gen-feb 2006, suppl 2).

Impossibile invece procedere ad una valutazione dell’incidenza del totale dei militari colpiti da neoplasie maligne negli unici anni, tuttavia dobbiamo dire che i 1703 casi registrati debbono riferiti in questo caso, per quel che riguarda il denominatore, ad un insieme non inferiore a 500.000 unità.

Si tratta evidentemente di dati e comparazioni molto grezzi, che per avere un valore statistico più ampio e plausibile andrebbe integrato con una serie di considerazioni sulle fasce di età, sui tipi di tumore, sugli effettivi periodi di impiego, per distinguere il nesso con l’ambiente operativo dalla statistica sui casi in condizioni normali.

2. la ricerca delle cause;

A questo proposito desidero confermare, come da me annunciato nella precedente occasione, la già avvenuta  costituzione di un Comitato denominato “Comitato per la prevenzione e il controllo delle Malattie del Ministero della Difesa”. Il Comitato, costituito il 23 novembre scorso, è composto di ricercatori di riconosciuta competenza scientifica prescelti, oltre che dalla Difesa, dal Ministero della Salute, dal Ministero della Ricerca e da questa stessa Commissione.

La prima riunione di questo Comitato è stata convocata il 14 p.v. presso il Ministero della Difesa. In quella occasione non mancherò di riconoscere l’estrema importanza che la Difesa annette a una sistematica valutazione del problema in argomento.

3.  risarcitoria ed attività nel campo assistenziale;

L’elenco nominativo che oggi viene fornito sarà utilizzato dalla Amministrazione della Difesa per una autonoma verifica della situazione dei malati, riguardo la situazione risarcitoria.

Sul fronte risarcitorio ed assistenziale devo meglio precisare che la normativa vigente oggi, specie dopo la conversione in legge del decreto da me citato nella precedente audizione (Legge 29 novembre 2007 n. 222, conversione in Legge del decreto legge 1° ottobre 2007 n. 159), appare idonea per un adeguato supporto  a quanti  si fossero  ammalato nei difficili scenari operativi fuori area.

Il riconoscimento della causa di servizio è già possibile senza che vi sia la dimostrazione scientifica del nesso di causalità. A questo proposito voglio rilevare che il riconoscimento consente di inserire l’interessato nella categoria di “vittima del dovere” con i benefici che ne derivano, e che sono stati con la legge precedentemente citata, quasi interamente parificati a quelli, in passato più favorevoli, delle vittime del terrorismo. La stessa legge ha fornito una copertura finanziaria di 173 milioni al provvedimento.

La reale problematica che è emersa, seguendo alcuni casi particolari che ci erano stati segnalati da questa stessa Commissione, sono emersi alcune difficoltà nelle procedure di attuazione per la loro eccessiva complicazione. Esse rendono l’effettivo raggiungimento del risultato molto difficoltoso rispetto a quello che sarebbe giusto e adeguato.

In aggiunta a quanto già effettuato per le attività assistenziali previste  dalla Circolare applicativa delle norme del comma 902 della legge finanziaria 2007, dove esiste un numero telefonico di riferimento nel sito Internet della Difesa, il Ministero provvederà ad istituire un servizio che abbia la finalità di assistere il personale ad adempiere agli obblighi di legge per usufruire dei benefici e a seguire per suo conto l’iter relativo.

In conclusione, come detto in apertura, la Difesa, anche grazie alle sollecitazioni di questa Commissione, sta procedendo  secondo un percorso stringente, sia per quanto riguarda la raccolta dati, attraverso la riorganizzazione e monitorizzazione centralizzata e informatizzata, sia mediante le attività di un organismo di altissimo livello che possa definire un nuovo piano di ricerca basato sui migliori strumenti a disposizione della comunità scientifica.

Pagina pubblicata il 05-03-2011