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Audizione del:

9 ottobre 2007 , Roma

Audizione del Ministro della Difesa, On.le Arturo Parisi, presso la commissione parlamentare d'inchiesta sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale militare italiano impiegato nelle missioni militari in campo internazionale.

Ringrazio il Presidente e tutti i membri della Commissione per l’invito che mi è stato rivolto, che mi consente di illustrare la posizione del Dicastero con riguardo all’oggetto dell’inchiesta in corso e, nel contempo, di dare chiarimenti in merito agli istituti di assistenza e provvidenza economica previsti in favore dei militari interessati da gravi patologie riconducibili alla partecipazione a missioni internazionali.
In premessa sento innanzitutto il bisogno di sottolineare  in modo forte e convinto, quanto questo argomento stia a cuore sia alla Difesa che a me personalmente. La Difesa e le Forze Armate sono infatti le prime a considerare la salute dei propri militari come un bene prezioso da salvaguardare. Individuare tutte le cause delle gravi malattie che possono colpire i nostri militari e per noi sentita come una priorità assoluta.  Ben venga quindi ogni iniziativa che si proponga questo obiettivo. E certo ci sta a cuore anche manifestare ogni forma di possibile solidarietà a chi è stato colpito.
Non posso perciò che esordire testimoniando il dispiacere della Difesa per il clima di diffidenza che talvolta si ingenera su questo argomento e delle conseguenti polemiche da esso derivate.
In tutte queste incomprensioni, spesso enfatizzate dai media, ho tuttavia voluto cogliere soltanto il lato costruttivo. So infatti che, al di là delle forme, esse sono guidate da senso di giustizia e solidarietà e vanno  pertanto considerate come uno stimolo a operare in modo sempre più efficace.
Resta tuttavia che, al di là delle intenzioni, alcune di queste critiche appaiono ingiuste e sono motivo di disinformazione spesso grave e di allarme sociale ingiustificato. In particolare, esse sembrano dare per scontato che esistano delle indiscusse certezze scientifiche sulla causa delle malattie diagnosticate, delle quali non si vorrebbe prendere atto. 
Chi ha affrontato l’argomento con adeguata attenzione  sa bene, invece, che ci muoviamo in un settore della conoscenza umana estremamente incerto, dove la precisa individuazione del nesso causa-effetto è ancora oggetto di verifica. Ciò richiede che il fenomeno sia affrontato con una metodologia di ricerca fatta di fatica e umiltà, come in tutti i settori difficili della medicina, senza conclusioni affrettate. Le conclusioni affrettate  possono infatti essere più dannose del male stesso, perché allontanano la verità e impediscono più efficaci misure correttive e di prevenzione.
In questo quadro di evidente incertezza, la Difesa, nelle operazioni in zone critiche, sta tuttavia applicando ogni ragionevole misura  precauzionale, accumulando e valorizzando le esperienze acquisite e scambiando tali esperienze con i paesi amici e alleati, oggetto degli stessi fenomeni. Credo che su questo argomento, in particolare sullo stato delle misure di prevenzione nelle Forze Armate, il Gen. Castagnetti, già Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze e, come tale responsabile delle operazioni all’estero,  abbia fornito un quadro preciso nella sua audizione dello scorso Maggio. In quella sede il Gen. Castagnetti ha illustrato le procedure di tutela di salute dei nostri militari attraverso l’impiego di Reparti specializzati nella rilevazione ambientale, l’addestramento specifico ai pericoli ambientali, gli equipaggiamenti da indossare al momento della necessità. Ogni territorio ove i nostri militari sono chiamati ad operare, viene sottoposto ad approfondite e ripetute verifiche ambientali. Esse sono finalizzate ad accertare l’esistenza di agenti o aggressivi chimici, biologici, radiologici e nucleari.
Come si può rilevare, la Difesa pertanto non intende in alcun modo sottovalutare il fenomeno e tanto meno  dissimularlo. La Difesa riconosce tuttavia che, nei limiti del suo stretto ambito di competenza e conoscenza, non è in grado di affrontare compiutamente la difficile situazione. Questo rafforza pertanto l’esigenza di cooperazione con tutte le strutture competenti presenti nel paese, che sono capaci di operare in questo settore con diverse competenze, da quelle sanitarie a quelle giuridiche.

 Muovendo da queste premesse, intendo ora illustrare immediatamente le linee di azione che sono in corso di attuazione. Esse derivano dall’esperienza fin qui maturata che consiglia un comportamento improntato alla trasparenza e disponibilità a collaborare con chiunque abbia titolo a occuparsi dell’argomento.
A riguardo di questo atteggiamento finalizzato, debbo citare esempio il progetto SIGNUM, dove abbiamo affidato all’Istituto Superiore di Sanità  e a altri prestigiosi Istituti nazionali uno studio prospettico seriale basato su un campione di 1000 militari operanti nel teatro iracheno. Siamo in attesa dei risultati entro la fine dell’anno.
L’esperienza dimostra tuttavia la necessità di applicare comunque nell’ambito della Difesa tutte le nuove metodologie organizzative e procedurali che ci consentono di raggiungere più rapidamente dei risultati.


Questo ci induce ad operare  contemporaneamente su tre fronti:

1. il fronte della normativa risarcitoria ed assistenziale, perché i casi volta a volta evidenziati trovino attenzione pronta e risposta adeguata;
2. il fronte della gestione delle informazioni: perché i dati in possesso della Difesa siano organizzati adeguatamente e correlati nella loro generalità, specie dal punto di vista storico;
3. il fronte della ricerca, con una revisione di procedure e strutture in modo da consentire la verifica puntuale e continuativa delle diverse ipotesi sul tappeto.

Su ognuno di questi fronti ora mi soffermerò più in dettaglio.

1. Fronte della normativa risarcitoria ed assistenziale

Il settore, dei risarcimenti e del riconoscimento delle cause di servizio; un settore delicato rispetto al quale molti si sentono talvolta doppiamente colpiti.
Lo dico esprimendo comprensione, per il disagio e la disillusione che talvolta provoca l’atteggiamento apparentemente sordo e poco rispondente dell’Amministrazione dello Stato alle esigenze di personale, già così duramente colpito.
E non a caso non ho detto Amministrazione della Difesa, ma dello Stato, perché poco può fare da sola l’Amministrazione Difesa in presenza di norme generali tassative.
Ci troviamo di fronte a un intreccio e ad una stratificazione di normative che ha visto il passaggio da un sistema del passato molto permissivo  a uno estremamente restrittivo che reclama evidenze causa-effetto e pone diversi cancelli procedurali.
E’ cioè accaduto nel mondo militare un percorso analogo a quanto accaduto nel mondo civile riguardo le pensioni di invalidità, che erano in passato considerate polemicamente in numero eccessivo,  dando seguito a una evoluzione restrittiva delle norme. 

A questo punto va ricordato come l’iter di riconoscimento della causa di servizio si svolga esternamente all’Amministrazione Difesa. Esso viene infatti stabilito dal Comitato di Verifica, costituito con DPR 461/2001. Un Comitato composto da membri di diverse Amministrazioni dello Stato, alle dipendenze del Ministero dell’Economia e Finanze.
Una delle conseguenze di questa evoluzione verso un approccio più restrittivo è che l’iter di riconoscimento è particolarmente complesso e non ha esito se non vi è il nesso dimostrato causa-effetto.
Gli esperti della materia affermano che ritoccare nuovamente la normativa in senso più liberale richiede particolare attenzione. Ciò perché una qualsiasi apertura può determinare effetti non voluti di allargamento e riportare a una situazione economicamente ingestibile.
In questo caso la Difesa si è  mossa su due direttrici: da una parte una innovazione procedurale per rendere possibile un rapido riconoscimento della causa di servizio a legislazione vigente, anche in assenza di precise certezze scientifiche per il buon fine dell’azione risarcitoria, e dall’altra l’emanazione di un provvedimento amministrativo finalizzato ad assicurare una immediata assistenza integrativa.
 Nel primo caso si è agito con modifiche contenute e mirate  alla legislazione vigente. Già nella legge Finanziaria 2006, si era fatto in modo che fossero create le condizioni affinché questo tipo di infermità potessero essere considerate nella legislazione riguardante le vittime del dovere.
Il regolamento attuativo emanato con il DPR 243 del 2006 ha infatti generato le condizioni procedurali per il riconoscimento della causa di servizio, basata solo sull’evidenza di partecipazione ad attività in particolari condizioni di ambiente operativo. Purtroppo questo intervento non ha prodotto immediatamente gli effetti voluti perché legato a una legge generale non finanziata adeguatamente, producendo delle cifre risarcitorie palesemente non rispondenti al costo della vita dei giorni nostri, come è stato anche rilevato nel corso dei lavori di questa  Commissione.
Questo aspetto è stato affrontato poi in maniera decisa con il recentissimo decreto legge del 28 settembre u.s..  In esso vengono  assegnati nel corrente anno 170 milioni di euro a finanziamento della normativa sopra citata. Questa misura darà un immediato beneficio anche al nostro personale. In questo contesto anche coloro che hanno già ricevuto il riconoscimento potranno usufruire di una integrazione come recita l’articolo 34 del decreto. La cifra dovrebbe consentire un azzeramento di molte pendenze arretrate nei risarcimenti delle vittime del dovere e consentire dal prossimo anno di andare a regime in questo settore.
Quanto al riconoscimento della causa di servizio, la normativa introdotta nel 2006 si fonda sul principio di una presunzione di causa, fidando nel fatto che se non è possibile dimostrare una chiara connessione causa-effetto, non è neppure possibile dimostrare il contrario. Si può intuire tuttavia quanto critica sia l’introduzione di questo principio senza precisi confini di applicazione. La norma lo limita infatti ai soli casi di personale che abbia agito in particolari condizioni operative, stressanti per il fisico, quali quelle che si configurano in una missione in ambiente ostile e/o degradato da eventi di tipo bellico o in condizioni addestrative realistiche. La chiave della norma è prevista dalla lettera C dell’articolo 1 del DPR 243/2006 laddove recita il riconoscimento della causa di servizio ”per particolari condizioni ambientali ed operative, le condizioni comunque implicanti l’esistenza od anche il sopravvenire di circostanze straordinarie e fatti di servizio che hanno esposto il dipendente a maggiori rischi o fatiche, in rapporto alle ordinarie condizioni di svolgimento dei compiti di istituto”. La norma nel  limitare il campo di applicazione degli effetti, allarga al massimo il campo delle possibili cause. E’ positivo per questo che la norma non contenga il termine “uranio impoverito”, trattando il problema, ma  usi una terminologia più generale. Ciò consente di tenere in considerazione altre ipotesi che si sono fatte per l’instaurarsi delle malattie.
La seconda innovazione nel campo delle normative è quella tesa a rispondere ancor meglio alla necessaria tempestività di intervento ed è stata resa possibile utilizzando opportunamente il comma 902 della Finanziaria 2007 ove la cifra di 10 milioni stanziata è finalizzata, tra l’altro a: “interventi sanitari che si rendano eventualmente necessari in favore di personale  affetto da infermità letali ovvero da invalidità o inabilità permanente”.
 Esso  ci ha consentito di emettere lo scorso giugno una circolare applicativa della Direzione Generale della Sanità Militare (n° 10654 del 1 giugno 2007) che prevede di fornire una immediata assistenza a chiunque contragga una grave malattia nelle citate particolari condizioni operative tratte dalle normative risarcitorie. 
Sappiamo infatti che il nostro sistema sanitario nazionale copre le cure nei gravi casi tumorali. Con la circolare si assicura perciò un ulteriore supporto per tutti quegli oneri a contorno, non coperti dal sistema sanitario. Ad esempio i viaggi di familiari, assistenza psicologica o anche eventuali ulteriori visite o cure aggiuntive che l’interessato volesse intraprendere. La circolare è operativa da giugno e può coprire anche spese pregresse. Confermo che la circolare è operante con adempimenti burocratici minimi sotto la responsabilità di un dirigente della Direzione di Sanità Militare, contattabile via telefono, come riportato nel sito Web della Difesa.
 

2. Fronte della gestione delle informazioni

Esaurito l’argomento risarcimenti e assistenza, su cui continueremo a lavorare per ulteriori perfezionamenti, passo all’altro argomento molto controverso che è quello relativo ai dati relativi ai militari malati.
A questo proposito voglio innanzitutto confermare che non esiste alcun segreto di Stato sull’argomento e ripetere che la Difesa ha la precisa volontà di giungere a una limpida e univoca verità su questi dati.
 Ciò che ci ha impedito sinora di raggiungere una solida base informativa sono stati vari fattori tra i quali la mancanza di un centro specialistico centralizzato, che coordinasse all’interno della Difesa lo studio del fenomeno. A questa mancanza si è associata inoltre la normativa sulla tutela della privacy, molto restrittiva, che rende impraticabile la pubblicazione aperta di elenchi nominativi, azione che consentirebbe di ricevere immediate pubbliche conferme o smentite sulla completezza e correttezza dei dati.
Come ho illustrato alla Presidente Menapace nella mia lettera del 18 luglio, i dati sono sparsi all’interno di varie articolazioni, spesso solo su supporti cartacei, costruiti per scopi diversi e pertanto non immediatamente disponibili per l’analisi delle correlazioni.
A questo punto ho perciò ritenuto necessario cambiare metodologia e ho proposto, con la mia lettera di luglio, di fornire dei dati classificati in modo  omogeneo per una migliore lettura e comprensione  ai fini dell’indagine in corso.
In questo senso quanto richiesto da codesta Commissione è stato oggetto di un attento studio interno che consentisse, da una parte di rispondere puntualmente e con la massima tempestività possibile a quanto richiesto, dall’altra di integrare i dati nei termini richiesti.
Il risultato finale che si vuole ottenere è un “data base” accessibile a chi ne abbia titolo, che contenga l’elenco nominativo di tutti i casi di grave malattia che hanno interessato le Forze Armate nell’ultimo decennio, associato alla storia dell’impiego di tale personale e anche al suo percorso sanitario.
La Direzione Generale di Sanità ad oggi ha raccolto i dati relativi alle gravi malattie e stiamo informatizzando l’elenco nominativo del personale interessato.
Posso anticipare le cifre complessive che risultano da tale analisi, che sono sotto ulteriore verifica, prima della trasmissione ufficiale alla Commissione . Al termine della compilazione l’elenco dovrebbe rappresentare un riferimento emendato da tutti gli errori individuabili, che sono stati notati anche dai consulenti di codesta Commissione.

La direzione di Sanità Militare ha operato la raccolta e l’analisi dei dati in questo periodo e oggi mi riferisce le seguenti cifre:
I militari che hanno contratto malattie tumorali, che risultano essere stati impiegati all’estero nei Balcani, Afganistan, Irak e Libano, nel periodo 1996-2006 risultano essere un totale di di 255:  (161 per l’Esercito, 47 per la Marina, 26 per l’Aeronautica e 21 per i Carabinieri).
Di questi malati la Direzione di Sanità dichiara un esito letale della malattia per 37 soggetti (29 dell’Esercito, 1 dell’Aeronautica e 7 dell’Arma dei Carabinieri).

A fronte di questi dati che si riferiscono agli impieghi nei teatri operativi stanno quelli relativi ai militari che si sono ammalati nello stesso periodo 1996-2006 pur non avendo  partecipato a missioni internazionali. Si tratta   di 1427 militari (604 dell’Esercito, 45 della Marina, 49 dell’Aeronautica, 729 dell’Arma dei Carabinieri).
La Direzione Generale di Sanità non è al momento in grado di verificare quanti di questi militari estranei alle missioni all’estero abbiano operato in poligoni di tiro nazionali. Mentre l’elenco dei militari all’estero risulta dai documenti di invio in missione, per il dato nazionale è infatti necessario analizzare i libretti personali. Questa  operazione è in corso.
Queste sono le cifre che risultano dalla raccolta dei dati in possesso del sistema sanitario militare.
Non è possibile desumere ancora un dato preciso degli esiti letali per questo secondo gruppo di militari, non partecipanti a missioni. Questo dato è tuttavia di prossima acquisizione.

Mi viene anche riferito che queste sono cifre che possono variare di qualche unità dopo le ulteriori verifiche di dati clinici e libretti personali, ma mi viene comunque assicurato che l’ordine di grandezza è questo.
Essi verranno forniti Ufficialmente alla Commissione entro fine mese come riferito nella mia comunicazione del 18 luglio, corredati con le considerazioni di riferimento agli elenchi forniti precedentemente.
Per quanto riguarda i dati richiesti ai centri documentali dei disciolti ex-Distretti militari, che saranno integrati presso i Reparti di Impiego, mi è stato comunicato che la “Task force” dedicata sta operando in anticipo sulla tempistica da me annunciata e sono al 70% del lavoro. Questa seconda serie di dati permetterà di avere cognizione di tutto il personale militare che si è recato in missione nel periodo di riferimento.
Per completezza debbo infine rilevare l’esistenza di casi di incertezza che sfuggono a tale raccolta. Sono i casi di militari che si sono congedati da anni e, qualora ammalatisi, possono non aver chiesto il riconoscimento della causa di servizio con la conseguenza che la loro malattia e quindi la loro realtà, potrebbe essere nota solo al sistema sanitario nazionale e non anche a quello militare. Anche gli esiti letali di personale congedato, tra quelli non inviati in missione, può non essere stato registrato.
  Proprio per questo si sta elaborando una convenzione con il Ministero della Salute che consentirà a breve di incrociare e correlare i dati per l’individuazione anche di queste realtà.
 

3. Fronte ricerca

Quanto alla ricerca delle cause, le conclusioni della Commissione di inchiesta precedente, nonché la  posizione manifestata da molti esperti, concordano sulla necessità di continuare in modo più sistematico e continuativo le ricerche. Non è mia intenzione discutere di dati conoscitivi che esulano dalle mie competenze. Posso solo dire che siamo interessati ad approfondire ogni ipotesi sia ritenuta scientificamente plausibile. Quello che ritengo invece indispensabile e riconducibile al mio ambito di competenza è la creazione di una organizzazione capace di sottoporre a verifica le varie ipotesi e che serva anche da interfaccia a chiunque cerchi luce su questo argomento.
Non ritengo che questo obiettivo richieda la creazione di una nuova unità organizzativa, ritengo invece utile attivare una funzione di coordinamento che focalizzi su questo tema le competenze esistenti e acquisisca in modo sistematico dati e conoscenze.
Il Dicastero pertanto intende assumere una iniziativa che raccolga anche proposte esterne, creando  un “Centro” che operi sulla problematica, e abbia la capacità di interagire e di operare nell’ambito delle conoscenze nazionali in materia.
Il Centro opererebbe presso la Direzione Generale di Sanità.
Esso potrebbe ricevere le direttive da un “Comitato scientifico” formato dai maggiori esperti della materia. A questo fine ho pertanto richiesto ai miei colleghi Ministri della Salute e della Ricerca di segnalarmi dei nominativi di personalità che possano e vogliano raccogliere le esperienze fin qui fatte e procedere in una linea di ricerca che ci possa fare avanzare nella conoscenza.
In questa attività di ricerca può essere in particolare utilizzato il già citato comma 902 della finanziaria 2007 che stanzia i 10 milioni di euro anche per ”monitoraggio delle condizioni… in poligono di tiro nazionali, e nelle zone adiacenti, nei quali siano sperimentati munizionamento e sistemi di armamento”.
In questo quadro sarà possibile avviare un monitoraggio sistematico del poligono di Salto di Quirra, che possa investire tutta l’area e che si svolga con il coinvolgimento di rappresentanti delle autorità locali, le più interessate a problemi di inquinamento ambientale. A questo proposito ritengo che i dubbi, le perplessità e le valutazioni contrastanti che si sono avuti sul poligono devono essere chiariti una volta per tutte. L’Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri, a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare. Tuttavia anche qui siamo interessati a stabilire se esistano altri fattori, oltre l’uranio impoverito, che possano causare danni ambientali. Per questo la nuova attività di monitorizzazione ambientale utilizzerà criteri aggiornati anche per l’analisi delle nanoparticelle non precedentemente presi in considerazione. Il capitolato dell’operazione è in stesura e vorrei che ricevesse un avallo finale proprio dalle personalità scientifiche di cui aspetto la segnalazione.
L’esperienza fatta in questa operazione ci consentirà di procedere con la stessa sistematicità in altre aree che si ritenesse utile analizzare.
I fondi assegnati col citato comma 902 saranno utilizzati anche per acquisire nuove attrezzature sanitarie e informatiche dedicate a questo tema.
Concludendo in questa mia esposizione ho voluto soprattutto descrivere le azioni in corso sulla tematica, nel settore dei risarcimenti e assistenza integrativa , nel settore della gestione delle informazioni, nel settore scientifico della ricerca delle cause di malattia.
Ripeto: al centro delle nostre preoccupazioni è la tutela del personale, sono preoccupazioni che sento comuni con l’impegno di questa  Commissione. La professione militare al servizio della Repubblica presenta di per se molti aspetti di rischio. Il nostro compito è quello di contenerli al massimo adottando tutti gli accorgimenti possibili. 
L’esperienza accumulata nelle missioni operative all’estero ci permette oggi di sentirci meglio attrezzati e addestrati alle necessità sul campo. Ma riteniamo si possa e si debba fare sempre e ancora di più.
Lo dico per i Militari ma anche per la popolazione civile.
Sono sicuro che questa Commissione, dopo avere tratto le prime conclusioni dal proprio lavoro, saprà vegliare affinché gli scopi che ci prefiggiamo siano conseguiti. Il controllo del Parlamento è per noi uno stimolo ad agire sempre più efficacemente.

Pagina pubblicata il 05-03-2011