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Audizione del:

12 settembre 2007 , Roma

Comunicazioni del Sig. Ministro della Difesa relativamente alle missioni militari all'estero. Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati

Colleghi Presidenti,

Colleghi Deputati,

il mio intervento odierno si svolge in ottemperanza a quanto previsto dalla Legge 38 del 26 Marzo 2007, all’Articolo 3, Comma 17-bis che prevede appunto che il Governo riferisca periodicamente sull’andamento delle missioni che vedono le nostre Forze armate impegnate in Teatri operativi esteri, nei vari contesti di intervento multilaterali e bilaterali.

Come noto, il Governo ha già riferito in più occasioni sull’evoluzione della nostra presenza militare all’estero.

Per l’esattezza, nei mesi di Maggio e Giugno avevo già avuto modo di informare il Parlamento circa l’andamento delle missioni più impegnative, segnatamente quella in Afghanistan, con il mio intervento di fronte alle Commissioni Esteri e Difesa, di Camera e Senato, poi quella in Libano, di fronte alle Commissioni Esteri e Difesa della Camera.

Nella giornata del 24 luglio, poi, il Senato ha potuto ascoltare la relazione del Ministro degli Esteri, relativamente al quadro complessivo della nostra politica estera, relazione in cui è stato descritto il contesto politico entro cui si svolgono le nostre operazioni militari.

Nella sede odierna, quindi, fornirò le ulteriori informazioni necessarie a completare il quadro informativo di cui il Parlamento deve ovviamente poter sempre disporre.
Considerando la situazione nel suo insieme va innanzitutto detto che negli ultimi otto mesi non si sono verificati cambiamenti di rilievo nella entità delle Forze che l’Italia dispiega all’estero, come pure nella loro dislocazione e nella loro funzione.

Il numero complessivo dei nostri militari schierati all’estero nell’ambito delle missioni internazionali continua infatti ad attestarsi su un livello di circa 8.000 unità, analogo a quello di inizio anno.

In termini di presenza numerica, tre missioni – quella in Libano con circa 2.450 unità, quella in Afghanistan con circa 2.300 unità e quella in Kossovo con circa 2.300 unità – impegnano nell’insieme oltre l’85% delle  Forze dispiegate all’estero.

Sotto l’aspetto della distribuzione geografica, quindi, la presenza militare italiana all’estero corrisponde alla nostra volontà di partecipare all’azione di sostegno alla pace ed alla stabilità mondiale, concentrando le risorse più importanti nelle aree di crisi che possono direttamente influire sulla nostra sicurezza.

Al tempo stesso, continuiamo a dedicare significative risorse alla stabilizzazione di quei contesti che, pur apparentemente remoti in termini puramente geografici, sono purtroppo divenuti per tutti noi tristemente familiari, proprio a causa della portata globale dei fenomeni destabilizzanti che in tali ambiti trovano la loro origine.

Non va poi sottovalutato lo sforzo in atto per la nostra partecipazione in molte altre operazioni militari, diverse da quelle già ricordate, partecipazione che talvolta consiste in un nucleo molto ridotto di personale, ma che si svolge nondimeno in Teatri significativi.

A tal proposito, desidero sottolineare come la partecipazione italiana ad un numero significativo di missioni – nel seguito di questo mio intervento darò una breve descrizione di ciascuna di esse – pur essendo senz’altro onerosa, è caratterizzata però da una concentrazione razionale delle risorse.

L’Italia, insieme agli altri Paesi della Comunità internazionale che per tradizione storica, dimensione politica ed economica, e direi anche cultura plurisecolare, si sentono chiamati ad una attiva corresponsabilità nelle vicende internazionali, non può essere indifferente ai conflitti che minacciano la pace, omettendo di dare un contributo per la pacificazione ed il ristabilimento della legalità internazionale.
È un dovere politico, solennemente sancito dalla nostra Carta costituzionale.

Non intendo, in questa sede, entrare nel merito della congruità del livello di impegno militare dell’Italia all’estero. La natura del mio intervento odierno, infatti, mi induce a privilegiare la componente descrittiva, per fornire al Parlamento un quadro preciso ed aggiornato di cosa sta accadendo.

Ritengo, tuttavia, indispensabile riportare anche l’attenzione del Parlamento su alcuni elementi chiave della politica di difesa nazionale, ed in particolare sullo stretto legame esistente fra il ruolo internazionale dell’Italia e la sua partecipazione alle missioni militari di pacificazione, nonché sul legame fra entità e tipologia di missioni all’estero e organizzazione complessiva delle Forze armate.

Come detto, l’Italia sta mantenendo mediamente all’estero circa 8.000 uomini e donne, in un gran numero di missioni che coprono quasi tutti i Continenti.
In tre di queste missioni, la presenza italiana è decisamente rilevante, tanto da determinare l’attribuzione al nostro Paese di responsabilità di comando, a rotazione con gli altri principali partner.
Da questi dati si evince abbastanza fedelmente quale sia lo sforzo operativo che le nostre Forze armate stanno sostenendo continuativamente.

Proprio il riferimento alla condotta simultanea di tre operazioni distinte, con un contributo per il nostro Paese di dimensioni pari ad una Brigata – o  l’equivalente sul piano interforze – in ciascuna di esse, costituisce uno degli elementi utilizzati per definire ciò che in gergo si chiama “livello di ambizione” di un Paese, ma che io preferirei definire “livello di responsabilità” internazionale.

Tale definizione è correlata con la consistenza delle capacità operative che si vuole poter mettere in campo, in caso di necessità sulla base delle decisioni delle Autorità politiche, nazionali ed internazionali.
La consistenza attuale della presenza militare all’estero non rappresenta il limite teorico che le nostre Forze armate sarebbero in grado di esprimere. Rappresenta però un impegno importante, che satura circa due terzi delle capacità oggi esprimibili.

Si deve infatti considerare che, per mantenere 8.000 unità in operazioni all’estero, un numero almeno triplo si trova nelle varie fasi di approntamento, o di recupero e di riorganizzazione al ritorno dallo schieramento.
Alle spalle di questa componente operativa, si trova poi la macchina logistica, scolastico-addestrativa e amministrativa che rende materialmente possibile sia la condotta delle operazioni sia la preparazione delle forze destinate a proseguire nel tempo le stesse.

Da tutto ciò ne deriva l’estrema complessità e delicatezza dell’intero meccanismo di generazione delle nostre capacità militari. Il già ricordato “livello di ambizione” – ovvero la consistenza delle capacità operative esprimibili dalle Forze armate – può essere mantenuto solo a condizione che questo meccanismo di “generazione delle capacità” sia adeguatamente alimentato, sia in termini di reclutamento di nuove leve di militari in età giovanile, sia in termini di risorse economiche, necessarie a garantire l’addestramento, la manutenzione ed il progressivo rinnovo degli equipaggiamenti.

Quando il Parlamento delibera le spese per la partecipazione delle Forze armate alle missioni all’estero, materialmente consente di finanziare i costi vivi e diretti, ripeto vivi e diretti, di tale partecipazione. Ma non deve essere dimenticato che l’approntamento delle capacità, quindi il raggiungimento ed il mantenimento del “livello di ambizione”, ricade sul bilancio ordinario della Difesa.

Il termine “livello di ambizione”, poi, pur essendo assolutamente corretto se espresso nel contesto tecnico militare, deve essere attentamente interpretato se usato nell’ambito di una riflessione politica più ampia.
È per questo che “livello di ambizione” deve essere letto anche come “livello di responsabilità” che l’Italia si assume nel contesto internazionale, cioè come porzione di costi e di rischi politici, economici e militari che l’Italia assume su di se, nell’ambito dell’azione internazionale volta al perseguimento ed al mantenimento dell’ordine e della pace.

Ancora, potremmo interpretare il concetto anche secondo il termine di “livello di affidabilità”, giacché l’azione internazionale si caratterizza invariabilmente per i tempi lunghi, che travalicano ampiamente l’orizzonte temporale delle scelte contingenti legate alle dinamiche politiche interne ai singoli Stati.
Quando un Paese assume una decisione, quando formalizza un impegno, la capacità di portare a termine tale impegno nel corso del tempo rappresenta una condizione essenziale perché tale Paese possa essere considerato “affidabile”, e quindi fattore di stabilità nelle relazioni internazionali.

Questo insieme di valutazioni ci induce a riconsiderare con occhi diversi quel “livello di ambizione” che sembrava avere una specificità solamente tecnico-militare.

Al contrario, definendo i limiti del nostro impegno nelle missioni all’estero, definiamo anche il nostro grado di responsabilità nella “divisione del lavoro” per la tutela della pace internazionale.

Approntando ed alimentando adeguatamente le Forze armate, poniamo le basi per un’azione continuata nel tempo, che possa cioè essere sostenuta adeguatamente, senza far decadere le capacità operative esprimibili dai contingenti nazionali, che devono poter contare su un flusso costante di nuove risorse umane ed economiche.

Tutto ciò ha diretto impatto sulla capacità di proseguire nel tempo gli impegni presi di fronte alla Comunità internazionale, quindi sulla “affidabilità” complessiva dell’Italia come membro di alleanze o Paese di primo piano nel contesto delle Nazioni Unite.
Tutto ciò ha diretto impatto sul buon nome dell’Italia, sulla sua capacità di mantenere la parola data e sulla determinazione a dare solo la parola che si potrà mantenere: nel presente e nel futuro.

Desidero ora tracciare un quadro analitico dei nostri impegni all’estero, raggruppando tali nostre missioni in gruppi omogenei in termini di contesto istituzionale di riferimento, quindi le missioni a guida ONU, quelle a guida Unione Europea, quelle a guida NATO, quelle svolte infine in ambito multilaterale e bilaterale.
Cominciando con le operazioni a guida ONU, continua il consistente impegno di forze assicurato alle missioni a guida ONU incentrato sul contributo a UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) (circa 2.450 militari) schierati nel sud del Libano per la sorveglianza della fascia compresa fra il fiume Litani e la “linea blu" di frontiera con Israele.

La Brigata “Folgore” (che dal 23 aprile 2007 ha sostituito la Brigata “Pozzuolo del Friuli”) ha la responsabilità del settore ovest, all’interno del quale gestisce anche i contingenti forniti da Francia, Ghana, Slovenia e Qatar (quest’ultimo alle dipendenze dell’unità francese) e quello dalla Repubblica di Corea, operativo dalla fine di agosto.

UNIFIL, la cui consistenza ha raggiunto il livello di circa 13.600 militari di 30 Nazioni, continua a svolgere attività di monitoraggio e di prevenzione della ripresa delle ostilità.

Dal 2 febbraio scorso, l’Italia fornisce il Force Commander (Generale di Divisione Claudio Graziano) e contribuisce:

  • allo staff multinazionale del Quartier Generale di UNIFIL a Naqoura con 56 unità, di cui 18 unità dedicati allo special staff del Force Commander;
  • alla Strategic Military Cell del Dipartimento delle Operazioni di Pace dell’ONU a New York con il Vice Direttore (Contrammiraglio Raffaele Caruso), 5 Ufficiali e 2 Sottufficiali.

Voglio ricordare in questa sede che la Strategic Military Cell è una componente nuova, costituita appositamente, anche su sollecitazione del nostro Paese, in occasione del rafforzamento dell’UNIFIL, la scorsa estate. La sua funzione è quella di garantire una maggiore capacità decisionale al Dipartimento per le Operazioni di Pace dell’ONU, svolgendo una vitale azione di collegamento fra questo ed la Forza schierata sul terreno.

La situazione nell’area operativa di UNIFIL è caratterizzata da una relativa stabilità; l’episodio del lancio di alcuni razzi dalla zona sotto il controllo ONU contro il territorio di Israele, occorso il 17 Giugno è rimasto isolato e non ha avuto per fortuna conseguenze, grazie anche all’azione di sensibilizzazione verso le due parti posta in essere dal Force Commander di UNIFIL.

Al momento l’instabilità della situazione politica libanese, i recenti scontri verificatisi nei campi profughi palestinesi del Nord del paese, con intervento dell’Esercito libanese, e gli avvenimenti occorsi recentemente nella striscia di Gaza hanno avuto solo riflessi indiretti, non significativi, sulla sicurezza dei contingenti di UNIFIL.

I rischi di possibili attentati terroristici hanno però avuto conferma nell’attacco di domenica 24 giugno u.s., del quale ho già avuto occasione di darvi conto, attacco la cui chiave di lettura si deve necessariamente analizzare e valutare nel quadro del variegato scenario di riferimento medio-orientale ma che, comunque, introduce elementi di accentuata preoccupazione per il futuro.

Un secondo episodio, peraltro senza conseguenze per il personale, si è verificato il 16 luglio u.s. sulla riva Nord del fiume Litani contro un convoglio della polizia militare tanzaniana.

Infine, l’episodio del 25 luglio, in cui ha perso la vita un militare del contingente francese, impegnato nella pericolosa ma indispensabile azione di sminamento.
Le difficoltà del processo di ricomposizione del complesso quadro politico libanese e il perdurare dell’infiltrazione di armi attraverso la frontiera con la Siria continuano a rappresentare gli elementi più pericolosi sia per la stabilità interna, sia per i rapporti tra Libano ed Israele.

E’ di tutta evidenza che un eventuale ulteriore deterioramento della situazione politica in Libano comporterebbe ripercussioni negative per la sicurezza delle Forze ONU. In sostanza, l’impegno sul terreno continua a prospettarsi non scevro da rischi, anche seri, per il futuro.

Tuttavia, i risultati finora conseguiti confermano la vitale importanza dell’opera dell’UNIFIL.
Per quanto riguarda gli sviluppi della componente navale di UNIFIL si ritiene che l’attuale disponibilità a fornire Unità navali possa contrarsi anche del 50% a seguito del termine del ciclo di impiego delle Unità inviate da alcuni dei Paesi partecipanti, pertanto sarà possibile una richiesta di integrazione da parte dell’ONU.

In questo quadro il Dipartimento delle Operazioni di Pace dell’ONU ha ufficialmente interessato la Germania per sondarne la disponibilità a prolungare di ulteriori sei mesi (febbraio 2008) il proprio impegno per la leadership della Maritime Task Force. Tale soluzione, che la Germania ha accettato,  fa decadere l’ipotesi di impiego del gruppo navale di EUROMARFOR (European Maritime Force) a guida italiana nel 2007.

L’opzione si ripresenterà dal febbraio/marzo 2008 e al momento raccoglie un favorevole orientamento tecnico-operativo da parte dei membri di EUROMARFOR (Francia, Portogallo, Spagna e Italia).

Sempre in ambito ONU prosegue la partecipazione, ancorché con contingenti quantitativamente più ridotti ma con personale altamente qualificato, alle seguenti  cinque missioni che hanno, comunque, un’elevata valenza e significato sul piano politico e diplomatico e diretti riflessi sul ruolo dell’Italia all’interno del Consiglio di Sicurezza.

Ne do conto in ordine di costituzione:

  • UNTSO (United Nations Truce Supervision Organization - Israele); si tratta di una missione attiva fin dal 1948. L'UNTSO opera in quattro dei cinque Paesi storicamente interessati al conflitto mediorientale (Israele, Egitto, Siria e Libano) ma i suoi contatti coinvolgono anche il quinto Paese la Giordania.  Grazie agli accordi di pace tra Israele ed Egitto prima (1979) e la Giordania poi (1994), nonché all’attuale situazione "di stallo" militare in Libano e Siria, UNTSO è una missione numericamente contenuta: al momento è composta da circa 150 Ufficiali osservatori appartenenti a 23 Paesi. L’Italia contribuisce con 8 unità;
  • UNMOGIP (United Nations Military Observer Group in India and Pakistan). Il gruppo degli osservatori militari appartenente alla missione UNMOGIP è stato costituito nel gennaio 1949 in seguito all'approvazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 39 del gennaio 1948, che creava la United Nations Commission for India and Pakistan (UNCIP), per supervisionare il cessate il fuoco tra Pakistan ed India nello Stato di Jammu e Kashmir.
    A seguito dell'accordo del 1972 tra India e Pakistan che definì una linea di controllo nel Kashmir, l'India dichiarò che il mandato di UNMOGIP era decaduto. Siccome il Pakistan non concordò con questa posizione, il Segretario Generale delle Nazioni Unite dichiarò che la cessazione del mandato di UNMOGIP sarebbe stata decisa soltanto mediante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. A causa della mancanza di una tale decisione, il mandato di UNMOGIP è stato mantenuto con le medesime funzioni a tempo indeterminato. L’Italia contribuisce con 7 unità;
  • UNFICYP (United Nations Forces in Cyprus). Istituita nel Marzo del 1964 per ristabilire la pace sull’sola di Cipro, dopo i violenti scontri fra le due comunità residenti dei Turchi e dei Greci, ad oggi la missione è composta da 918 unità appartenenti a 13 Nazioni. L’Italia contribuisce con 4 unità.
  • MINURSO (United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara). MINURSO è stata istituita con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 690 in data 29 aprile 1991, a seguito delle "proposte di accordo" accettate in data 30 agosto 1988 dal Marocco e dal Fronte POLISARIO (Frente Popular para la Liberacion de Saguia el-Hamra y de Rio de Oro). Per attuare il piano di pace approvato dal Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale si avvale di un proprio Rappresentante Speciale, attualmente il diplomatico olandese  Peter Van Walsum, pienamente responsabile di tutti gli aspetti riguardanti il referendum che consentirebbe alla popolazione del Sahara Occidentale di scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco. L’Italia contribuisce con 5 unità.
  • UNMIK (United Nations Mission in Kosovo). A seguito del conflitto per il Kosovo, il 10 giugno 1999 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 1244 con la quale si autorizzava UNMIK  ad iniziare il lungo processo di costruzione della pace, della democrazia, della stabilità e dall'autogoverno nella travagliata provincia del Kosovo.

Per conseguire tale obiettivo, UNMIK opera quale amministrazione di transizione per la regione del Kosovo. La sede della Missione è a Pristina e l’Italia contribuisce con 2 unità.

Con riferimento alle operazioni svolte sotto la guida dell’Unione Europea, nel contesto dell’operazione per il controllo dell’applicazione degli accordi di Dayton in Bosnia (Operazione “Althea”), l’UE ha avviato dal 28 febbraio 2007 un percorso di progressiva contrazione del contingente multinazionale (EUFOR – European Union Force) che porterà al completo ritiro e al  definitivo passaggio della responsabilità alle Autorità federali bosniache.

L’attuale forza di EUFOR (in cui il Generale Giangravè assolve l’incarico di Vice Comandante) si va riconfigurando sui previsti livelli di circa 2.600 unità, con un contributo da parte italiana sceso alle attuali 380 unità circa.

A tale livello si è giunti dopo la recente riduzione del contingente internazionale. Fino al mese di Giugno la presenza italiana assommava a circa 550 unità.
Sempre in Bosnia continua l’impegno per l’addestramento della polizia da parte dall’Arma dei Carabinieri nell’ambito della EUPM (European Union Police Mission), attualmente al comando del Gen. B. Vincenzo Coppola.

Inoltre prosegue il contributo:

  • alla missione EUBAM (EU Border Assistance Mission), che dal 2005 ha il compito di monitorare e assistere le attività confinarie al valico israelo-palestinese di Rafah con il  Comandante (Generale di Corpo d’Armata Pietro Pistolese) e con personale addetto (16 unità). Dopo i recenti avvenimenti nella striscia di Gaza il valico resta chiuso. Non si sono tuttavia verificati né incidenti, né danneggiamenti alle infrastrutture e alle predisposizioni del posto di controllo. Il nostro personale, acquartierato nel territorio di Israele, non ha corso e non corre al momento rischi. In relazione al perdurare della situazione in atto l’UE ha deciso una riduzione temporanea del dispositivo a partire dal 1 agosto di circa il 30%, con conseguente contrazione del contributo nazionale da 16 a 11 unità, riservandosi di rivalutare gli sviluppi di situazione e i conseguenti provvedimenti per il proseguimento della missione all’inizio di novembre;
  • alla missione EUPOL (EU Police Mission) RD CONGO (subentrata alla missione EUPOL Kinshasa  di assistenza e di addestramento della polizia congolese) con il compito di consulenza, di assistenza e di controllo per la riforma del settore della sicurezza  con un nucleo di 3 Carabinieri;
  • alla missione EUSEC (EU SECurity reform) di assistenza delle Forze Armate congolesi, con un Ufficiale dell’Aeronautica in qualità di advisor  per le operazioni aeree.

Passiamo ora alle operazioni condotte in ambito NATO.
La più importante missione dell’Alleanza è certamente quella svolta in Afghanistan, con il dispiegamento dell’ISAF (International Security Assistance Force).

Complessivamente l’attuale impegno italiano in Afghanistan, a seguito dei rinforzi effettuati nell’ultimo mese e dei quali ho già dato conto in Parlamento, è dell’ordine di 2.300 militari, ripartiti nell’area di Kabul, nell’ambito del Regional Command Capital (con Comando a rotazione tra Francia, Turchia ed Italia) e nella Regione Ovest (a comando italiano), presso il Provincial Reconstruction Team di Herat (organo pivot dello sforzo di ricostruzione) e presso la correlata Forward Support Base, dove operiamo unitamente agli Spagnoli.

Ad Herat sono ormai pienamente operative anche quelle componenti inviate in rinforzo negli ultimi sei mesi. Il C130-J basato in tale aeroporto ha compiuto oltre 490 sortite, a partire dall’11 febbraio 2007, data della sua immissione. I 5 elicotteri A-129 hanno iniziato ad operare il 25 giugno e da allora hanno volato oltre 250 ore, mentre l’aliquota di UAV, divenuta operativa il 5 giugno, ha già volato oltre 500 ore.

La scelta di inviare questi assetti operativi si sta dimostrando giusta.

Lo scorso 10 agosto, nella provincia di Baghdis – parte della Regione Ovest sotto responsabilità italiana – un convoglio di mezzi dell’Esercito Afgano e di unità militari spagnole addette alla ricostruzione è stato attaccato da un gruppo di uomini armati, attacco che ha provocato il ferimento di due militari afgani.

Sul luogo è stato pertanto inviato immediatamente un velivolo da sorveglianza senza pilota “Predator”, due elicotteri per evacuare i feriti e due elicotteri armati “Mangusta” in funzione di scorta.

In tale circostanza il “Predator” ha fornito in tempo reale agli equipaggi degli elicotteri un preciso quadro della situazione sul terreno. Con l’arrivo degli elicotteri, il gruppo di armati si è immediatamente allontanato, i feriti afgani sono stati soccorsi ed i veicoli del convoglio sono stati recuperati.
Anche i veicoli protetti Dardo e Lince sono pienamente operativi e contribuiscono come previsto alla protezione attiva e passiva del contingente.

Per le attività di supporto alla ricostruzione dell’Esercito afgano operano nella Regione Ovest tre Operational and Mentoring Liaison Team (OMLT), a cui si aggiunge l’impegno della Guardia di Finanza (14 unità da dicembre 2006) per l’addestramento della Polizia di Frontiera (Border Police). Al momento si sta considerando la fattibilità di fornire un ulteriore team OMLT. Desidero sottolineare l’importanza dell’attività svolta dagli OMLT, composti da squadre di ridotta consistenza che operano costantemente con l’Unità dell’Esercito afgano che hanno il compito di assistere.

Attraverso gli OMLT i Paesi della NATO in pratica adottano una specifica Unità dell’Esercito afgano, e ne seguono la crescita delle capacità sinché tale Unità non potrà dirsi completamente preparata ed in grado di procedere autonomamente.
Da parte sua, il contingente della Guardia di Finanza sta operando per la formazione del personale afgano destinato ai settori delle entrate doganali e dei controlli di frontiera.

Ad oggi sono stati a tal fine effettuati già nove corsi per la formazione dell’Afgan Border Police e quattro corsi per la formazione del personale adibito ai controlli in ambito aeroportuale.

Corentemente con l’obiettivo di sviluppare un approccio interdisciplinare ad ampio spettro volto alla ricostruzione dell’Afghanistan, è ora in corso la missione dell’UE per la ricostruzione della polizia locale, attraverso attività di monitoring, mentoring, advising e training (supervisione, guida, consiglio ed addestramento).

Tale missione sta assorbendo progressivamente il personale e le funzioni a suo tempo svolte dal German Police Project Office (GPPO), ed avrà una durata al momento prevista di tre anni.
La struttura  organizzativa è basata sull’attivazione di un centro di gestione a Kabul e di nuclei presso i Regional Commander e i PRT.

Per superare le difficoltà emerse per un accordo generale bilaterale NATO-UE è stata adottata una soluzione che prevede di regolare le attività mediante la stipula di accordi bilaterali tra la missione UE di polizia e le nazioni europee localmente responsabili dei PRT. Tale attività è in corso per quanto riguarda il Memorandum d’Intesa relativo al nostro PRT.

Per questa missione, come descritto nel Decreto Legge n. 81, convertito in Legge e relativo alle “disposizioni urgenti in materia finanziaria” al comma 4 dell’art. 9,  è previsto un contributo di personale dell’Arma dei Carabinieri di 25 unità per assicurare una presenza nazionale nel centro decisionale di Kabul (i primi 2 ufficiali sono stati immessi il 22 luglio) nonché funzioni di addestramento ad Herat.

L’iniziativa è aperta anche alla partecipazione di personale della Guardia di Finanza che renderà disponibili 4 unità del nucleo già operante ad Herat (1 a Kabul e 3 ad Herat).

Anche prima dell’avvio di questa nuova iniziativa europea, i nostri Carabinieri avevano comunque provveduto ad addestrare personale della Polizia afgana, sulla base di accordi bilaterali con il Governo di Kabul.

Fra l’altro, i Carabinieri hanno dato sostegno all’azione delle stazioni di Polizia presenti in 8 Distretti della Provincia di Herat, ed hanno addestrato 110 istruttori afgani, che potranno così a loro volta formare molti altri nuovi tutori dell’ordine.

Quanto alla situazione in Afghanistan, essa continua ad essere caratterizzata da un quadro di grande complessità, che delinea la prospettiva di un impegno di non breve periodo.

Ad ovest e nella regione di Kabul la situazione è relativamente tranquilla, ma l’insorgenza talebana, attiva nel sud del Paese, potrebbe manifestarsi anche nella nostra zona di responsabilità, in particolare nei distretti meridionali della regione Ovest, quelli di Farah, Bakwa e Goulistan.

Proprio in questa zona si è di recente verificato un incidente che ha coinvolto i nostri soldati.
Il 1 settembre, alle 18.30 ora locale, un Veicolo Tattico Leggero Multiruolo “Lince” con a bordo una pattuglia impegnata in attività di ricognizione è stato investito dall’esplosione di un ordigno artigianale, attivato a pressione, in una località situata 10 Km a nord est di Shewan, distretto di Bala Boluk.

A seguito dell’esplosione, tre militari sono rimasti feriti, dei quali uno in modo lieve, tanto da richiedere solo 10 giorni di convalescenza direttamente in Teatro. Gli altri due sono stati rimpatriati e inviati all’Ospedale militare del Celio per ulteriori accertamenti.

Si deve ritenere che la valida protezione antimina del VTLM – uno dei veicoli inviati negli scorsi mesi per incrementare la protezione attiva e passiva del nostro contingente – abbia ridotto drasticamente le conseguenze dell’attentato, che comunque non ha coinvolto la popolazione locale.
Come in questo caso, anche in un precedente episodio, occorso il 21 agosto, la adeguata dotazione tecnica dei mezzi ha scongiurato un esito ben più grave per i nostri soldati.

Mi riferisco all’elicottero AB-212 dell’Aeronautica Militare precipitato al suolo nei pressi di Kabul a seguito di un’avaria, in una zona peraltro fortemente accidentata. L’equipaggio è riuscito con perizia a ridurre la violenza dell’impatto, riportando solo delle contusioni. Nella circostanza si è dimostrata determinante la dotazione del velivolo, in particolare di serbatoi di carburante auto-sigillanti, che ne hanno impedito l’esplosione.
Tali serbatoi, insieme ad altre modifiche, erano stati installati proprio in previsione di un impiego di tale elicottero nel difficile Teatro afgano; anche questo episodio chiarisce concretamente quanto siano “vitali” gli investimenti nell’aggiornamento e nel mantenimento in efficienza dei mezzi a cui affidiamo la vita dei nostri militari.

 Il più recente contatto con elementi armati ostili è poi avvenuto il 2 settembre, alle 22.10 ora locale, nella provincia di Kabul, ove è all’opera l’altra metà del nostro contingente inquadrato nell’ISAF.

Una pattuglia della 1^ Compagnia di Manovra del nostro Battlegroup, su base 5^ Reggimento Alpini di Vipiteno, impegnata nell’ambito dell’operazione “Sudtiroler Bruke” per l’inaugurazione di un nuovo ponte nella valle di Musahi, ponte realizzato nel contesto della cooperazione Civile – Militare, con un esborso da parte nostra di 160.000 Euro, veniva fatta oggetto di colpi d’arma da fuoco ad opera di un gruppo di 3-5 individui. I nostri militari hanno risposto al fuoco, in coerenza con le regole di ingaggio esistenti. Nello scambio di colpi, uno dei nostri Alpini è stato raggiunto da un proiettile, che gli ha ferito la coscia destra, senza provocare lesioni ad organi vitali. Sul posto è quindi intervenuta la nostra Forza di Reazione Rapida, che ha provveduto a mettere in sicurezza l’area. Anche in tal caso, non c’è stato alcun coinvolgimento della popolazione locale. 
L’inaugurazione del ponte si è poi regolarmente svolta, il giorno successivo, come da programma.

In altre circostanze, purtroppo, gli attacchi contro i contingenti della NATO e della Coalizione hanno invece determinato il coinvolgimento di vittime civili. A seguito di alcuni di questi episodi, tragicamente cruenti, come ben noto, c’è stata una decisa presa di posizione sia del Governo afgano che di quello italiano e di altri Paesi della NATO.

La questione è pertanto stata direttamente discussa dal Presidente del Consiglio e dal sottoscritto con il Segretario Generale della NATO, lo scorso 3 Luglio.
Il nostro Rappresentate permanente era già intervenuto in proposito, nell’ambito del Consiglio Atlantico, il 27 giugno, ed aveva sostenuto con forza l’importanza cruciale della protezione della popolazione afgana dai pericoli derivanti dai combattimenti. Tale posizione ha trovato larga e convinta convergenza presso gli Alleati.
I vertici militari dell’Alleanza hanno immediatamente recepito e fatte proprie tali preoccupazioni; quale primo provvedimento è stata quindi emanata dal Comandante di ISAF una specifica direttiva (“Tactical Directive”) finalizzata a prevenire e a ridurre al massimo la possibilità di coinvolgimento della popolazione civile nei combattimenti.

Riteniamo che anche grazie a questa nuova modalità di impiego della forza, non si siano più registrati episodi analoghi.

Resta comunque, come avevo già sottolineato il 15 Maggio, il problema di un migliore coordinamento fra le due Missioni, ISAF ed Enduring Freedom che, lo ricordo, sono state ambedue costituite a seguito di precise Risoluzioni delle Nazioni Unite, ma che hanno un mandato differente.

La prima, a guida NATO, ha come obiettivo l’assistenza alla sicurezza ed alle Autorità afgane nell’esercizio delle loro funzioni sovrane; la seconda si concentra sul compito di contrastare il fenomeno del terrorismo internazionale che minaccia la pace e la sicurezza collettiva.

Le due Missioni rispondono a linee di comando differenti, linee che trovano comunque un punto di congiunzione in alcune posizioni chiave dei rispettivi staff di comando. Questa soluzione, che mira ad assicurare il necessario coordinamento, deve essere ulteriormente rafforzata.
Si tratta, in ogni caso, di una questione che non può evidentemente essere affrontata solo dalla parte dell’ISAF, e quindi della NATO, e meno che mai può prevedere iniziative unilaterali.

Per quel che riguarda la prospettiva futura, in concomitanza con l’assunzione da parte dell’Italia della responsabilità di comando della regione della Capitale (a partire da dicembre 2007 per 8 mesi), come da me anticipato di fronte alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato lo scorso Maggio, si prevede un incremento temporaneo di circa 250 unità (a similitudine di quanto operato dalla  Francia e dalla Turchia durante il rispettivo turno di comando) - e per la durata del periodo di responsabilità del comando - del nostro Contingente a Kabul, per le esigenze del Quartier Generale, di RCC, di protezione e di sostegno  logistico.
Al riguardo sono in corso le attività di acquisizione di tutte le informazioni necessarie ad una corretta pianificazione di questa nostra futura esigenza.
Quanto, infine, al distaccamento aeronautico di velivoli C-130J, esso continua ad operare sotto egida nazionale negli Emirati Arabi Uniti per assicurare i collegamenti aerei con il teatro.


Passando ora alla missione KFOR, in Kosovo, per essa dobbiamo anzitutto ricordare che l’evoluzione della situazione generale è subordinata ai negoziati in corso sulla definizione dello status della provincia da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Quale contributo alla missione in corso, l’Italia fornisce il Vice Capo di Stato Maggiore per le Operazioni, Generale di Brigata SAVARESE, un’aliquota dello staff del Quartier Generale, il Comandante e gran parte della Task Force West (una delle cinque in cui si articola KFOR dopo l’ultima riconfigurazione del maggio 2006), il Comandante e aliquote per la MSU, per complessive 2.300 unità circa.

Il 9° Reggimento Alpini, dislocato temporaneamente su richiesta del Comandante NATO in zona di operazioni, a titolo prudenziale e con funzioni di riserva operativa per fronteggiare eventuali situazioni di emergenza, è rientrato in patria a metà luglio.

La riconfigurazione della presenza militare NATO e il coinvolgimento dell’Unione Europea, previa specifica risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, restano subordinati agli sviluppi della situazione.

Al momento sono in corso approfondimenti e discussioni, in particolare in ambito UE, sugli aspetti giuridici e sulle opzioni di attuazione della missione che potrebbero configurarsi a seguito delle molteplici varianti di situazione legate alle decisioni dell’ONU, dei membri della comunità internazionale e di Pristina.

In questo contesto, anche tenuto conto della scadenza elettorale di novembre in Kossovo, si stanno parallelamente valutando, in particolare in ambito UE, gli effetti e l’atteggiamento da assumere nel caso.  
La pianificazione attuale prevede una fase di transizione durante la quale un International Civilian Office (ICO) subentrerà gradualmente alla missione United Nation Mission Interim in Kosovo (UNMIK) e la successiva attivazione di una missione civile (1.700-1.800 unità di cui circa 1.000-1.300 unità di polizia) di monitoring, mentoring e advising nel settore della “rule of law”.

In tale ambito è previsto che l’Italia svolga un ruolo significativo sia con l’acquisizione di posizioni chiave del settore giustizia (posizione civile), sia con l’inserimento di personale militare di staff e con un contributo significativo di assetti dell’Arma dei Carabinieri.

Al momento si delinea, in concomitanza dell’inizio della missione PESD, l’ipotesi di una riconfigurazione riduttiva del contingente MSU di KFOR a favore dell’analoga missione UE, realizzando sinergie tra i due contingenti di Carabinieri di KFOR e della UE (per esempio l’utilizzo di una unica Base per i due dispositivi).

In totale il contributo dell’Arma alla missione PESD sarà dell’ordine delle 180 unità, cui si aggiunge il ridimensionato contributo di 100 unità nella MSU di KFOR.

In prospettiva KFOR continuerà ad assicurare una presenza militare internazionale per garantire la sicurezza e contribuire allo sviluppo delle future strutture di sicurezza kossovare.

Nel teatro balcanico continua, infine, la presenza di nostro personale all’interno dei Comandi NATO attivati presso le Capitali di Albania, FYROM, in Bosnia-Erzegovina ed in Serbia, al fine di contribuire allo sviluppo delle Forze Armate locali, in un’ottica di rafforzamento della cooperazione e di progressivo avvicinamento alle strutture euro-atlantiche.

Il consistente e perdurante sforzo militare nel teatro balcanico risponde non solo agli obiettivi di stabilizzazione di questa vicina regione, ma concorre a rafforzare, in applicazione dell’approccio interdisciplinare, il dispositivo di sicurezza nazionale, contribuendo a prevenire le infiltrazioni delle organizzazioni criminali e terroristiche che si sviluppano e utilizzano questa regione quale ponte verso il nostro paese.

Sempre nel quadro NATO, va poi citato l’intervento nel settore della formazione dei quadri dirigenti delle costituende Forze di Sicurezza irachene.
Nell’agosto del 2004 è stata istituita nell’area di Baghdad la NATO Training Mission Iraq (NTM-I).
La NTM-I vede la partecipazione di 19 Nazioni; il Quartier Generale della missione è situato nella International Zone (IZ) a Baghdad presso il Cultural Centre Compound, mentre un Quartier Generale distaccato è stato stabilito ad Ar Rustamiyah (20 Km circa a Sud Est di Baghdad) per il supporto alla costituzione del Joint Staff College (JSC) e dell'Accademia Militare.

Da allora, e senza soluzione di continuità, la NATO Training Mission continua a svolgere la sua missione, ovvero a provvedere, con il governo  iracheno, alla formazione dei Quadri, all’addestramento e al supporto tecnico delle Forze di sicurezza irachene, allo scopo di agevolare l’Iraq nel raggiungimento di una sicurezza efficace, democratica e durevole.

Il contributo italiano è attualmente incentrato sul Vice Comandante (Generale di Divisione Alessandro Pompegnani) che di fatto svolge la funzione di leadership e su 29 militari, in gran parte istruttori, incaricati di tre dei quattro corsi di formazione degli Ufficiali delle forze armate irachene.

Nei mesi scorsi, il Primo Ministro iracheno aveva formulato all’Alleanza Atlantica una richiesta, relativa ad un supporto italiano nell’addestramento della Iraqi National Police (INP).

Nel corso della sua recente visita in Italia, il Ministro della Difesa iracheno
mi ha poi ribadito tale richiesta, a cui il Governo ha inteso rispondere in senso favorevole.
Verso la fine del mese di settembre è quindi previsto l’impiego in Iraq di circa 40 unità dell’Arma (Carabinieri Training Unit), che già dalla fine di ottobre avvieranno l’attività, per cui è prevista una durata di 2 anni.

Voglio ricordare a questo proposito come fin dalla mia prima visita in Iraq, svoltasi il 30 maggio 2006, affermai con chiarezza che il nostro Paese, in pieno accordo con gli Alleati, intendeva portare a compimento la missione italiana “Antica Babilonia”, che si svolgeva nella provincia di Dhi Qar nel quadro della Coalizione internazionale a guida USA.

Questo non significava in alcun modo che avremmo voltato le spalle all’Iraq.
Pertanto avremmo continuato, pur in un quadro organizzativo diverso, a sostenere quel Paese con aiuti destinati alla formazione e alla sua crescita civile ed economica.

In coerenza con questa linea il Governo ha continuato ed intende continuare a sostenere le istituzioni legittime di quel Paese, affinché possano definitivamente assumere su di se le responsabilità del governo di una situazione oggettivamente critica in termini di sicurezza regionale e globale.

Nel provvedimenti che il Parlamento ha approvato per rifinanziare la partecipazione delle Forze armate italiane alle missioni internazionali in corso, è esplicitamente citata la partecipazione di personale militare impegnato in Iraq in attività di consulenza, formazione ed addestramento delle Forze armate e di polizia irachene.

La partecipazione italiana alla NATO Training Mission in Iraq risponde perciò al criterio della continuità dell’azione internazionale dell’Italia, quando svolta nel contesto delle alleanze permanenti, è stata rigorosamente comunicata al Parlamento e da questo approvata, ed è esplicitamente richiesta dagli stessi iracheni.

In Mar Mediterraneo prosegue inoltre l’impegno nazionale nell’ambito dell’Operazione NATO “Active Endeavour”, con compiti di controllo e sorveglianza marittima nel Mar Mediterraneo, al fine di contribuire alla campagna contro il terrorismo internazionale attivata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
L’Operazione si svolge sotto il controllo operativo del Commander Maritime Component Command di Napoli, ovvero dell’Ammiraglio di Squadra Roberto Cesaretti.
Attualmente contribuiamo all’operazione con missioni di aerei da pattugliamento marittimo e  con 1 o 2 fregate o pattugliatori di squadra, nonché con un cacciamine.
Oltre alle missioni sotto l’egida delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e della NATO, l’Italia è impegnata anche in una serie di missioni a carattere multilaterale e bilaterale.

Con riferimento alle prime, la partecipazione italiana alle missioni multinazionali attivate nella regione medio-orientale e nel continente africano si configura come segue:

  • MFO (Multinational Force & Observers), con un contingente di 81 militari della Marina Militare e tre pattugliatori navali dislocati a Sharm el Sheikh (Sinai), per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Tiran, che unisce il Golfo di Aqaba al Mar Rosso;
  • TIPH-2 (Temporary International Presence in the city of Hebron), con un contingente di 12 osservatori dell’Arma dei Carabinieri, con il compito assistere le Autorità palestinesi, coordinando le proprie attività con quelle israeliane (il mandato della missione deriva dalla richiesta del Governo d’Israele e dell’Autorità Palestinese ed è a tempo indeterminato). Anche a Hebron la situazione al momento non presenta elementi di particolare criticità;
  • AMIS (African Mission in Sudan) con 2 ufficiali di staff nell’ambito del sostegno fornito dalla UE alla missione dell’Unione Africana nel Darfur;
  • AMISOM (African Mission in Somalia) con 2 ufficiali di staff (di prossimo invio) per il comando missione ubicato ad Addis Abeba, richiesti dalla presidenza della SHIRBRIG (al momento a leadership italiana) che opera sotto egida ONU, a sostegno della missione dell’Unione Africana in Somalia. Anche tale missione è stata inserita nel già citato Art. 9 del Decreto Legge 81, approvato e convertito in Legge.

Continua infine l’impegno per i programmi di assistenza bilaterale che hanno consentito di sviluppare utili e proficue attività di cooperazione con:

  • l’Albania, con la Delegazione Italiana Esperti (DIE) e con il 28° Gruppo Navale, inizialmente attivato per contribuire alla sorveglianza delle coste albanesi contro l’immigrazione clandestina;
  • Malta, con la Missione Italiana di Assistenza Tecnico-Militare (MIATM).

In conclusione,
ritengo che la prevedibile evoluzione dello scenario e la pianificazione al momento consolidata per la partecipazione alle missioni internazionali, lasci prevedere una sostanziale stabilità dei livelli di impegno per il resto del 2007, ovvero nell’ordine di 8.000 militari.
Non si possono peraltro escludere eventuali ulteriori esigenze di impiego ricollegabili:

  • a richieste ONU/UE/NATO in relazione al deteriorarsi di alcune situazioni a rischio, con particolare riferimento all’Africa e all’evoluzione delle crisi in Sudan-Darfur e in Somalia.
  • all’opportunità di continuare a prevedere una presenza saltuaria, ma continuativa, di Unità navali per attività di presenza e di cooperazione nelle aree del Mar Rosso, Mar Arabico e Golfo Persico - che rivestono una particolare rilevanza strategica, politica, economica e commerciale per il nostro Paese - in aggiunta alla presenza del contingente aeronautico di C-130J ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti;
  • ad un’eventuale attivazione reale del Battle Group dell’Unione Europea o della NATO Response Force, per i quali - a partire dal mese di luglio per sei mesi - manteniamo disponibili in turno di prontezza, rispettivamente, la Multinational Land Force (incentrata sulla Brigata Julia e su reparti di Slovenia e Ungheria) e il comando NRDC di Solbiate Olona (quale Comando di Componente Terrestre) unitamente a reparti della Brigata Friuli e ad assetti navali ed aerei.

Questi impegni, al momento solo potenziali, non rientrano, evidentemente, nel quadro delle missioni internazionali descritte nella Legge n. 36 del 26 Marzo 2007, per la quale sono qui oggi ad informare il Parlamento. Si tratta, invece, impegni che derivano dagli accordi internazionali, in ambito NATO ed Unione Europea,  che vincolano in misura importante l’Italia ad una condotta in materia di politica militare coerente con il generale orientamento della nostra politica estera.
Nella formulazione di quest’ultima, come è noto, l’Italia si è sempre espressa per una sostanziale integrazione e condivisione delle scelte nazionali con quelle degli alleati.

Ne è derivato un consistente e crescente impegno anche per le nostre Forze armate, chiamate ormai a fornire, pressoché continuativamente, un significativo contributo a quei complessi di forze che sia la NATO che l’Unione Europea mantengono ad un elevato grado di approntamento, per esigenze impreviste e che richiedono un’immediata risposta.

Qualora le Commissioni lo ritenessero opportuno, potrò intervenire nuovamente in questa sede, per una nuova audizione finalizzata proprio a fornire un quadro dettagliato relativamente a tale tematica, a mio giudizio di estrema rilevanza per la politica di difesa nazionale.

Circa le missioni all’estero attualmente in corso, esse costituiscono una chiara rappresentazione dell’impegno dell’Italia e delle sue Forze armate per la promozione e la difesa della pace e della legalità internazionale.
Si tratta di un impegno gravoso, sia in termini umani che finanziari.

Non è un male ripeterlo. Quanto questa partecipazione sia vitale per noi e per i popoli che in tal modo andiamo ad aiutare, dobbiamo essere e rimanere pienamente consapevoli.

Il nostro Paese opera a pieno titolo nelle principali organizzazioni politiche e di sicurezza dell’area euro atlantica.
Per due anni siederà nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Rimane un attore politico, economico e culturale di primissimo livello sulla scena internazionale.
Tutto ciò lo si deve anche all’impegno per la sicurezza del nostro Paese e all’azione dei nostri militari che, in ogni contesto in cui operano, sono unanimemente apprezzati e rispettati.

Molto è quello che chiediamo alle nostre donne ed ai nostri uomini in divisa; altrettanto è il sostegno morale e materiale che abbiamo il dovere di garantire loro. 

Pagina pubblicata il 05-03-2011