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Audizione del:

15 maggio 2007

Comunicazione del Governo alle Commissioni congiunte Esteri e Difesa, Camera e Senato, sulle dotazioni del Contingente militare italiano di ISAF in Afghanistan.

Signori Presidenti, onorevoli Senatori e Deputati

Come credo sia noto, pochi giorni orsono ho condotto una visita in Afghanistan, per incontrare sia il nostro personale lì operante, sia le Autorità afgane e i principali responsabili della missione e della comunità internazionale.

La visita era certo ispirata al dovere di rappresentare visibilmente al nostro Contingente l'interesse e la vicinanza del Paese assieme all'apprezzamento per lo svolgimento della missione a loro affidata dal Parlamento della Repubblica. Il suo intento immediato era tuttavia quello di portare a termine l'istruttoria avviata dal Governo per dare attuazione ai vari Ordini del Giorno approvati da parte di entrambi i rami del Parlamento, con il fine di assicurare ai nostri soldati tutte quelle misure che si rendessero necessarie per farli operare al meglio e nella massima sicurezza nello svolgimento dei compiti assegnati.

Sono qua appunto per dar conto di questa istruttoria.

Poiché, immediatamente prima della mia visita in Teatro, all'interno della Regione Ovest – sotto la responsabilità di un Comandante italiano – si erano verificati degli scontri che avevano malauguratamente provocato la morte di decine di civili innocenti, al primo obiettivo della visita si è poi aggiunto quello di accertare direttamente la dinamica degli eventi ed incontrare i massimi responsabili della missione militare in Afghanistan, nonché poter acquisire direttamente dalle autorità afgane, dal mio collega Ministro della Difesa, e dallo stesso Presidente Karzai, un giudizio sulla situazione corrente e sulle misure da adottare per il futuro.

In questa sede, così autorevole, desidero in primo luogo affermare con orgoglio quanto l'operato dei nostri militari sia unanimemente apprezzato, da parte di tutti gli interlocutori con cui ho potuto avere un colloquio.

Essi stanno dimostrando elevatissime capacità professionali e una straordinaria adattabilità che consente loro di operare in un contesto ambientale oggettivamente critico. Alla loro guida si trovano Comandanti eccellenti, che possono godere della nostra completa fiducia in virtù delle loro qualità civiche, professionali ed umane.
Questa doverosa premessa non deve essere intesa come una pura clausola di stile, bensì come un reale elemento informativo a vantaggio del Parlamento e dell'Italia tutta.

È importante ricordare come, in un Paese tanto lontano, da anni, migliaia di cittadini italiani in divisa si stiano avvicendando senza soluzione di continuità, affermando con il loro operato i valori che sono patrimonio del nostro popolo, i valori solennemente sanciti nella nostra Carta costituzionale.

Passando quindi alla esposizione anticipo che l'informativa da me resa in questa sede intende dare ampia informazione circa la situazione attuale in Afghanistan, le tendenze in atto, i compiti del nostro Contingente e della missione ISAF nel suo complesso.

In questo quadro affronterò infine specificatamente il tema dell'invio di equipaggiamenti aggiuntivi, tesi ad adeguare le misure di protezione operativa per le nostre unità.

Signori Presidenti, onorevoli Senatori e Deputati
Quando si parla dell'Afghanistan è inevitabile che la nostra attenzione sia attratta innanzitutto dalle patologie che connotano la situazione attuale di quel Paese. Nella colonna degli eventi, i morti, i feriti, gli attentati, gli incidenti, la coltura del papavero, la criminalità.
Nella colonna dei costi le risorse impegnate, il personale e i mezzi impiegati, le azioni, le regole.

E' comprensibile che questo avvenga. Queste sono le regole che governano le notizie e le nostre preoccupazioni. E' soprattutto inevitabile considerato che siamo chiamati, che sono chiamato come oggi in questa sede, da Ministro della Difesa a dar conto della sicurezza  - e perciò della insicurezza.

Se ci si limitasse solo a questo aspetto della analisi, sarebbe tuttavia difficile poter comprendere correttamente la situazione afgana, così come accadrebbe peraltro per ogni Paese, a cominciare dal nostro.

In particolare, del tutto incomprensibile sarebbe l'analisi della situazione se ci si limitasse ad una istantanea che registra il presente, prescindendo da un sia pur sommario riferimento alle condizioni di partenza. Un periodo che, per semplicità, noi collochiamo al 2001, ovvero al termine del dominio talebano ed all'avvio delle operazioni di stabilizzazione e ricostruzione ad opera della Comunità internazionale.

È difficile anche solo immaginare il livello abissale in cui quel Paese era precipitato, dopo decenni di guerra guerreggiata e governo dispotico.
Virtualmente, ogni parametro usualmente adottato per misurare l'indice di sviluppo di un Paese era, nel caso dell'Afghanistan, agli ultimi posti nelle classifiche mondiali. Sanità, educazione, infrastrutture, legalità, diritti umani e civili erano ai minimi termini, oppure semplicemente non misurabili giacché inesistenti.
Questo per non parlare di quello che credo debba essere considerato il tratto più pesante della società afgana di allora: la condizione femminile.
Dico questo perché oggi, a distanza di appena sei anni da quel fatidico 2001, tutti i parametri a cui ho accennato sono in costante crescita, attentamente monitorati da numerose Organizzazioni non Governative e dalle stesse Nazioni Unite.
In un recente rapporto dell'UNAMA, cioè della Missione di Assistenza all'Afghanistan delle Nazioni Unite, si legge che oggi l'83% della popolazione ha accesso a una forma di assistenza sanitaria, contro il 9% del 2004.
Negli ultimi tre anni, oltre 4000 strutture sanitarie sono state aperte in  tutto il Paese.
Quattro milioni e ottocentomila Afgani sono ritornati nel loro Paese negli ultimi anni, segno inequivocabile di come – pur in un contesto tutt'altro che stabilizzato – esista una chiara percezione di un netto cambiamento rispetto al passato, di prospettive per il futuro certamente migliori. In questi anni, l'intervento internazionale ha permesso di ricostruire – ma sarebbe più corretto dire "costruire" – oltre 4000 chilometri di strade e di bonificare dalle mine migliaia di chilometri quadrati. Si stanno realizzando decine di migliaia di nuove case e di progetti di ogni genere in campo agricolo. Ad oggi, oltre 17.000 comunità hanno beneficiato di interventi di ricostruzione quali pozzi, ambulatori, scuole, infrastrutture di ogni genere. La crescita economica è attorno al 10% su base annua; il reddito pro capite è passato dai 180 dollari per abitante nel 2004 ai 355 dollari di oggi.
Si è raddoppiato in tre anni.
Nel 2001 c'erano 2 linee telefoniche per ogni 1000 abitanti. Oggi il 10% degli Afgani utilizza un telefono cellulare.
Ci sono 7 stazioni televisive e decine di emittenti radio e di giornali indipendenti. In questo caso, il raffronto con il periodo dei Talebani è impossibile, semplicemente perché questo genere di cose era bandito.

Venendo al settore della sicurezza, il primo importantissimo traguardo raggiunto dall'intervento internazionale è stato lo scioglimento pacifico – ed il contestuale disarmo – di decine di migliaia di Mujaedeen, inquadrati nelle milizie che avevano combattuto contro i Talebani. A seguito di uno specifico programma delle Nazioni Unite, tutti gli oltre 63 mila combattenti censiti sono stati disarmati e smobilitati. Di questi, 53 mila hanno completato un programma per il reinserimento nella società civile.
Si è ora passati al disarmo ed allo scioglimento delle milizie illegali. È un processo estremamente delicato, lungo, svolto sotto la responsabilità delle Autorità afgane e con il supporto della Comunità internazionale. Tale programma prevede in sostanza un intenso dialogo con i capi tribali, per indurli ad accettare lo scioglimento delle milizie locali, in cambio di sicurezza garantita dall'Esercito e dalla Polizia e di concreti programmi di sviluppo. Ad oggi, tramite questo programma sono state raccolte decine di migliaia di armi leggere e pesanti. Relativamente alla costruzione delle capacità afgane nel settore della Sicurezza e della Difesa, l'obiettivo posto alla Conferenza di Londra del 2006 era quello di disporre di un Esercito Nazionale con 70 mila effettivi, ed una Polizia con 62 mila effettivi, divisi in varie specialità. Il tutto, da raggiungere entro il 2010.

Attualmente, sono circa 30 mila gli effettivi dell'Esercito Nazionale Afgano e circa 35 mila gli effettivi nelle varie forze di Polizia.

A tal proposito, è opportuno considerare due elementi. Il primo è il carattere nazionale – cioè multietnico – del nuovo Esercito, in via di costruzione dal 2002. Il reclutamento avviene in tutto il Paese, ma le Unità che vengono così formate e distribuite sul territorio sono etnicamente miste. Ciò rappresenta di per se un esperimento per più versi problematico perché rallenta il reclutamento e aumenta i costi che sarebbero sicuramente minori se reclutamento, formazione e allocazione fossero regionali, in pratica è la prima volta nella storia dell'Afghanistan in cui si hanno delle forze armate completamente multietniche.
Ma al momento si sta dimostrando, nonostante tutto, positivo. L'Esercito Nazionale è una realtà affermata e rispettata nel Paese.

Questo non ci impedisce di vedere il ritardo col quale il processo di sviluppo va procedendo.

Circa il ritmo con cui tale Forza sta crescendo, negli ultimi mesi la Comunità internazionale – ed in particolare i Paesi della NATO – hanno concordato perciò sull'opportunità di velocizzare il processo di crescita.
Il ritmo prima limitato ad una media di 600 unità al mese sta aumentando con l'obiettivo di raggiungere 2000 nuove reclute ogni mese.
Questo personale si va inoltre ad aggiungere a quello che, reclutato negli scorsi anni, ha ormai acquisito un notevole bagaglio di esperienza sufficiente, sicché la qualità complessiva delle nuove Unità in via di formazione sta anch'essa crescendo. Infine – ma non per importanza – la NATO sta fornendo all'Esercito Nazionale Afgano consistenti partite di nuovi equipaggiamenti, che permettono di dotare le nuove Unità di maggiore mobilità e protezione, a tutto vantaggio della loro efficacia.

Qualora il ritmo attuale di crescita dovesse essere mantenuto, è perciò verosimile che il traguardo dei 70 mila effettivi potrebbe essere raggiunto in linea se non addirittura in anticipo rispetto alla scadenza identificata nella fine del 2010.
Relativamente alla Polizia, la formazione di nuove Unità procede regolarmente, seppur ad un ritmo non totalmente soddisfacente. Anche questo settore è comunque oggetto di grande attenzione da parte della Comunità internazionale. La più recente novità – potenzialmente molto importante – è rappresentata dall'interesse espresso nell'ambito dell'Unione Europea ad assumere un ruolo di responsabilità nella ricostruzione della Polizia afgana. Il Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne ha approvato il 12 febbraio scorso il "Crisis Management Concept" per una missione civile PESD nel settore delle Forze di Polizia.
È attualmente in corso di elaborazione il Concetto Operativo, da finalizzarsi entro la fine di maggio.
E' previsto lo spiegamento di un gruppo composto complessivamente da 160 uomini a Kabul, nonché presso i cinque Comandi regionali della Polizia Nazionale afgana e anche, a livello provinciale, presso i PRT.
L'avvio del dispiegamento inizierà entro il semestre di Presidenza tedesca per ondate successive che dovrebbero concludersi a metà novembre 2007.
La missione PESD farà riferimento al neo costituito "International Policy Coordination Board" (IPCB) che sovrintende alla strategia complessiva della riforma della Polizia in Afghanistan.
La Difesa prevede di partecipare con 13 Carabinieri, di cui 2 Ufficiali inseriti negli organismi di direzione della missione IPCB e relativo Segretariato a Kabul, mentre gli altri saranno ad Herat (dei 13, 6 sono già ad Herat sotto cappello ISAF e dovranno passare sotto cappello EUPOL).
 Con tale progetto, che riscuote il consenso del Governo italiano,  ci troveremo in una situazione certamente positiva, con la NATO direttamente impegnata a sviluppare le capacità dell'Esercito e l'Unione Europea concentrata sulla ricostruzione della Polizia.

Lo spazio che ho inteso dedicare alla ricostruzione delle capacità afgane in materia di sicurezza e difesa è dovuto alla centralità che dobbiamo attribuire a questa attività.

Come lo stesso acronimo della missione nella quale siamo impegnati sta a significare, l'obiettivo essenziale della nostra missione, della missione al cui interno noi operiamo, è quello di mettere a disposizione del nuovo Stato afgano una Forza internazionale che assista la sua sicurezza, assista la costituzione, il rafforzamento, la diffusione, il dispiegamento del suo autonomo quadro di sicurezza. Il compito non quello di sostituirsi ad esso con un intervento ad esso esterno.

La sicurezza non è tutto, guai se noi cadessimo in questo errore o tentazione, guai se perdessimo il senso della misura, se confondessimo il mezzo con il fine, se dimenticassimo la natura multidimensionale del nostro intervento ed il quadro regionale nel quale la questione afgana deve cercare la sua soluzione. Ma mentre lavoriamo per individuare un percorso che avvicini la meta, mentre ci impegniamo accanto e su un piano distinto a favore di un impegno crescentemente  civile, mentre ribadiamo cioè con atti concreti che la sicurezza non è tutto, dobbiamo con altrettanta forza ribadire che senza la sicurezza nulla è possibile. Essa non è certo una condizione sufficiente dello sviluppo civile, ma non di meno è una condizione necessaria.

La sicurezza è un bene fondamentale senza cui non è possibile progredire in alcuno degli altri settori dello sviluppo sociale e politico. Senza la sicurezza, sarebbe impossibile perseguire gli obiettivi di sviluppo sociale ed infrastrutturale, sarebbe impossibile assicurare il funzionamento di istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani e politici. Senza la sicurezza, i traguardi sin qui raggiunti sarebbero messi in pericolo e probabilmente si regredirebbe verso il passato.

Ma la sicurezza della quale parliamo è quella che gli Afgani sapranno assicurare da soli a se stessi. Alla sicurezza, e più precisamente all'assistenza alle Autorità afgane per il conseguimento di ragionevoli livelli di sicurezza, è dedicata appunto la missione ISAF, a guida NATO e sotto l'egida delle Nazioni Unite. E' in questo ambito che l'Italia ha sottoscritto impegni precisi, che ci attribuiscono responsabilità ampie e diversificate.

Il nostro contributo, lo ricordo, si sostanzia principalmente in due responsabilità, quella relativa alla Regione di Kabul e quella della Regione Ovest.
Nella Regione della Capitale, l'Italia condivide con la Francia e la Turchia la responsabilità della guida della Regione, per un periodo complessivo di 24 mesi, cioè 8 mesi per ciascuno dei tre alleati. Dopo il periodo a guida francese, ora sono in comando i Turchi e successivamente sarà la volta degli Italiani. Alle operazioni ISAF l'Italia contribuisce inoltre con un Battle Group, una componente del genio, una di elicotteri ed altri assetti di supporto.

Nella Regione Occidentale, con capoluogo Herat, l'Italia detiene il Comando Regionale della NATO, che esercita le sue funzioni sui Contingenti alleati schierati nelle quattro Province incluse in questa Regione. Oltre alle funzioni di comando, l'Italia gestisce direttamente uno dei quattro PRT (Provincial Reconstruction Teams) regionali, contribuisce al funzionamento della Base Avanzata di Supporto ed assiste direttamente, mediante tre OMLT, ovvero Squadre Operative di Collegamento e Assistenza, la ricostruzione dell'Esercito afgano. Consentitemi di spendere qualche parola per descrivere, ricordare, le caratteristiche della Regione Ovest. Si tratta di un territorio molto vasto, grande quasi quanto la metà dell'Italia e popolato da 3 milioni e 200 mila Afgani. Esiste di fatto una sola strada principale asfaltata, parte della cosiddetta "Ring Road" che collega circolarmente le principali città del Paese. Per il resto, i collegamenti sono estremamente difficili, in ogni condizione climatica, mentre diventano quasi impossibili durante l'inverno. Il collegamento terrestre fra Herat e la sede del PRT a guida lituana, situato presso Chagcharan, nella Provincia più orientale della Regione Ovest, che dista 390 chilometri, richiede mediamente 22 ore. Lo stesso collegamento si effettua in 105 minuti tramite elicottero. Questo esempio può essere utile per comprendere quanto sia importante assegnare ai Contingenti lì operanti dei mezzi adeguati, per numero e tipologia, in grado di permettere di operare in un contesto ambientale così critico.
In termini di sicurezza, la Regione nel suo complesso non appartiene a quelle ritenute più instabili. Gli episodi intercorsi recentemente dimostrano tuttavia da soli che esistono comunque anche in essa elementi di rischio, associati all'attività di una pluralità di soggetti animati da motivazioni sia politiche che prettamente criminali.  Si riscontrano infatti rivalità tribali, attività legate alla coltivazione ed al traffico di oppio nonché infiltrazioni di elementi esterni alla Regione, che intendono evidentemente cercare proseliti per la loro causa sovversiva. Operativamente, negli ultimi mesi la condizione media di sicurezza nella Regione nel suo complesso non è variata significativamente, ma si è registrato un preoccupante aumento nell'impiego di ordigni esplosivi improvvisati, fatti detonare al passaggio delle pattuglie delle Forze di Sicurezza afgane e di quelle dell'ISAF.  Questo è proprio uno dei fattori che ha indotto all'implementazione di nuove misure di protezione, di cui darò conto più avanti. Come noto, nel corso delle ultime settimane si sono registrati anche scontri fra forze afgane e della Coalizione a guida statunitense, da una parte, e gruppi armati locali, dall'altra. Tali scontri hanno determinato la morte di un numero consistente di civili innocenti. Uno di questi scontri è avvenuto all'interno della Regione Ovest, e più precisamente nei pressi della città di Shindand. Desidero precisare che lo scontro in questione non ha coinvolto i militari italiani, nè quelli degli altri Contingenti dell'ISAF. È stato infatti condotto dalle forze afgane supportate da quelle statunitensi inquadrate non nell'ISAF, bensì nella Coalizione che conduce l'Operazione Enduring Freedom.
L'Operazione Enduring Freedom è stata avviata sulla base della risoluzione ONU 1368 del 12 settembre 2001, che ha definito gli eventi dell'11 settembre come atti di terrorismo internazionale, di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.
L'ISAF è stata costituita in attuazione della risoluzione ONU 1386 del 20 dicembre 2001, per "assistere l'Autorità Provvisoria Afgana nel mantenimento della sicurezza a Kabul e nelle aree circostanti", area poi progressivamente estesa a tutto il Paese.
Per la pratica attuazione delle risoluzioni ONU e dell'attività dell'ISAF, è stato sottoscritto un memorandum fra i Paesi partecipanti ed il Governo afgano, in cui è chiaramente indicato che le "Coalition Forces sono quegli elementi militari nazionali della Coalizione guidati dagli Stati Uniti che conducono la Guerra al Terrorismo in Afghanistan", specificando che "l'ISAF non è parte delle Forze della Coalizione".

ISAF ed Enduring Freedom sono quindi missioni con differenti mandati, che rispondono a catene di Comando differenti, l'una facente capo al Comando Supremo Alleato della NATO ed al Consiglio Atlantico, l'altra al Central Command statunitense.
L'azione condotta presso Shindand non è stata correttamente coordinata con i Comandi ISAF, né la sua esecuzione tempestivamente comunicata. Nel corso della mia visita a Kabul, sia il Presidente Karzai sia il Generale McNeill, Comandante dell'ISAF, hanno concordato su questo punto, ed hanno espresso la comune intenzione di promuovere in tempi brevi uno specifico meccanismo di coordinamento che possa scongiurare nel futuro il ripetersi di episodi analoghi.
È assolutamente evidente che, nel contesto specifico della stabilizzazione e ricostruzione dell'Afghanistan, la perdita di vite umane, tanto più se costituite da civili innocenti, è inaccettabile e altamente controproducente per la causa per la quale la Comunità internazionale si sta adoperando.  Nel caso del combattimento avvenuto a Shindand, è verosimile che le vittime civili – che devono essere considerate il risultato di un errore del tutto analogo al cosiddetto "fuoco amico", e non già dei "danni collaterali" – siano state provocate da un impiego sproporzionato e non sufficientemente discriminato dell'Aviazione, chiamata a fornire un sostegno ravvicinato alle truppe a terra.

Anche nella Regione Occidentale, l'ISAF sta attivamente perseguendo l'obiettivo di ricostruire credibili capacità operative per le Forze di Sicurezza e Difesa afgane.
In particolare l'Esercito Nazionale Afgano ha costituito, per tale Regione,  un Comando di Corpo, basato ad Herat, entro cui è inserita una Brigata composta da tre "Kandak" – cioè battaglioni di fanteria – più unità di supporto. L'Italia, mediante l'opera delle sue squadre OMLT, sta sostenendo la formazione avanzata di queste forze, insieme agli altri Contingenti NATO presenti nella Regione.
Attualmente la consistenza dell'Esercito Nazionale Afgano presente nella Regione è inferiore alla metà di quello previsto nei piani definitivi. Il livello di addestramento delle forze esistenti è poi solo parzialmente adeguato alle necessità. Ne deriva l'urgenza di aumentare sia il numero che la qualità di queste forze, al fine di perseguire l'obiettivo dell'estensione del controllo del territorio da parte delle Autorità afgane.
Il già citato incremento nella velocità di ricostruzione dell'Esercito Nazionale dovrebbe permettere di completare i ranghi anche delle Unità schierate nella Regione Occidentale. L'ISAF nel suo complesso e le forze italiane in essa operanti promuoveranno ovviamente tale attività, perché è bene chiarire che l'impegno di ISAF non si riduce alla propria autodifesa o all'azione delle Squadre di Ricostruzione Provinciale, ma, pur ribadendo che il suo compito è e deve essere considerato come un compito di assistenza alle autorità Afgane nel settore della sicurezza, resta che l'assistenza  - che è una assistenza militare armata - non può non essere intesa che come assistenza attiva.
Considerazioni del tutto analoghe si possono applicare alle forze di Polizia. In tale settore, peraltro, l'Italia sta operando efficacemente anche con la Guardia di Finanza, che sta assistendo la Polizia di Confine afgana.

Signori Presidenti, onorevoli Senatori e Deputati,

desidero ora informare circa le iniziative adottate dal Governo per fornire al nostro Contingente quegli equipaggiamenti che risultano necessari a garantire le migliori capacità operative e la massima sicurezza del personale nell'esecuzione dei propri compiti.

Tali iniziative sono state adottate in ottemperanza a quanto previsto nei diversi Ordini del Giorno, adottati sia alla Camera che al Senato in occasione del voto sul finanziamento della partecipazione dell'Italia alle missioni militari internazionali all'estero.
Sull'argomento, il Consiglio Supremo di Difesa, nella riunione del 2 aprile scorso, nell'ambito dell'analisi della situazione relativa ai vari Teatri operativi, ha preso atto del citato impegno ed ha svolto la sua attività consultiva e di raccordo tra organi costituzionali dello Stato allo scopo di corrispondere alla volontà del Parlamento in vista delle iniziative che il Governo avrebbe dovuto assumere per attuare quanto previsto dai citati Ordini del Giorno.

A seguito di tale riunione, ho interessato immediatamente lo Stato Maggiore della Difesa per un esame accurato delle scelte e delle richieste tecniche analizzate dagli Stati Maggiori, in relazione alle nuove esigenze da soddisfare. A valle di tale esame è stato avviato un approfondimento sulle risorse economiche necessarie per affrontare il problema della copertura finanziaria degli ulteriori costi che i nuovi mezzi, e il relativo personale, potranno comportare.
Sulla base di tali esami, è emersa l'esigenza di dotare il nostro Contingente di mezzi che potessero ampliare le capacità di muoversi e operare in sicurezza, grazie ad una combinazione di elevata velocità di reazione, elevata mobilità in ogni contesto orografico, elevata protezione, ampia disponibilità di sensori di sorveglianza ed identificazione, anche a grande distanza. I nuovi mezzi dovevano poi incrementare la sicurezza operativa grazie al loro effetto di deterrenza.
Sulla base di questi criteri, sono stati individuati i seguenti equipaggiamenti:

- 5 elicotteri A-129 "Mangusta", di cui uno come riserva logistica;
- 8 veicoli corazzati "Dardo";
- 10 veicoli blindati "Lince".

Gli elicotteri A-129 sono velivoli agili e ben protetti, dotati di sistemi di osservazione ogni-tempo, che permetteranno di scortare gli elicotteri da trasporto già presenti in Teatro, nonché di esplorare il terreno nel quale operano le nostre pattuglie a terra. I corazzati "Dardo" sono veicoli dotati di una valida combinazione di mobilità e protezione, grazie al moderno complesso motore – trasmissione – cingoli ed alla pesante corazzatura. Si consideri quanto già riportato nella descrizione della Regione di Herat, ovvero la virtuale assenza di strade. In tale contesto, i Dardo permetteranno ai nostri militari di muoversi con adeguata protezione anche fuori strada e sui percorsi più impervi. Infine, gli ulteriori 10 blindati "Lince", caratterizzati da una specifica protezione anti-mina, aumenteranno la sicurezza delle nostre pattuglie in movimento sulle rotabili. Nel recente passato tali mezzi, già presenti in Teatro, hanno dimostrato la loro capacità di resistere alle esplosioni di ordigni improvvisati.
Non è possibile, per ovvi motivi di riservatezza, effettuare un confronto diretto fra gli equipaggiamenti del Contingente italiano e quello degli altri Paesi alleati, schierati in Afghanistan, né dare completa informazione circa le dotazioni militari dei Contingenti alleati.
Posso però affermare che ciascun Contingente è dotato di un complesso di mezzi e di equipaggiamenti specificatamente selezionati per rispondere alle esigenze peculiari delle proprie Unità.

Insieme ai  nuovi mezzi, verranno inviati in Afghanistan gli equipaggi ed il personale di supporto tecnico e logistico, per un complesso di circa 145 militari.

La spesa preventivata per tale schieramento è quantificata in 25,9 milioni di euro, di cui 7,2 milioni una-tantum per le predisposizioni, i trasporti e le infrastrutture logistiche in Teatro, e 18,7 milioni di costi ricorrenti, per un periodo di circa 7 mesi, fino al 31 dicembre 2007.
La relativa copertura finanziaria, d'intesa con la Presidenza del Consiglio e con il Ministero dell'economia e delle finanze, verrà apprestata in sede di adozione del disegno di legge di assestamento del bilancio per l'anno 2007.

Le decisioni assunte, in tutta evidenza, non alterano in alcun modo né la natura della partecipazione del nostro Contingente alla missione ISAF né, tanto meno, le finalità ultime della nostra presenza. Ove si abbia presente la dimensione geografica della Regione di nostra responsabilità e le sue caratteristiche orografiche, si comprende come gli equipaggiamenti aggiuntivi, per numero e tipologia, non potrebbero consentire un genere di missione differente da quella già adottata dal nostro Contingente, in accordo con gli alleati della NATO. I nuovi mezzi permetteranno però di migliorare le capacità di esplorazione, la mobilità e la protezione – quindi la sicurezza attiva e passiva – delle nostre truppe.

Signori Presidenti, onorevoli Senatori e Deputati

Siamo e rimaniamo in Afghanistan in sostegno alle Istituzioni locali ed alle Organizzazioni internazionali che, nei diversi ambiti, operano in Afghanistan e per il bene dell'Afghanistan.

La nostra azione continuerà ad essere finalizzata alla edificazione di capacità di governo che rendano l'Afghanistan autosufficiente, almeno per lo svolgimento delle primarie funzioni tipiche di ogni Stato sovrano. All'inizio di questo mio intervento ho citato alcuni dati, che documentano lo sviluppo in atto nel Paese. Questi dati ci forniscono solo una immagine fugace dell'Afghanistan di oggi, o meglio del suo percorso di questi ultimissimi anni. Eppure ci consentono di riflettere.
È un Paese giovanissimo, per l'altissima percentuale di popolazione sotto i 15 anni d'età.
Questo rappresenta, a mio giudizio, il dato in assoluto più importante per ragionare sul nostro ruolo lì e sulla necessità di garantire il nostro sostegno.
Oggi, sette milioni di bambini e soprattutto di bambine afgane vanno a scuola. Solo nel 2007, quattrocentomila bambine hanno avuto accesso per la prima volta ad una scuola. Oggi ci sono già dieci università funzionanti nel Paese; ce n'era solo una sotto i Talebani.

I bambini di oggi saranno gli Afgani di domani. Saranno loro a costruire concretamente il loro Paese, a cambiare ciò che ancora adesso rappresenta un oggettivo ostacolo alla modernità.
La nostra vera missione è quella di dare un futuro a questi bambini, di consentire loro di diventare adulti, sottratti al giogo della fame e della guerra: di consentire loro di costruire, in un quadro di sicurezza pienamente garantito dagli Afgani, il futuro dell'Afghanistan.
È un compito straordinariamente impegnativo, ma non ci possiamo sottrarre a questo cimento.
È un compito che abbiamo affidato ai nostri militari. Ad essi dobbiamo garantire il nostro massimo sostegno, un sostegno morale e materiale, per il successo della loro missione.

Pagina pubblicata il 05-03-2011