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Audizione del:

20 gennaio 2005 , Roma

Intervento del Ministro della Difesa, On.le Prof. Antonio MARTINO, alle Commissioni Difesa di Senato e Camera in ordine agli impegni Internazionali delle Forze Armate nel 2005

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati, esplosa da più di tre anni, la fase emergenziale del terrorismo internazionale continua a caratterizzare il quadro geo-strategico e l’esigenza di risposte adeguate vede amplificarsi gli ambiti di intervento del nostro apparato militare, che resta estensivamente impegnato nel mondo.

Ciò impone, per gli aspetti militari, una dimensione sopranazionale che il Governo sostiene in sintonia con le Nazioni Unite e nell’ambito delle proprie alleanze, la NATO e l’Unione Europea, che costituiscono i cardini della nostra politica di difesa e di sicurezza e che manifestano una significativa tendenza ad assumersi sempre maggiori responsabilità operative.

E’ proprio alla luce dell’esigenza nazionale di continuare a contribuire alla sicurezza collettiva, che desidero fornire un quadro prospettico di quella che sarà l’attività delle nostre Forze Armate nel corso dell’anno appena iniziato, sulla base dei provvedimenti per il necessario avallo parlamentare.

Proprio in questa settimana il Governo ha inviato al Senato, per la conversione in legge, il Decreto di rinnovo delle missioni per il primo semestre 2005, che trova copertura nel fondo di 1200 mil. di Euro previsto dalla Finanziaria.

Si tratta di impegni onerosi e di alto profilo, che propongo, ora, di passare in rassegna, cominciando dall’Iraq, il teatro più complesso e passibile di significativi sviluppi.

Nell’ormai lungo tempo dell’operazione “Antica Babilonia”, il Parlamento è stato tenuto costantemente informato della sua evoluzione, conseguente alle risoluzioni parlamentari del 15 aprile 2003, con le quali fu determinato il nostro intervento in Iraq solo dopo la fine delle ostilità, alle quali l’Italia non aveva preso parte. La nostra missione si è solidamente incardinata nel quadro delle Risoluzioni 1483 e 1511 delle Nazioni Unite, che la caratterizzano come parte di un intervento multilaterale di stabilità e sicurezza e di assistenza del popolo iracheno.

Il 20 maggio Camera e Senato hanno approvato le comunicazioni con le quali il Presidente del Consiglio ha preannunciato il cammino concordato per la ricostruzione dell’Iraq, secondo tempi e modi sinora puntualmente rispettati.

I punti forti di questo percorso sono stati:
  • il 1 giugno, la formazione del governo interinale di Allawi;

  • l’8 giugno, la Risoluzione 1546, con la quale il Consiglio di Sicurezza ha richiesto alla Comunità internazionale di sostenere la transizione politica con supporto tecnico e professionale e con una Forza multinazionale, alla quale il Governo provvisorio iracheno ha chiesto anche all’Italia di partecipare;

  • il 28 giugno, il trasferimento dei poteri al nuovo Governo e lo scioglimento della Autorità Provvisoria della Coalizione;

  • contemporaneamente, nella stessa giornata del 28 giugno, nel Vertice di Istanbul, la decisione della NATO di aderire alla richiesta irachena di assistenza per l’ equipaggiamento e l’addestramento delle Forze armate e di polizia del paese;

  • il 15 agosto, la “Conferenza Nazionale” che ha designato i membri dell’Assemblea Nazionale Consultiva responsabile, tra l’altro, della preparazione delle elezioni per la fine del mese di gennaio 2005;

  • il 22 e 23 novembre, la Conferenza internazionale per l’Iraq di Sharm el Sheik, che ha sancito l’apertura di un dialogo fra i molteplici soggetti della crisi irachena ed ha conferito nuovo impulso al processo di transizione, richiamando un ruolo più incisivo per le Nazioni Unite e riaffermando il mandato della Forza multinazionale.

In questo percorso il nostro paese ha mantenuto una linea di coerenza fra azione politica ed impegno operativo. Il contingente nazionale ha iniziato ad operare dal 15 luglio 2003, mantenendo una composizione interforze.

L’Esercito opera con un Comando di Brigata, in grado di gestire anche unità di altre nazioni. Si sono succedute le Brigate “Garibaldi”, “Sassari “, “Ariete”, “Pozzuolo del Friuli” e la “Friuli”, per periodi medi di 4 mesi; da un mese è tornata la “Garibaldi”.

La Marina, dopo l’iniziale impiego di un Gruppo Cacciamine per assicurare gli approcci marittimi e di una Unità anfibia per il supporto logistico ed operativo, continua a fornire reparti speciali ed anfibi integrati nell’ambito della componente terrestre. L’Aeronautica assicura i trasporti logistici e componenti del genio aeronautico e di elicotteri.

L’Arma dei Carabinieri fornisce elementi di polizia militare ed una Multinational Specialised Unit.

In questo anno e mezzo il nostro contingente ha ottenuto risultati di grande rilievo, sui quali desidero soffermarmi. Potrà sembrare un elenco lungo, in realtà è solo una sintesi dell’attività intensa e non priva di rischi dei nostri militari ed una testimonianza della ricostruzione in corso in Iraq. Naturalmente, interventi di pari portata potremmo elencare per gli altri teatri operativi.

Innanzitutto, il sostegno alla ricostruzione del "comparto sicurezza" iracheno, con l’assistenza per l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze, a livello centrale e locale, sia nel richiamato contesto della NATO che sul piano bilaterale. In tale attività, passata alla sua fase operativa, il nostro paese svolge un ruolo attivo e sostiene l’ipotesi che vi si affianchi l’Unione Europea.

A livello centrale, partecipiamo alle attività dell’Office of Security Transition ed al team di addestratori, nel quadro della NATO Training Iraqi Mission; in futuro, sarà reso operativo un centro di addestramento e studi.

A livello locale operiamo per la riforma del settore sicurezza, nonché allo sviluppo del sistema giudiziario e carcerario nella provincia di DHI QAR.

Allo scopo, opera uno specifico reparto nel quale è confluito personale dell’Esercito dedicato alla "Guardia Nazionale irachena" e personale dell’Arma per addestrare il "Servizio di polizia". Sul piano bilaterale, abbiamo già avviato attività di formazione ed addestramento di personale militare in Italia, dove 44 ufficiali iracheni stanno frequentando, presso il CASD, un corso per Senior staff officer, che sarà seguito da altri corsi per ufficiali di diversi livelli.

Naturalmente, una maggiore sicurezza della regione è il primo e più importante obiettivo da conseguire per l’avvio della ripresa civile e sociale. La presenza del nostro contingente rappresenta un fattore determinante di stabilità della provincia, anche se questa è affetta da endemici e complessi problemi di ordine pubblico, sociale ed economico. Si pensi alle migliaia di armi, mitragliatrici, fucili, pistole, mortai, sistemi anticarro e sistemi contraerei spalleggiabili ed alle tonnellate di munizioni sequestrate dai nostri. Con maggiore sicurezza è stato possibile dare maggiore impulso alle varie iniziative.

A seguito del passaggio dei poteri al "Governo provvisorio iracheno", la Coalition Provisional Authority - CPA ha cessato formalmente di esistere, ma continua la realizzazione dei progetti di ricostruzione già finanziati con i fondi del C.E.R.P. – Commanders Emergency Response Programme -, per un ammontare superiore agli 8 milioni di dollari.

Le attività di ricostruzione già in atto sono coordinate con quelle del Program Contracting Office e di altri "attori", quali ad esempio quelle gestite con risorse della Cooperazione del Ministero degli Esteri, ovvero delle Organizzazioni non Governative, nonché con quelle che il Comandante del contingente sviluppa autonomamente con i fondi stanziati nel Decreto autorizzativo.

Le strutture Civili-Militari hanno consentito di svolgere progetti, verifiche ed interventi urgenti, in settori tipicamente non militari, quali quello della giustizia, dell’istruzione, della sanità, dei servizi pubblici e della pubblica amministrazione, con "specialisti funzionali", esperti formati in ambito militare provenienti dal mondo civile.

Le principali attività riguardano:
  • l’assunzione di manovalanza locale per la pulizia e la sistemazione stradale;

  • piani di prelevamento e di distribuzione dei carburanti, che ha impedito il proliferare del mercato nero;

  • il ripristino e miglioramento della stazione elettrica di AN NASSIRIYAH;

  • la salvaguardia dei siti archeologici;

  • piani sanitari in supporto alle strutture ospedaliere locali, per la fornitura di medicinali, attrezzature sanitarie, potabilizzatori, ecc.;

  • l’assistenza sanitaria specialistica alla popolazione e la medicina preventiva presso le scuole;

  • la verifica del corretto pagamento delle pensioni agli ex dipendenti pubblici ed agli ex militari;

  • il supporto all'operato delle Organizzazioni Governative e Non Governative, in termini logistici e di sicurezza;

  • il supporto alla Cooperazione del Ministero degli Esteri per la realizzazione di un "progetto multisettoriale", riguardante i settori sanitario, agricolo e dell'istruzione;

  • il trasporto e la distribuzione di aiuti umanitari provenienti da vari "donors" nazionali.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati, la Risoluzione 1546 e la Conferenza di Sharm el Sheik hanno ribadito che "la garanzia di sicurezza e stabilità è fondamentale affinché il processo politico si compia con successo".

È, dunque, l'ONU che ha chiesto agli stati membri di contribuire a quella garanzia, anche con forze militari inserite in una forza multinazionale in grado di scongiurare il rischio che la ricostruzione pacifica del paese soccomba al ricatto quotidiano della violenza terroristica. Forte è il richiamo alla comunità internazionale ed in particolare ai paesi vicini ad impegnarsi a neutralizzare quelle forze che cercano di ostacolare il processo di transizione politica. E’ in tale contesto ed a seguito della richiesta del Governo iracheno che il nostro paese svolge la propria missione per la stabilizzazione, la pacificazione, la sovranità e la democrazia e che continuerà a farlo fino a quando il Governo iracheno lo vorrà. I compiti ed i comportamenti del nostro contingente sono coerenti con questi obiettivi.

La missione del nostro contingente non è cambiata: è e resta una missione di pace, con compiti umanitari e di sostegno al Governo provvisorio iracheno. Ciò che è cambiato è il rapporto con le Autorità irachene, ora responsabili istituzionali di ogni decisione. Dal passaggio di poteri al governo provvisorio iracheno, la Forza multinazionale opera in uno spirito di partenariato con le forze militari e di sicurezza irachene , su basi di collaborazione paritaria e nel quadro di intese e di strutture comuni.

I compiti di sicurezza del nostro contingente non sono più di intervento diretto quanto piuttosto di train, mentor e control – addestramento, guida e controllo.

Anche la struttura di comando della forza multinazionale è cambiata, trasformandosi da comando statunitense in comando multinazionale, così come previsto dalla Risoluzione n. 1546. Dal comando della Multinational Task Force Iraq dipende un Comando a livello Corpo d’Armata del Multinational Corp Iraq, che ha alle dipendenze i Comandi di Divisione.

Nella nuova organizzazione sono previste posizioni a livello centrale per tutti i paesi della coalizione. In particolare, l’Italia è presente con due Generali, uno dei quali ha anche l’incarico di Italian Senior National Rapresentative, a cui è demandato il compito di verificare che le nostre forze siano impiegate nel rispetto della delega concessa dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, che mantiene il comando operativo del contingente nazionale.

A Bassora, il Comando divisionale britannico continua ad esercitare il controllo operativo in tutta la Regione meridionale, con irrinunciabili funzioni di coordinamento organizzativo ed operativo. Nel Contingente nazionale sono inseriti: un battaglione di fanteria ed una compagnia MSU rumena, per un totale di 500 unità, ed una compagnia MSU portoghese, con 140 unità.

La configurazione delle regole di ingaggio, stabilita all’inizio dell’operazione, non è cambiata, in quanto risulta tuttora adeguata ai compiti assegnati.

E, tuttavia, sul piano tecnico-militare è in corso, insieme agli americani ed ai britannici, una complessiva rivisitazione delle strategie in teatro e, in particolare, una approfondita verifica dello stato di avanzamento del progetto di rifondazione delle forze di sicurezza irachene. E’ un processo di verifica insieme normale ed eccezionale. Normale perché un’operazione militare viene costantemente sottoposta al controllo dei risultati ottenuti rispetto alle attese ed alle strategie messe in atto. Eccezionale perché, a fronte di una situazione di tale portata e delicatezza, si riconosce la necessità di considerare tutte le possibili soluzioni operative per accrescere le condizioni di sicurezza del paese, conciliando l’esigenza di mantenere il controllo della situazione con il mutamento del contesto determinato dal recupero della sovranità irachena.

La circostanza della nostra partecipazione a questo importante processo di verifica è la dimostrazione di quanto sia tenuta in considerazione la nostra competenza e della effettiva possibilità del nostro apparato di incidere sulle decisioni di maggiore rilevanza della coalizione.

Inoltre, sempre sul piano tecnico-militare, a livello nazionale viene costantemente aggiornata la capacità di risposta del contingente in termini di dimensionamento, organizzazione operativa ed adeguatezza degli assetti rispetto ai compiti assegnati. E’ di tutta evidenza che il mutare dello scenario sul campo comporta i necessari aggiustamenti. Così, a seguito della valutazione dell’opportunità di accrescere la protezione l’operatività della forza, è stato via via deciso l’invio di alcuni veicoli da combattimento “Dardo”, di carri armati “Ariete” e, ultimamente, di quattro “Predator”, velivoli senza pilota, dotati di sistemi avanzati di visione e trasmissione dati a terra, particolarmente adatti alle operazioni di ricognizione e sorveglianza del territorio. Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati, il processo di ricostruzione del dopo-guerra continua ad essere difficoltoso e fortemente travagliato. E’ vero, ma era previsto e non si è mai fermato. Esso impone prioritariamente il consolidamento della sicurezza, senza la quale non ci potrà essere né libertà, né democrazia.

Il passaggio dei poteri all’Iraqi Interim Government ed alle altre istituzioni periferiche, pur rappresentando una svolta storica per il post-Saddam, non ha attenuato l’attività ostile dei gruppi anti-governativi ed anti-coalizione, che, fin dall’inizio, hanno ostacolato la transizione politica e che, ora, tentano di sabotare il processo elettorale, intensificando gli attacchi contro gli iracheni stessi, esponenti religiosi, del Governo e forze di polizia, oltrechè contro la forza multinazionale, colpendo anche le risorse petrolifere, al primo posto tra le possibili fonti di finanziamento per il post war. Quanto alla regione di nostra responsabilità, gli attentati anche recenti dimostrano che essa stessa non ne può essere considerata del tutto al riparo.

Si tratta di una situazione circoscritta, ma molto grave, provocata da movimenti armati minoritari, ai quali sarebbe un grave errore associare la volontà dell’intero popolo, che confida invece in una rapida svolta che garantisca pace e prosperità.

La prossima scadenza elettorale acuisce le tensioni e le difficoltà. Gli avvenimenti vedono una escalation delle attività delle fazioni insurrezionali, prime fra tutte frange estremiste sunnite ed ex-baathiste, da un lato preoccupate dalla prospettiva della supremazia sciita, che verrebbe probabilmente sancita dalle elezioni, e dall’altro vogliose di provocare una reazione dei partiti sciiti stessi, con una deriva incontrollabile degli assetti socio-politici. Per fortuna, gli sciiti, sotto la guida di Al Sistani, hanno sinora mantenuto un atteggiamento molto equilibrato. L’appuntamento elettorale porta all’evidenza i principali nodi della transizione politica e della stabilizzazione irachena: il problema dello svolgimento delle elezioni nel rispetto del calendario e delle condizioni che ne assicurino un’adeguata credibilità; il problema del panorama politico che ne scaturirà, in termini di capacità dello stesso di essere rappresentativo delle varie componenti ed inclusivo di quelle minoritarie; infine, il problema delle prospettive di permanenza delle truppe della coalizione in teatro. Le elezioni di fine mese saranno, forse, “imperfette”, ma esse rappresentano un punto cruciale, un primo approccio di verifica della sostenibilità di un processo di democratizzazione laddove regnava un dittatore spietato.

La richiesta di libere elezioni viene dalla stragrande maggioranza delle componenti politiche e religiose. Non è un caso che lo stesso Bin Laden abbia recentemente lanciato un’offensiva contro questo istituto democratico. Noi, dopo le elezioni in Afghanistan, dobbiamo essere fiduciosi in un loro esito positivo.

Garantire le elezioni vuol dire innanzitutto garantirne lo svolgimento, in un ambiente sicuro. L’auspicio è che si svolgano nei termini stabiliti, con la partecipazione di tutte le componenti. Un voto limitato, con l’esclusione di alcune province - si parla di quattro su diciotto, in particolare quelle di etnia sannita - nelle quali le condizioni di sicurezza non lo consentirebbero, ne condizionerebbe la credibilità e comporterebbe il rischio di difficoltà post-elettorali. Se così fosse, le componenti eventualmente escluse dovrebbero poter comunque partecipare al processo costituente, così come contemplato dalla Transitional Administrative Law. Insomma, l’auspicio è che, per quanto non riuscirà ad esserlo il processo elettorale, il successivo processo costituente sia il più inclusivo possibile.

Quanto ad un possibile contenuto rinvio delle elezioni, esso non sembra assicurare significativi vantaggi, mentre assegnerebbe alla violenza la prova di essere in grado di influenzare i processi politici più della democrazia. Per contro, il rispetto della scadenza di gennaio confermerebbe l’attendibilità della transizione verso un futuro democratico.

Naturalmente, le elezioni rappresentano l’inizio e non la fine del processo di democratizzazione. Esse consentiranno la formazione di un’assemblea provvisoria con poteri costituenti che dovrà determinare l’assetto politico-istituzionale del futuro e portare a nuove elezioni legislative entro fine anno.

L’obiettivo è assicurare l’instaurazione di una democrazia accettabilmente funzionante, un governo maggiormente legittimato, in grado di tenere unito il paese, sostenuto da una maggioranza popolare, con una ripartizione del potere che assicuri un ruolo a tutti i vari gruppi etnici e religiosi, un positivo confronto politico fra i gruppi maggioritari e quelli minoritari, una distribuzione equa delle ingenti risorse, a cominciare dal petrolio,un clima di stabilità interna e senza ambizioni di egemonia regionale; insomma, un Iraq più democratico, libero, sicuro, indipendente.

Se, da un lato, le elezioni consentiranno una definizione ancor più stringente del percorso futuro, dall’altro non consentiranno una immediata ed automatica strategia di disimpegno della forze della coalizione, che dovranno restare fin quando sarà necessario sostenere il processo politico previsto dalla Risoluzione 1546. Solo quando gli iracheni saranno in grado di provvedere autonomamente al proprio destino e diranno alla comunità internazionale di non aver più bisogno di assistenza, si potrà prevedere un rientro del contingente.

D’altra parte, anticipare fin da ora date e modalità di rientro delle truppe, come qualche paese ha fatto, vorrebbe dire offrire precisi punti di riferimento ad insorti e terroristi per pianificare i loro disegni destabilizzatori.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati, passiamo, ora, al teatro afgano. L’Italia partecipa alle due operazioni International Security Assistance Force (ISAF) ed “ENDURING FREEDOM”, diverse ma complementari negli obiettivi, che trovano fondamento giuridico e legittimazione nel pronunciamento delle Nazioni Unite, negli espliciti atti di indirizzo del Parlamento italiano e nei relativi provvedimenti legislativi di autorizzazione.

Il successo delle elezioni presidenziali del 9 ottobre, le prime dopo quarant’anni, ed il varo del nuovo esecutivo presieduto da Karzai, sono la dimostrazione dell’efficacia dell’intervento internazionale a sostegno del percorso democratico di un paese che non presentava certo favorevoli prospettive.

La Forza di assistenza, ISAF, agisce sotto il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, per mantenere un ambiente sicuro nella città di Kabul e nelle aree limitrofe, nel quadro degli Accordi di Bonn. Su un totale di 6.500 unità, il contributo nazionale è di circa 600 militari, inquadrati in reparti di Force protection, del Genio, NBC, Trasmissioni, Carabinieri, con due velivoli C-130 schierati negli Emirati Arabi Uniti.

Il Comando dell’operazione ruota su base semestrale ed è esercitato dalla NATO: dalla Turchia, per il primo semestre del 2005, e dall’Italia, dal prossimo agosto. Per tale funzione schiereremo in teatro il Comando di proiezione di Solbiate Olona - NATO Rapid Deployment Corps- Italy.

L’assunzione del comando, se da un lato testimonia l’elevato livello di credibilità e prestigio delle nostre Forze armate, dall’altro determinerà la necessità di potenziare il nostro contingente, per gli assetti del comando stesso e, eventualmente, di reparti di manovra, rinforzati da supporti tattici e logistici.

Il nostro contingente passerebbe, quindi, da 600 a circa 1300 unità ed eventualmente a 2000 uomini, qualora la situazione dovesse richiedere l’impiego di una ulteriore unità di manovra nel quadro delle possibili ipotesi di pianificazione.

Un nostro ulteriore impegno consegue alla graduale espansione della responsabilità di ISAF a tutto l’Afghanistan, autorizzata dalla Risoluzione 1510 del Consiglio di sicurezza, e perseguita dalla NATO con l’assegnazione ai comandi alleati dei Provincial Reconstruction Teams (PRT). Da circa un anno, sono in corso le preventive valutazioni di merito tecnico-operativo. Si tratta di strutture a basso profilo militare, con compiti prevalentemente di supporto ai progetti di ricostruzione e di sviluppo. Esse necessitano di Basi di supporto avanzato per il sostegno operativo e logistico avanzato, le Foward Support Bases (FSB).

La componente militare è dimensionata in funzione delle esigenze di sicurezza e di sostegno, delle attività militari di controllo e di contributo alla ricostruzione e all’addestramento dell’Afghan National Army, l’esercito regolare che ad oggi conta 15.000 unità, la cui crescita procede di pari passo con il disarmo dei miliziani che vengono man mano reinseriti nella vita civile.

L’Italia, come già più volte anticipato ed in coerenza con specifici atti di indirizzo parlamentare, ha fornito la propria disponibilità ad assumere il PRT di Herat, città chiave per importanza economica e politica dell’area occidentale dell’Afghanistan, attualmente gestito dagli Stati Uniti, e di costituire, con il contributo di altri paesi, la collegata FSB, nell’aeroporto della medesima località.

Si prevede che il progetto prenda avvio nei prossimi giorni, con un impegno complessivo di circa 250 unità e di assetti sanitari ed elicotteristici.

Sempre in Afghanistan, prosegue l’operazione “ENDURING FREEDOM”, la campagna contro il terrorismo internazionale che impegna una grande coalizione di circa 30 paesi, avviata nell’ottobre 2001, sulla base di una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che ne focalizzano gli scopi di stabilizzazione e ricostruzione dell’Afghanistan sotto il legittimo Governo. L’Italia vi partecipa con una unità navale, la Fregata ZEFFIRO, con equipaggio di circa 240 militari, che opera sotto bandiera nazionale in operazioni di identificazione, sorveglianza e riconoscimento, di interdizione marittima delle attività del terrorismo internazionale e di monitorizzazione di eventuali traffici illeciti, nell’Oceano indiano. In prospettiva rimane possibile ed auspicabile una più stretta integrazione fra ISAF ed ENDURING FREEDOM.

Al riguardo, la NATO, al prossimo vertice di fine febbraio, nella definizione della propria strategia di lungo termine nel paese, potrebbe farsi carico dell’intera operazione, prevedendo la collocazione sotto un unico comando alleato di due distinte forze, una con compiti antiterrorismo, l’altra con funzioni di peace-keeping, con la condizione che la riunificazione delle operazioni non si traduca in un indebolimento dell’impegno di contrasto nei confronti del terrorismo, tuttora radicato in alcune aree del paese. Certamente la NATO può sostenere il governo afgano nelle maggiori sfide con le quali è chiamato a confrontarsi, in primo luogo la lotta al narcotraffico ed il consolidamento dei propri apparati di sicurezza.

Sarà dunque in seno all’Alleanza, nei prossimi giorni, che verrà deciso quali opzioni seguire, sia per il processo di espansione di ISAF, sia per la possibile fusione delle operazioni ISAF ed Enduring Freedom, che per il necessario rafforzamento della presenza internazionale in occasione delle prossime elezioni parlamentari. Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati, nei Balcani, il ruolo della comunità internazionale ed in particolare quello dell’Unione Europea e della NATO restano fondamentali per il processo di stabilizzazione. Particolare rilievo mantengono le questioni della tutela delle minoranze, dei diritti degli esuli e della collaborazione con gli organi del tribunale internazionale per i crimini della ex Jugoslavia.

Per l’Italia è area di prioritaria importanza, per ragioni di natura storica, politica, economica e di contiguità geografica. Il nostro dispositivo militare è di circa 4.300 uomini. Una presenza di elevato spessore qualitativo e quantitativo, riconosciuta anche con l’attribuzione di posizioni di alti comandi.

Operiamo:

  • in Kosovo e Albania, sotto l’egida della NATO;

  • in Bosnia e FYROM, sotto quella dell’Unione Europea e della NATO.

L’Alleanza ha in corso un progetto di razionalizzazione delle strutture di comando e di graduale riduzione delle forze, che dovranno essere tenute in campo fino al raggiungimento del livello minimo sufficiente a consentire l’ingresso di tutti i paesi balcanici nel programma di integrazione euro-atlantica della Partnership for peace.

Tale processo comporta l’accorpamento di aree di responsabilità e l’unificazione dei contingenti di vari paesi in unità multinazionali. Per l’eventuale innalzamento della tensione o crisi, sono disponibili forze operative e strategiche di riserva, per un complesso di 1200 uomini, che sono in grado di intervenire in brevissimo tempo, come già avvenuto in Kosovo , nel marzo 2004.

Il piano di rischieramento delle forze alleate della riserva strategica e della riserva operativa, prevede rispettivamente un reggimento alpini in Bosnia in aprile e un reggimento paracadutisti in Kosovo in novembre.

In Bosnia, il nostro contingente conta circa 1200 militari su un totale di 7.000, di cui 40 per le “Missioni di polizia dell’UE” di monitoraggio, addestramento ed assistenza alle forze di sicurezza locali.

Le forze impiegate in quest’area hanno subito un graduale processo di riduzione e riconfigurazione. Aspetto preminente è l’assunzione della responsabilità della missione da parte dell’Unione Europea, che ne ha assegnato la leadership al Regno Unito, cui subentrerà l’Italia alla fine del 2005. L’ operazione, denominata “ALTHEA”, in atto dal 2 dicembre scorso, si inserisce nel quadro della Risoluzione 1575 delle Nazioni Unite e viene gestita sulla base degli accordi “Berlin plus”, per i quali l’UE si avvale di specifici assetti NATO, sulla base di un partenariato strategico tra le due organizzazioni, per la cui verifica la missione costituisce un ulteriore eccellente banco di prova. Permarrà una stretta collaborazione tra NATO e Unione Europea per gli aspetti che attengono alla riforma della Difesa bosniaca ed a quelle aree che richiedono una stretta consultazione, quali antiterrorismo, ricerca degli indiziati di crimini di guerra ed intelligence. Proprio allo scopo di armonizzare tali questioni è stato costituito un Quartier Generale NATO a Sarajevo.

In Kosovo, il contingente italiano, di circa 2.400 militari, partecipa all’operazione “JOINT GUARDIAN” su mandato delle Nazioni Unite, per assicurare il rispetto dei termini del Military Technical Agreement, sottoscritto dalla NATO e dai rappresentanti della Repubblica Federale Jugoslava. La leadership della missione sarà assunta dal nostro paese dal prossimo ottobre 2005 per la durata di un anno.

Gli eventi del marzo 2004, assieme ad altri episodi criminosi e di corruzione diffusa ci portano a non sottovalutare la situazione generale e mantengono alta la preoccupazione per la perdurante fragilità del processo politico. Per contro, l’ordinato svolgimento delle recenti elezioni politiche, grazie anche al supporto fornito dal nostro paese, è un segnale incoraggiante verso un percorso di stabilizzazione di quell’area. Ricordo che il progetto NATO di riorganizzazione delle forze in Kosovo ha comportato una riduzione da 38.000 a circa 18.000 uomini, mentre non si prevedono a breve termine ulteriori riduzioni di forze.

In tale ambito è stata costituita, a partire dal 12 novembre 2002, la Brigata italo-tedesca, il cui comandante, a rotazione annuale tra le due nazioni, è attualmente tedesco.

Le forze operano nelle rispettive aree di responsabilità in attività di ordine pubblico, controllo del territorio, sequestro di armi e munizionamento, soccorso alla popolazione civile, sminamento e spegnimento incendi.

Il contingente italiano opera suddiviso in quattro task forces in varie regioni del paese, con una quinta task force elicotteristica. All’operazione prende parte una componente MSU di 250 unità, mentre a Dakovica è dislocato un reparto autonomo dell’Aeronautica militare di circa 200 militari, che provvede al funzionamento dell’aeroporto costruito dalle nostre stesse forze.

In Albania ed in Macedonia, i comandi preesistenti sono stati riconfigurati in due nuovi “NATO Headquarters”, dislocati a Tirana e Skopjie.

Il contributo nazionale nelle due regioni, di circa 700 uomini, si concentra nella sede di Tirana, con il compito di assistere le autorità albanesi nel controllo dei confini e nel contrasto ai traffici illeciti, nel monitoraggio delle linee di comunicazione e nel supporto al Comando dell’operazione.

La leadership, che ruota su base annuale ed è attualmente esercitata dalla Grecia, sarà assunta dall’Italia il prossimo mese di febbraio.

In Albania sono anche impiegati, in virtù di accordi bilaterali: la Delegazione Italiana Esperti (DIE) che, con circa 30 persone, fornisce assistenza tecnica per la riorganizzazione delle Forze armate albanesi; il 28° gruppo navale della Marina Militare, con circa 140 militari, per la sorveglianza delle acque territoriali ed interne a scopo preventivo dall’immigrazione illegale.

Quanto alla Macedonia (FYROM), nel vertice di Istanbul, l’Alleanza ha riconosciuto i tangibili progressi compiuti ed ha confermato l’impegno di continuare ad assistere le autorità di Skopje sul cammino delle riforme.

Sono presenti complessivamente circa 160 militari di cui 135 nell’ambito dell’operazione “JOINT GUARDIAN”, per il supporto logistico dei reparti nazionali in Kosovo ed altri nel Comando NATO di Skopjie, con compiti di coordinamento tra il governo macedone e la NATO.

Continua la missione di polizia europea “Proxima”, avviata un anno fa, con compiti di monitoraggio, supervisione e consulenza, promuovendo lo sviluppo di un servizio di polizia locale efficiente ed adeguato agli standards europei.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati, a completamento del quadro tracciato, fra le forze nazionali impiegabili all’estero, dobbiamo citare il nostro contributo ai Battlegroups, unità ad alta prontezza operativa previste nell’ambito della Politica europea di sicurezza e difesa, pari a circa 2500 uomini.

Inoltre, nell’anno in corso sono confermati i supporti ai progetti di disarmo, sminamento, assistenza umanitaria e ai rifugiati condotti da Fondi, Programmi e Agenzie delle Nazioni Unite e gli impegni militari sotto l’egida dell’ONU che comportano il dispiegamento di circa 180 caschi blu, in Kosovo, in Libano ed in Palestina, nel Sahara occidentale ed in Sudan, sulle frontiere di Etiopa-Eritrea e di India-Pakistan.

I nostri militari continueranno, anche per quest’anno, ad essere estensivamente impegnati nel mondo. Sarà un impegno che, specie in certi periodi dell’anno, potrà superare anche gli attuali livelli quantitativi e che ci vedrà ricoprire numerose posizioni di leadership.

Il paese è consapevole dei propri doveri di grande democrazia. Sa che, nei grandi fori internazionali, l’Italia è cresciuta in prestigio ed autorevolezza grazie all’assunzione di responsabilità ed alla partecipazione allo sforzo collettivo per la pace e la stabilità. Ne sostiene l’impegno con uno straordinario sforzo finanziario, soprattutto con il riconoscimento del lavoro dei nostri militari. Sono apprezzati, ascoltati e richiesti, per le loro capacità e per i risultati ottenuti sul campo. Sono un modello per la conduzione delle operazioni di pace, tanto, che si progettano strutture internazionali in Italia, per la formazione del personale impiegato in questo tipo di missioni.

Tengono alto il prestigio della Bandiera. Si muovono con senso di responsabilità, determinazione ed equilibrio. Danno prova di forza interiore e sanno sopportare grandi sacrifici, primo fra tutti il doloroso contributo di vite umane, rispetto al quale, anche in questa occasione, sentiamo il dovere di rivolgere il nostro commosso pensiero.

Siamo grati ai nostri militari. Anche nell’anno iniziato sapranno degnamente dare testimonianza dei valori e dell’impegno del nostro paese.
Pagina pubblicata il 05-03-2011