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Audizione del:

9 luglio 2002 , Roma

Intervento del Ministro della Difesa On.le Antonio MARTINO alla Commissione Difesa Camera

Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, questo mio intervento ha lo scopo di aggiornare la Commissione, rispetto alla situazione da me rappresentata nell'audizione del 19 marzo scorso. In tale continuità del rapporto ? vorrei dire dell'eccellente rapporto - di collaborazione e trasparenza fra la Commissione ed il Dicastero, sono convinto dell'utilità di una informazione continua sulla evoluzione dei fattori più rilevanti del quadro di interesse. Mi riferisco ai fattori di carattere contingente, come gli impegni internazionali e la lotta al terrorismo, ed a quelli di carattere strutturale, come la trasformazione della NATO, l'evoluzione dell'Europa, la riforma delle Forze armate. Fattori che si influenzano reciprocamente, determinando una significativa modificazione dello scenario complessivo. Alla vostra attenzione desidero, oggi, porre un quadro di sintesi di tale scenario, in cui si inserisce l'impegno che ci siamo assunti, fin dall'inizio del nostro mandato, di definire uno strumento militare più rispondente alle forti aspettative di sicurezza del nostro Paese.
Iniziamo, con una carrellata sui nostri impegni internazionali. Circa 9.000 militari sono impiegati in operazioni all'estero. Per tutte le operazioni internazionali cui partecipiamo, il Governo, interprete di una forte sollecitazione del Parlamento, ha emanato un decreto, poi convertito in legge, di proroga fino al 31 dicembre 2002. Ciò evita, per tutto il corrente anno, la reiterazione trimestrale del provvedimento ed assicura la copertura giuridica e finanziaria di tutti i nostri contingenti. Nei Balcani, partecipiamo alle varie operazioni con circa 8.200 uomini. Siamo consapevoli che la pacificazione e lo sviluppo di quella regione si riflette sulla nostra sicurezza, se non altro per questioni di contiguità geografica, e che la situazione della regione non consentirà, ancora per lungo tempo, un totale disimpegno della presenza militare internazionale. Tuttavia, in ambito NATO, si ritiene possibile una razionalizzazione delle strutture di comando ed una riduzione delle unità, conferendo alle forze un maggior grado di flessibilità d'impiego e di mobilità che consenta loro di operare, quando necessario, anche al di fuori dei rispettivi settori di responsabilità. La riconfigurazione del dispositivo consentirà di ridurre, entro la fine di quest'anno, la nostra presenza nell'area di circa 1000 militari. Contestualmente, vedremo accresciute le nostre responsabilità di comando, a conferma della credibilità e della considerazione meritata sul campo. Dal prossimo autunno, un generale italiano assumerà il comando di tutte le Forze NATO in Kosovo (circa 35.000 militari); altri due generali sono stati designati quali rappresentanti militari della NATO in Macedonia (dal 17 giugno scorso) ed in Albania (dal prossimo settembre), al comando dei rispettivi contingenti dell'ALLEANZA, a nostri ufficiali saranno affidati anche comandi di unità multinazionali minori. È evidente come tutto questo sia frutto della credibilità e della considerazione meritata sul campo dalle nostre unità e dai nostri ufficiali.
Seguiamo con attenzione la recentissima evoluzione della situazione in Bosnia, legata alla possibilità di un ritiro della missione di pace americana come conseguenza della contrarietà sulla giurisdizione della Corte penale internazionale. La proroga della missione, consente di trovare una soluzione del problema sino a lunedì 15. Per quanto riguarda, in particolare, l'operazione SFOR, che ci vede impegnati con 1.529 uomini, l'orientamento è di una sua conferma sulla base della legittimità discendente degli Accordi di Dayton.
In Afghanistan continuiamo a fornire il nostro contributo, di circa 400 uomini, all'operazione dell'ISAF (International Security Assistance Force) sotto egida ONU. Questa nostra partecipazione, con la prioritaria valenza morale, comporta concreti risultati politici e significativi riconoscimenti internazionali. Dal 20 giugno la Turchia ha assunto il comando dell'operazione, subentrando al Regno Unito. Si tratta di in una missione non facile, tuttora foriera di rischi, ma che affrontiamo con le necessarie precauzioni per la sicurezza, come ha certamente potuto rilevare la rappresentanza della Commissione che vi ha fatto visita.
In un quadro di stretto coordinamento con l'ISAF la coalizione internazionale è ancora impegnata nell'operazione Enduring Freedom, alla ricerca dei membri di Al Qaeda nella regione. La nostra presenza si concretizza con una unità navale, la Fregata Euro, con circa 230 persone di equipaggio, e con un reparto dell'Aeronautica di circa 50 uomini, presso l'Aeroporto di Bagram. Con riferimento alla nostra partecipazione a questa operazione, la cui efficacia è dimostrata dai fatti, ribadisco non esserci alcuna richiesta di allargamento del conflitto ad altro teatro.
Si rammenterà che, in virtù delle leggi n. 6 e n. 15 del 2002, il Parlamento convertì in legge i due decreti-legge, n. 421 del 2001 e n. 451 del 2001, sullo statuto giuridico dell'operazione Enduring Freedom e della ISAF. Questi confermavano l'applicabilità alla missione della legge penale militare di guerra, seppur mitigandone gli effetti mediante l'inapplicazione delle norme sulla c.d. giustizia di guerra e introducendo importanti innovazioni sostanziali, specie per la tutela umanitaria dei soggetti deboli, che lo stesso Parlamento ha, per lo più su richiesta del Governo, intensificato in sede di conversione. Mi preme ora dare assicurazione che, su quella stessa linea e in piena aderenza all'ordine del giorno presentato in quella occasione da esponenti dell'opposizione e senz'altro accolto dal Governo, il 17 aprile scorso ho istituito una commissione di studio, composta da insigni esperti, per la ulteriore revisione delle leggi penali militari di pace e di guerra, per la ridefinizione dei limiti della giurisdizione penale militare e per l'adeguamento dell'ordinamento giudiziario militare: Commissione alla quale ho richiesto di predisporre uno schema di legge-delega entro la fine del prossimo ottobre.
Signor Presidente, Onorevoli Deputati, i nostri impegni internazionali si inseriscono in un quadro geopolitico che porta a riaffermare la centralità dell'ALLEANZA quale strumento per il mantenimento della stabilità e della sicurezza. Cionondimeno, la necessità di un adeguamento, anche militare, dell'ALLEANZA al mutato contesto strategico appare sempre più pressante, così come l'esigenza di attrezzarsi per far fronte a minacce che sono apparse nella loro reale portata solo dopo i fatti dell'11 settembre. Di qui la necessità di impegni concreti a realizzare quanto è fattibile, secondo un calendario ben definito e sicuramente stringente, che rappresenta il punto di maggiore rilievo politico per i prossimi mesi. In particolare, dopo il primo appuntamento a settembre, a Varsavia, il summit che si terrà a Praga, il 21/22 novembre, a livello Capi di Stato e di Governo, potrà rappresentare un punto di svolta nel processo di adattamento dell'ALLEANZA. Per esso si stanno definendo indirizzi e scelte. Tre elementi si trovano ad interagire simultaneamente: - il significativo allargamento dell'ALLEANZA; - la nuova partnership con la Russia e possibilmente anche con altri paesi: Ucraina, dialogo Mediterraneo ed altri; - la nuova minaccia terroristica. In merito all'allargamento viene preventivata la continuazione del Membership Action Plan (MAP), quale strumento di indirizzo e di stimolo dei paesi candidati, finalizzato a portare a termine le riforme e gli adattamenti richiesti per la loro piena integrazione nell'ALLEANZA. Quanto al rapporto fra NATO e Russia, lo storico incontro, a livello Capi di Stato e di Governo, tenutosi in Italia il 28 maggio scorso, ha inaugurato una nuova epoca. In quell'occasione è stata firmata e formalmente adottata la "Dichiarazione di Roma", ed è stato istituito un nuovo Consiglio NATO ? Russia, a 20, quale foro di consultazione, cooperazione e co-decisione. Nel nuovo Consiglio, gli Alleati e la Russia lavoreranno allo stesso tavolo - il presidente Putin ha già annunciato la propria partecipazione al vertice di Praga - in aree di comune interesse quali terrorismo, crisi regionali, disarmo, non proliferazione, ricerca e salvataggio in mare, cooperazione militare, riforma della Difesa, emergenza civile. A fronte dell'esigenza di adattamento, la NATO dovrà: - adeguare il quadro concettuale e dottrinale alla nuova realtà geopolitica ed ai nuovi rapporti di partenariato; - adeguare le strutture decisionali alla propria nuova dimensione allargata; - strutturarsi per far fronte alle emergenti e meno prevedibili minacce; - accelerare la trasformazione delle capacità militari esistenti, e, ove necessario, promuoverne l'acquisizione di nuove.
Da un lato, mantengono piena validità gli obiettivi del concetto strategico del 1999: "consultation", "deterrence and defence", "crisis management" e "partnership", dall'altro, la situazione, appare radicalmente mutata, anche per l'insorgere della minaccia terroristica, che è sotto gli occhi di tutti e di cui tutti avvertono il senso di insicurezza che si riverbera sulla vita civile. Qui, desidero dedicare una battuta alle mie dichiarazioni sulla possibilità di attentati di terrorismo internazionale. Desidero ribadire alla Commissione che le mie affermazioni non erano riferite a situazioni oggettive: esse evidenziavano una minaccia concreta di attentati contro i Paesi occidentali, ma di natura non individuabile e non prevedibile. Nessuna invenzione, nessun allarmismo, ma responsabile richiamo alla verità. D'altra parte, analoghe affermazioni sono state più volte ripetute, in diversi consessi internazionali, da parte del Segretario di Stato USA Rumsfield e dallo stesso Presidente Bush il 22 ed il 26 maggio scorsi, oggetto di uno specifico avviso dell'Ambasciata statunitense e, recentemente, ribadite anche dal Ministro degli esteri tedesco Fischer.
Sinora, per quanto riguarda la lotta al terrorismo internazionale, l'ALLEANZA si è mossa lungo un doppio "binario": da una parte la gestione degli aspetti immediatamente derivanti dall'applicazione, dell'art. 5 del Trattato, dall'altra la definizione di una policy di più lungo termine e di più ampio respiro. Per il primo aspetto ho più volte riferito in Parlamento sul nostro impegno internazionale. Per il secondo, l'attenzione è focalizzata sulla revisione dell'efficacia delle politiche di difesa e militari dell'ALLEANZA, delle sue strutture e delle sue capacità di risposta. La messa a punto di un nuovo concetto operativo militare alleato richiederà tempo, in quanto la nuova configurazione della minaccia esige una reazione globale e, conseguentemente, una riconfigurazione dello strumento militare secondo parametri del tutto nuovi. Una strategia di questo tipo deve includere l'intera gamma di attività, dalla prevenzione alla dissuasione, alla interdizione ed al contrasto, e deve trovare la propria legittimazione in un contesto normativo di valenza sia nazionale che internazionale. Essa, inoltre, deve associare, nelle forme opportune, i paesi che si stanno avvicinando all'ALLEANZA, primo fra tutti la Russia. Il criterio è di tener conto delle diverse esigenze e di armonizzare i contributi nazionali attraverso l'elaborazione di un riferimento strategico e la definizione delle relative misure militari. Innanzitutto, quelle di carattere difensivo, dette di anti-terrorismo, finalizzate a ridurre l'impatto dell'attività terroristica e che non implicano necessariamente l'uso della forza. Tali misure che comprendono funzioni di sorveglianza e scoperta, nonché di deterrenza e protezione per le infrastrutture e la popolazione, devono essere necessariamente potenziate anche se è impossibile assicurare la protezione delle moderne democrazie con la sola difesa. Il livello della minaccia terroristica comporta anche l'intervento contro le organizzazioni o gli stati che danno loro rifugio, protezione e sostegno. Queste ultime sono le misure di carattere offensivo, dette di contro-terrorismo, volte a prevenire o a rispondere direttamente ad attacchi terroristici con l'uso della forza. Nella definizione di tali misure sono presi in considerazione: - i tempi di risposta, con conseguente impatto sul livello di prontezza delle forze; - la ripartizione delle responsabilità, nel caso che un atto terroristico non interessi un solo paese membro, ma coinvolga l'intera ALLEANZA; - la delimitazione geografica dell' intervento ed, in particolare, se debba essere limitato a quello previsto dal Trattato del Nord Atlantico o comprendere anche altre aree.
L'ALLEANZA non considera la minaccia terroristica quale ulteriore obiettivo di sicurezza, bensì compresa nei preesistenti. Ciò che varia, semmai, a causa del terrorismo, è una diversa priorità delle attività previste nel processo di revisione della DCI (Defence Capabilities Initiative), l'iniziativa, lanciata dalla NATO, nel 1999, per fronteggiare le vistose carenze evidenziate dai partner europei in occasione delle crisi balcaniche. Gli Alleati saranno chiamati, a Praga, ad impegnarsi in modo fermo e con precise scadenze, su un numero di capacità urgenti e critiche molto più ridotto rispetto alle precedenti, rivelatesi troppo ambiziose e dispersive. Non vi è dubbio che, per le conseguenze politiche e finanziarie che potranno derivarne ai singoli paesi, sarà uno dei passaggi più delicati.
Assumono priorità particolare: - la capacità di condurre operazioni, anche preventive, per interdire possibili attacchi terroristici e quindi incremento delle Forze Speciali; - la capacità di reazione rapida ed efficace a situazioni impreviste; - il contrasto alle armi di distruzione di massa; - l'intelligence; - il contrasto alle armi di distruzione di massa; - l'interoperabilità; - la mobilità strategica ed intrateatro; - la proiettabilità dei comandi e delle forze; - lo sviluppo di specifiche capacità moltiplicatrici di forza; - la collaborazione con le autorità civili per alleviare le conseguenze di un eventuale attacco con armi di distruzione di massa.
Il summit di Praga dovrà, pertanto, prendere atto che nonostante la minaccia tradizionale si stia progressivamente sgretolando nonostante il vecchio nemico faccia ormai parte integrante dell'ALLEANZA e nonostante la "guerra fredda" abbia lasciato una tale quantità di capacità che hanno consentito di conseguire eccellenti risultati nei Balcani, sono necessarie ulteriori risorse per trasformare l'ALLEANZA e per contrastare il terrorismo. L'ALLEANZA dovrà, anche, riflettere sulle possibili cause della mancata crescita dei bilanci della Difesa. In realtà, in passato, la vecchia DCI ha ottenuto un effetto di stabilizzazione dei bilanci per la Difesa, ma non è mai realmente decollata, mancando gli investimenti necessari proprio nelle aree più critiche e un efficace raccordo in termini di capacità fra NATO e UNIONE EUROPEA. D'altra parte, lo svolgimento delle operazioni militari in Afghanistan ha confermato il divario di capacità tra Stati Uniti ed Alleati europei, divario destinato ad accentuarsi in assenza di adeguate e rapide contromisure.
Naturalmente, per dare rinnovato vigore a quella che sarà la nuova iniziativa, prima ancora degli incrementi di spesa, si dovrà provvedere all'adeguamento delle esistenti capacità e strutture, sfruttando ogni potenzialità di razionalizzazione e di risparmio. Si dovranno ricercare possibili economie, mediante approcci multinazionali ai diversi programmi ed una "role specialization", cominciando da ciò che esiste già in termini di specializzazione, come Suppresion Enemy Air Defence (SEAD), Multinational Specialized Unit (MSU), Special Forces. La nuova iniziativa dovrà, dunque, essere: realistica e compatibile con i vincoli economici (Maastricht); limitata ad un numero di 5/10 decisioni; sovrapponibile alla analoga iniziativa dell'UNIONE EUROPEA; orientata anche alle minacce emergenti, armi di distruzione di massa e terrorismo in particolare. Spetterà agli alleati europei compiere uno sforzo particolare, anche in termini di spesa, per dare credibilità ai paralleli impegni militari in ambito PESD. Il mancato conseguimento, nel 2003, dell'obiettivo militare dell'UNIONE EUROPEA (Helsinki Headline Goal) rappresenterebbe un serio problema non solo per l'UNIONE, ma per l'intera ALLEANZA, in termini non solo politici ma anche militari. A tale riguardo, non possiamo dimenticare l'appuntamento, per noi più importante, del secondo semestre del 2003, quando l'Italia avrà la presidenza dell'UNIONE EUROPEA, proprio in coincidenza della prevista costituzione del Corpo d'Armata europeo di reazione rapida. Ricordo, anche, che nel quadro della costituzione di capacità miliari a doppio utilizzo (NATO ed UNIONE EUROPEA), l'Italia si è candidata a costituire a Milano (Solbiate Olona) un Comando NATO di Forza di reazione Rapida, destinato a guidare una Forza a livello di Corpo d'Armata (60 mila uomini) che potrebbe essere utilizzata anche per operazioni europee. L'Italia partecipa, inoltre, con Francia, Portogallo e Spagna, a due Forze, EUROFOR, terrestre, ed EUROMARFOR, navale, che possono essere messe a disposizione sia della NATO, sia dell'UNIONE EUROPEA.
Signor Presidente, Onorevoli Deputati, questi ultimi richiami ci inducono a portare il discorso sul nostro impegno di riorganizzazione dello strumento militare. Stiamo proseguendo nel percorso di rinnovamento del pensiero strategico e della policy di sicurezza nazionale, che ha visto un passaggio significativo nella presentazione del "Libro Bianco", il 27 marzo scorso. Credo che il documento, distribuito a tutti i membri della Commissione, possa rappresentare un utile strumento di lavoro. Parallelamente, l'attività prevista dalle due Direttive programmatiche, anch'esse fornite alla Commissione, sta procedendo, da un lato per la definizione degli interventi necessari alla riqualificazione dell'intero sistema, dall'altro per l'attuazione dei primi provvedimenti. È in funzione del loro ruolo che le Forze Armate stanno indirizzando le proprie capacità operative e riorganizzando la propria struttura. Esse perseguono la realizzazione del modello professionale sancito dalla Legge 331, la razionalizzazione delle strutture della Difesa e la disponibilità di capacità operative efficienti ed adeguate agli standard europei. Si tratta di obiettivi chiave, ormai concettualmente consolidati, che meritano una considerazione particolare.
Per la realizzazione del modello professionale, nei prossimi giorni, verrà presentato un provvedimento che va sicuramente incontro alle attese generali. Attese che trovano diretta corrispondenza nelle esigenze funzionali dell'amministrazione. L'assolvimento dei compiti operativi comporta l'impiego nelle aree d'operazione di una consistente aliquota di personale, l'approntamento ed il mantenimento in Patria di scaglioni per il periodico avvicendamento delle unità schierate, nonché il funzionamento sul territorio nazionale della complessa macchina logistico-amministrativa preposta alla preparazione, alla proiezione ed al sostegno delle forze. Il personale di truppa in operazioni è tratto dai volontari in servizio permanente ed in ferma breve, con il contributo, per le missioni a basso livello di rischio, di un'aliquota di volontari in ferma annuale. Questi ultimi, unitamente ai militari in servizio di leva, garantiscono il funzionamento dell'intero apparato di sostegno sul territorio nazionale. I turni cui è sottoposto il personale volontario che si alterna in teatro ed il progressivo esaurimento del gettito della coscrizione obbligatoria richiedono un impulso risolutivo al processo di transizione verso il sistema professionale. Ciò significa anticipare al 1° gennaio 2005 la sospensione del servizio di leva, attualmente fissata al 1° gennaio 2007, e, nel contempo, garantire efficacia ed affidabilità al sistema di reclutamento dei volontari di truppa. La soluzione indicata ci sembra sufficientemente efficace e di minimo costo. Il provvedimento, che è in corso di definizione formale, rende il servizio in ferma annuale "requisito vincolante" per il successivo accesso alle carriere iniziali delle Forze armate, delle Forze di polizia e dei Vigili del Fuoco, quale presupposto per la costituzione di un adeguato bacino vocazionale e per la copertura delle esigenze operative, a completamento degli organici del Modello Professionale, durante il periodo transitorio e, in misura minore, a regime. Il provvedimento, inoltre, garantisce ai volontari, al termine di una ferma quadriennale, uno sbocco occupazionale nei ruoli dei volontari in servizio permanente delle Forze armate, nelle Forze di polizia o nei Vigili del Fuoco, quale irrinunciabile incentivo per il conseguimento dei voluti livelli quantitativi e qualitativi dei reclutamenti.
Contestualmente, il Dicastero ha in atto iniziative tese a rendere la professione militare più appetibile sul mercato del lavoro, anche per quei giovani che intendono trascorrere in armi solo un periodo limitato, garantendo loro concreti sbocchi occupazionali. In tal senso, l'intesa, raggiunta con CONFINDUSTRIA, CONFAPI e CONFCOMMERCIO, lo scorso 3 luglio, si prefigge di favorire il collocamento di quei giovani al di fuori delle carriere militari, costituendo il primo passo di un collaborazione che avrà come obiettivo quello di colmare la carenza delle professionalità nelle medie-piccole imprese e nei servizi del terziario.
Il processo di razionalizzazione dell'organizzazione di comando ricerca una sempre maggiore efficienza, anche economica, con particolare attenzione alla integrazione interforze sul piano operativo e su quello tecnico-logistico- amministrativo. Esso prevede: - rapporti più efficaci fra Stati Maggiori, con una migliore corrispondenza fra le diverse aree funzionali e l'integrazione interforze di alcune aree; - accentramento di tutte le previste funzioni o competenze ai Capi di Stato Maggiore, quali responsabili dell'approntamento delle forze; - condotta delle operazioni in capo al Comando Operativo Interforze (COI), secondo rapporti funzionali perfezionati e snelliti, in coordinamento con i corrispondenti organismi di Forza armata.
Sul piano delle capacità operative, che abbiamo prima ricordato come di più rilevante attualità, segnalo alcuni aspetti di maggiore interesse. Nel settore relativo alla capacità di condurre operazioni militari preventive per interdire possibili attacchi terroristici ed al contrasto alle armi di distruzione di massa è in via di definizione lo studio per la costituzione di un Comando Unificato delle "Forze speciali", alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, dotato di un "pool" di mezzi e di aree addestrative. Nel settore delle comunicazioni, la realizzazione del programma SICRAL (Satellite Italiano per Comunicazioni Riservate e Allarme) costituisce ormai una realtà e la tecnologia acquisita fornisce la base per una possibile partecipazione nazionale al programma NATO SATCOM POST 2000. Per l'interoperabilità con i nostri partner, abbiamo individuato gli interventi necessari per colmare le carenze nel settore delle scorte dei materiali, nel livello di efficienza delle unità usurate da pressanti ritmi d'impiego, nonché nell'ammodernamento dei sistemi d'arma e dei mezzi. Per la proiettabilità dei comandi e la mobilità strategica ed intrateatro; esigenza comune a tutti i paesi europei della NATO e dell'UNIONE EUROPEA, dovranno far ricorso ad un'agenzia internazionale, come per gli AWACS. Per i "rifornitori in volo", stiamo acquistando quattro B-767, entro il 2005. Sul piano dei mezzi, in ambito nazionale, vorrei citare una priorità fra le priorità: la componente aerea, in particolare la difesa aerea. Prima dell'11 settembre 2001, era normale considerare la protezione dello spazio aereo come qualcosa di non particolarmente urgente, in quanto l'ipotesi di uno straniero che venisse a bombardare il nostro Paese si configurava come una eventualità molto remota. Di fatto tutti i sistemi di difesa aerea sono stati colti impreparati a fronteggiare la nuova minaccia ed è comprensibile che i Governi precedenti abbiano rinviato il soddisfacimento di questa esigenza. Oggi la protezione dello spazio aereo nazionale rappresenta una delle nostre più alte priorità, anche se rappresenta comunque una sfida molto difficile da vincere. Non esiste, infatti, sistema di difesa aerea, per quanto sofisticato e complesso, in grado di garantire un'assoluta protezione da minacce terroristiche portate con aeromobili. Funzionali al potenziamento della componente aerea sono i programmi EUROFIGHTER e JSF, sulla cui indispensabilità si è coerentemente espressa la commissione in occasione del parere per il programma JSF. Il primo, l'EUROFIGHTER, per un velivolo da superiorità aerea, è in avanzata fase di sviluppo, mentre è già iniziata quella di produzione: la nostra partecipazione al programma è, ormai, consolidata e prevede l'acquisizione di 121 velivoli. La partecipazione italiana al programma statunitense di sviluppo del JSF (Joint Strike Fighter), per la sostituzione dell'esistente componente aerea d'attacco ed imbarcata, è stata decisa nei giorni scorsi, con l'urgenza dettata dalla possibilità di cogliere significativi ed importanti benefici tecnici, operativi ed industriali, consentendo, alla nostra base industriale per la difesa, di conseguire ritorni tecnologici e produttivi di tutto rilievo. Infine, nel settore dei mezzi, desidero citare il problema della minaccia posta dai missili di teatro e dai missili di più ampia portata alle forze ed al territorio dell'ALLEANZA, per la quale condividiamo le preoccupazioni espresse con particolare incisività dagli USA. Consideriamo con apertura la possibilità di acquisire capacità di contrasto di questa minaccia, tenendo conto, fra l'altro, del programma congiunto con Stati Uniti e Germania (MEADS), la cui entrata in servizio è prevista alla conclusione del corrente decennio.
Signor Presidente, Onorevoli Deputati, credo che appaia evidente la portata delle dinamiche in atto. Esse sono in parte "eredità" del Governo che ci ha preceduto e, in parte, prodotto della nostra nuova iniziativa. Sul loro complesso registriamo una importante condivisione. Credo che appaia altrettanto evidente che tali impegni comportano oneri cospicui. Siamo alle porte della sessione annuale di bilancio. In quella sede avremo l'opportunità di proporre, in forma organica, l'intero quadro progettuale del riordino dello strumento militare, presentando i settori a maggiore priorità, i relativi programmi di potenziamento ed il quadro delle esigenze finanziarie connesse al modello individuato. Al momento, il quadro macro-economico delineato nel DPEF riconosce ampiamente il ruolo della Difesa e sostiene, coerentemente, gli indirizzi programmatici che abbiamo indicato come prioritari. In questo quadro stiamo, predisponendo interventi di carattere strutturale, che perseguano, nel periodo di legislatura, un tendenziale allineamento delle risorse dedicate alla Difesa dalla media dei Paesi di pari livello di sviluppo economico-industriale. La situazione è nota: nel 2001 l'Italia ha dedicato alla "funzione difesa" l'1,05% del PIL, a fronte dell'1,75 della Francia e del 2,48 della Gran Bretagna; in termini di spesa pro-capite, il cittadino italiano spende per la Difesa 218 Euro, rispetto ai 423,7 del francese ed ai 642,6 di quello inglese. Il trend di crescita verso un rapporto funzione difesa ? PIL dell'1,5% rappresenta l'obiettivo esplicitamente richiamato nel DPEF. Nel contempo, stiamo cercando di porre immediato e straordinario rimedio alle carenze più critiche, avendo, contestualmente, affrontato con decisione un percorso di efficaci riforme e di razionalizzazione della spesa, concentrata su obiettivi essenziali.
Signor Presidente, Onorevoli Deputati, desidero concludere questo mio intervento facendo cenno a tre aspetti di particolare interesse.
Il primo è il provvedimento in materia di Rappresentanza Militare, per il quale desidero esprimere apprezzamento per il lavoro fin qui fatto dalla Commissione. Consideriamo con attenzione e complessivo favore un istituto non in contrapposizione bensì in funzione di supporto e confronto dialettico con i Comandanti nella cura degli interessi morali e materiali dei militari. Auspichiamo che il modello cui si perverrà, anche con il contributo propositivo del Governo, rafforzi la possibilità di un dialogo costruttivo e utile agli interessi del personale, nel rispetto di una equilibrata e funzionale ripartizione delle competenze degli organismi ai vari livelli, nonché della identità di ciascuna Forza Armata o Corpo armato.
Il secondo aspetto che voglio richiamare attiene alla complessa tematica del "Riordino della Sanità Militare". Desidero annunciare che sta per essere inviato al Concerto interministeriale, propedeutico all'approvazione da parte del Governo, un disegno di legge delega, inteso a delineare un'organizzazione in grado di soddisfare le nuove esigenze funzionali del settore. L'opportunità del ricorso allo strumento della delega legislativa è suggerita, per un provvedimento di così significativo riordino del settore, dal coinvolgimento di profili tecnici attinenti alla struttura organizzativa delle Forze armate e alla disciplina giuridica ed economica del personale. Ciò consentirebbe al Governo di calibrare l'intervento in relazione al delicato processo di professionalizzazione e nell'ambito del più generale quadro normativo vigente. In ogni caso si può, fin d'ora, affermare che i criteri e i principi direttivi della legge delega saranno in armonia con il contenuto delle iniziative parlamentari e aperti ad ogni utile apporto parlamentare. In particolare, gli studi in corso hanno fatto emergere la necessità di accentrare a livello di Stato Maggiore Difesa la decisione tecnica ed amministrativa del servizio sanitario militare e delle connesse attività di pianificazione e ripartizione delle risorse, e di demandare a ciascuna Forza Armata la direzione del dispositivo operativo, nel rispetto delle singole specificità. Dovranno poi essere previste delle strutture di ricovero e cura altamente specializzate, capaci in ogni caso di esprimere unità sanitarie in grado di proiettarsi in operazioni internazionali di pace. In tale contesto assumeranno particolare rilievo: la caratterizzazione marcatamente interforze delle strutture specializzate e di vertice, la complementarietà con la sanità pubblica e la collaborazione con le università e l'area della ricerca. Al momento, si sta approfondendo l'impatto finanziario del provvedimento, nell'intento di recuperare risorse da utilizzare per l'incentivazione del personale sanitario a permanere in servizio. Allo scopo potranno essere utilizzati, i sensibili risparmi indiretti derivanti dalla razionalizzazione delle strutture e dei supporti convenzionati.
Infine, il terzo aspetto, relativo al tema di grande attualità dei possibili effetti dell'uranio impoverito. La Commissione presieduta dal Professor Mandelli, nel rispetto del mandato avuto, ha presentato, alla fine del mese di maggio scorso, una terza, ed ultima, relazione sull'incidenza di neoplasie maligne tra i militari impiegati in Bosnia e Kosovo. L'indagine è stata aggiornata con i casi segnalati entro il 31 dicembre 2001 e confrontata con i dati di 12 Registri Tumori Italiani. Essa comprende inoltre un confronto statistico tra i Linfomi di Hodgking diagnosticati nella totalità dei Carabinieri in servizio durante il periodo 1996 ? 2000 e mai impegnati all'estero e tra quelli risultati nell'ambito dei 43058 militari e civili dipendenti del Ministero della Difesa che, dal dicembre 1995, hanno compiuto almeno una missione in Bosnia o nel Kosovo. Le conclusioni della relazione hanno evidenziato un numero di casi inferiore a quello atteso per i tumori solidi e le neoplasie maligne ed un eccesso, statisticamente significativo, di casi di Linfoma di Hodgkin nel gruppo di militari impegnati in Bosnia e Kosovo. I risultati dell'indagine non hanno evidenziato la presenza di contaminazione da uranio impoverito, in accordo con quanto rilevato a tutt'oggi dalle altre indagini svolte, sia su militari che sull'ambiente, a livello nazionale ed internazionale. Sulla base dei dati rilevati e delle informazioni attualmente disponibili, non è stato possibile individuare le cause dell'eccesso di Linfomi di Hodgkin evidenziato dall'analisi epidemiologica svolta. La Commissione ha inoltre formulato alcune raccomandazioni: - seguire nel tempo il personale impegnato in Bosnia e Kosovo, per monitorare l'incidenza di tumori solidi ed ematologici e l'evoluzione del quadro epidemiologico finora emerso; - individuare le persone, militari e non, che per diversi motivi possano essere state esposte all'uranio impoverito ed inserirle in un programma di controllo sanitario a lungo termine; - stimolare, nelle opportune sedi internazionali, campagne di monitoraggio nei territori in cui siano stati utilizzati proiettili all'uranio impoverito, allo scopo di rilevare effetti a lungo termine sulle popolazione civili residenti e sull'ambiente; - promuovere, a livello nazionale ed internazionale, ricerche sugli effetti della esposizione all'uranio impoverito; - proporre nelle opportune sedi internazionali di estendere le indagini sull'eventuale diffusione nell'ambiente di uranio impoverito anche alla Bosnia e, in particolare, all'area di Sarajevo; - svolgere ricerche approfondite sulle possibili altre cause di aumentata incidenza di linfomi, poiché allo stato attuale delle conoscenze, non è stata dimostrata una correlazione tra i Linfomi di Hodgkin e non Hodgkin e l'esposizione interna a radiazioni ionizzati.
È di tutta evidenza che i risultati della Commissione, se escludono immotivate presunzioni causali del fenomeno, non consentono certo una rimozione del problema. Nel fare mie le osservazioni e le proposte della Commissione, ho disposto il mantenimento di tutte le possibili misure preventive e cautelative. D'altra parte, fin da quando è emersa la potenziale pericolosità dell'uranio impoverito, la Difesa ha affrontato la problematica con la massima attenzione sia sotto il profilo dell'accertamento delle ipotesi di rischio nelle aree interessate sia sotto quello della corretta informazione fornita preventivamente al personale al suo impiego.
Pagina pubblicata il 05-03-2011