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Bandiera distintiva del Ministro della Difesa
 

Audizione del:

20 dicembre 2001 , Roma

Comunicazione del Ministro della Difesa, On.le Antonio MARTINO, alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato in merito agli sviluppi della crisi Internazionale.

Signor Presidente, Onorevoli Senatori e Deputati, nella mattinata di ieri mi sono recato presso il Comando Operativo Interforze di Centocelle dove è stato realizzato un collegamento contemporaneo, video ed audio, con tutti i nostri contingenti all'estero, dall'Asia all'Africa, dall'America all'Oceano Indiano. Si è trattato di un momento toccante, perché è stata l'occasione dello scambio degli auguri con uomini che trascorreranno le feste lontani dalle loro famiglie, 9500 militari che onorano l'intenso ed esteso impegno nazionale nel mondo. Mi sembra dunque giusto iniziare con un riconoscente pensiero a quegli uomini.
Signor Presidente, Onorevoli Senatori e Deputati, il 7 novembre scorso il Parlamento espresse, a larga maggioranza, un preciso atto d'indirizzo per la partecipazione del nostro Paese alle operazioni internazionali di lotta al terrorismo. Si configurò, in quella occasione, un'ampia condivisione parlamentare nei confronti delle scelte che il Governo aveva, in reiterate occasioni, successive ai tragici eventi dell'11 settembre, presentato alle Camere. In quel quadro il Governo ha, sinora, svolto la propria azione ed in quel medesimo quadro intende muoversi nel prossimo futuro. Per esigenza di coerenza e di correttezza nel rapporto istituzionale, non si richiede, dunque, un ulteriore atto d'indirizzo parlamentare. Si è sentita, nondimeno, la necessità di informare il Parlamento sull'evoluzione della situazione, per i riflessi che essa comporta nell'impiego delle nostre forze militari nelle aree di crisi. Mi riferisco, naturalmente, al teatro afgano, ma anche al teatro macedone, dal quale, anzi, vorrei iniziare.
Signor Presidente, Onorevoli Senatori e Deputati, è nel rispetto degli impegni assunti il 21 agosto scorso, che desidero aggiornare le Commissioni sull'andamento del processo di pace in Macedonia e sulla proroga della missione militare NATO attualmente in corso. Ricordo che la crisi macedone, innescata, nei mesi precedenti l'estate scorsa, dagli scontri tra le truppe governative e le fazioni armate del National Liberation Army (NLA) ed altri gruppi minori di estremisti di etnia albanese, si era sviluppata su due piani distinti ma interdipendenti. Sul piano politico ed inter-etnico, il dialogo avviato dal Presidente macedone TRAJKOVSKI con i leaders dei principali partiti politici aveva trovato forti ostacoli per la presentazione, da parte dei partiti albano-macedoni, di richieste di riforme costituzionali inaccettabili per la maggioranza slava-macedone. Sul terreno, si era determinata una situazione di confronto, spesso violento, tra le forze di sicurezza e le unità estremiste, specie in corrispondenza delle frontiere con la Serbia ed il Kosovo.
In tale quadro, fu avviata l'operazione Essential Harvest con l'obiettivo di raccogliere e distruggere l'ingente quantitativo di armi e munizioni in possesso del National Liberation Army, con l'impegno, del Governo macedone, di un provvedimento di amnistia nei confronti di coloro che avessero volontariamente consegnato le armi. A quella prima operazione, che impegnò con successo, per un mese, truppe di 13 differenti Paesi della NATO, tra cui circa 800 nostri soldati, è seguita quella ancora in corso, denominata Amber Fox, più ridotta della precedente, con lo scopo di fornire la necessaria assistenza agli osservatori, appartenenti a paesi dell' l'OSCE e dell'Unione Europea, inviati per monitorizzare l'attuazione degli atti governativi previsti dal piano di pace. Secondo la pianificazione iniziale, le forze NATO avrebbero dovuto lasciare la regione il 27 dicembre prossimo. La missione, dal punto di vista operativo è stata fin qui svolta con successo. I nostri soldati, circa 160, hanno operato bene, assolvendo in pieno i compiti loro affidati nella propria area di responsabilità (la valle di TETOVO). Essi, oltre che nel supporto diretto agli osservatori internazionali, sono stati impiegati anche in attività di ricognizione e monitoraggio del territorio. Per contro, seppure in presenza di molti progressi, il piano di pace non sta procedendo secondo i tempi previsti. In particolare, in una situazione caratterizzata dalla profonda diffidenza fra le parti slavo-macedone e albanese e dai contrasti interni ai partiti, si sono determinati: - l'abbandono, da parte dei Partiti Social Democratico, Liberal Democratico e Socialista, della coalizione che costituisce il Governo di emergenza, con uno squilibrio nella compagine governativa; - ritardi nell'attuazione delle previste riforme costituzionali; - la mancata emanazione di una legge di amnistia per gli ex-combattenti del National Liberation Army e, conseguentemente, il ritardo del rientro delle forze di sicurezza macedoni nelle aree in precedenza controllate dalla guerriglia albanese; - il mancato rispetto dei tempi pianificati per il rientro dei profughi nei villaggi.
La soluzione delle questioni inerenti all'amnistia e l'approvazione delle riforme costituzionali rappresenta la condizione principale per consolidare la pacificazione e stabilizzare i rapporti fra le due principali comunità etniche in un contesto democratico e giuridicamente corretto. Proprio la questione dell'amnistia è alla base della rottura della tregua tra le varie fazioni registrata l'11 novembre scorso e sfociata, tra l'altro, nell'uccisione di tre agenti della polizia macedone, rivendicata da una nuova formazione combattente, la cosiddetta "Armata Nazionale Albanese" (ANA), che contestualmente ha invitato i militanti dell'ex-NLA a riprendere la lotta armata. Tale situazione configura la posticipazione della data delle elezioni. Infatti il 27 novembre scorso è scaduto il termine per lo scioglimento del Parlamento che, secondo quanto prescritto dalla Costituzione del Paese, sarebbe dovuto avvenire sessanta giorni prima della data del 27 gennaio 2002, fissata per le nuove elezioni. In tale quadro, il Presidente macedone, il 3 dicembre scorso, ha formalizzato la richiesta alla NATO di una proroga di ulteriori tre mesi per la missione "Amber Fox". Il Consiglio Atlantico, il 6 dicembre, si è espresso favorevolmente ed ha avviato le procedure tecniche per la conseguente pianificazione. Dal punto di vista operativo è previsto che le caratteristiche della missione non subiscano variazioni rispetto a quella in atto, sia per quanto attiene allo scopo che, lo ricordo, è quello di fornire assistenza agli osservatori internazionali, sia per la consistenza qualitativa e quantitativa delle forze NATO complessivamente, di circa 700 uomini, di cui 160 italiani.
Signor Presidente, Onorevoli Senatori e Deputati, il processo di pace in Macedonia non sta procedendo con i ritmi, forse troppo ottimistici, auspicati inizialmente e non si è ancora oggi in grado di affermare, con ragionevole certezza, quando sarà concluso. Ciò lascia supporre che l'attuale richiesta di proroga trimestrale delle missione "Amber Fox" possa essere reiterata anche in futuro. Non si può negare, tuttavia, che, anche se laboriosamente, molti importanti passi siano stati compiuti lungo il travagliato percorso della stabilizzazione della regione. Essi sono stati possibili anche grazie al pronto e costante impegno internazionale sviluppatosi sia sul piano politico che su quello militare. Tale impegno non può ora venire meno senza il rischio che siano compromessi, vanificandoli, i risultati fin qui raggiunti. E' con questa consapevolezza che il Governo manterrà l'aliquota delle nostre forze per la prosecuzione della missione "Amber Fox". Come detto in altre occasioni, la nostra sicurezza passa anche attraverso una regione balcanica pacifica e sviluppata che non diventi terreno di coltura per la criminalità organizzata, per il terrorismo, i traffici illeciti e l'immigrazione clandestina. Questa missione, contestuale alle altre, più impegnative, nei Balcani risponde a questa esigenza. Il Governo ne assume responsabilmente le determinazioni, certo che il Parlamento, anche in quest'occasione, come nelle precedenti, condivide questa scelta nazionale di impegno, responsabilità e solidarietà. Signor Presidente, Onorevoli Senatori e Deputati, molto più complessa appare la situazione relativa al teatro afgano. Questa comunicazione giunge, infatti, in un momento di particolare dinamismo della politica internazionale che non consente, oggi, la presentazione di un quadro compiutamente definito, ma che offre l'opportunità di valutarne alcuni aspetti di rilevante interesse. I risultati sinora conseguiti in teatro sono importanti. C'è stata la conferma delle responsabilità dell'organizzazione terroristica Al Qaeda e del regime talebano, che le ha fornito protezione e supporto. Il video, recentemente comparso, di un farneticante Bin Laden che gioisce delle vittime provocate dall'attacco alle Twin Towers, ha scosso l'animo anche dei più scettici ed ha fornito l'ennesima conferma del buon diritto della Comunità internazionale ad intraprendere le operazioni militari. Sul piano politico: - la coalizione internazionale è rimasta coesa; - le reazioni di tipo terroristico hanno visto solo episodi limitati; - le operazioni mediatiche tese a destabilizzare i Paesi arabi moderati, così come gli appelli alla Jihad islamica, non sono state efficaci. Sul piano militare c'è stato l'abbattimento del regime talebano e lo smantellamento delle basi afgane di Al Qaeda. Ma questo non vuol dire che le operazioni militari siano giunte al termine. Oltre a neutralizzare i persistenti focolai terroristici sul territorio afgano, occorre ancora assicurare alla giustizia i capi dell'organizzazione ed annientare le insidiose ramificazioni di Al Qaeda, la presenza delle cui cellule in altri 60 Stati ne conferma la dimensione globale. Si è parlato in questi giorni di una possibile estensione del conflitto in altri Paesi ed in particolare in Somalia. Posso confermare che non vi è, al momento, alcun programma in tal senso. E confermo che, se dovessero esservi significativi sviluppi militari nella lotta al terrorismo, permane il convinto impegno del Governo di informarne il Parlamento, come del resto ha sempre fatto e sta facendo.
Per quanto attiene alla nostra partecipazione all'operazione "Enduring Freedom", il contingente nazionale, reso disponibile alla coalizione, è in piena azione. Le unità della Marina militare, partite da Taranto il 18 novembre, si sono rapidamente e completamente integrate nel dispositivo navale della coalizione. Dopo aver raggiunto il Mare Arabico e svolto una breve fase di integrazione operativa, l'11 dicembre scorso si è proceduto al Trasferimento di Autorità del nostro Gruppo aeronavale sotto il Controllo Operativo del Comandante delle forze. Attualmente le nostre unità stanno svolgendo, regolarmente, le missioni loro assegnate in teatro, con compiti specifici di ricognizione e di interdizione aerea e marittima - quest'ultima, anche con l'obiettivo di intercettare i capi terroristici - di protezione navale, di supporto tecnico-logistico e sanitario. Nel citare il rapido inserimento, in totale efficacia operativa, delle nostre forze nel dispositivo, dobbiamo rilevare con soddisfazione come i nostri militari, costantemente e nelle più differenziate circostanze, dimostrino il loro altissimo livello di prontezza e di qualità. Sono inoltre in corso le azioni necessarie per rendere operativa la base aerea di KULYAB, in Tagikistan. La riattivazione della base, da effettuare in concorso ed in coordinamento con gli Stati Uniti, richiederà circa 45 giorni. A tale scopo, è previsto che un primo nucleo di 14 nostri uomini affluisca in zona entro i primi giorni di gennaio per agevolare, verso la metà dello stesso mese, il rischieramento di un'aliquota più consistente, di circa 60-70 unità, del genio dell'Esercito e dell'Aeronautica, che avrà il compito di predisporre un accampamento in grado di accogliere 400 uomini e di allestire l'aeroporto alternato di DUSHAMBE', da utilizzare in caso di emergenza. Successivamente sarà dislocata a KULYAB anche una compagnia dell'Esercito, eventualmente comprensiva di un'aliquota di Carabinieri con compiti di Polizia militare, per concorrere alla sicurezza dell'aeroporto. Nel periodo marzo-aprile, saranno immesse ulteriori unità del genio dell'Eserc


ito e dell'Aeronautica per l'esecuzione di specifici lav
ori di miglioramento. Successivamente, in relazione all'evolversi della situazione, potranno essere rischierati i velivoli Tornado. Il personale complessivo necessario per tale attività è pari a circa 350 - 400 uomini, compresi nell'aliquota già resa disponibile per la coalizione.
Queste predisposizioni ed attività dimostrano come l'operazione "Enduring Freedom" abbia prospettive temporali di non breve periodo. Con la sconfitta dei talebani, è stato abbattuto un regime totalitario, non solo connivente con il terrorismo ma anche preclusivo di ogni più elementare libertà democratica nei confronti del suo stesso popolo, al quale aveva imposto un vero e proprio oscurantismo medioevale a danno principalmente delle fasce più deboli, come le donne, emarginate e relegate in un ruolo che poco o nulla aveva di umano. Tutto questo non esiste più. Oggi, si pone il problema del recupero di quei diritti umani perduti; di una transizione pacifica ed equa verso un futuro diverso dal passato. Esistono, oggi, le condizioni perché quel popolo martoriato, finalmente libero dalla tirannia, possa recuperare la sua libertà e la sua identità, con il necessario sostegno della comunità internazionale. Quest'ultima ha avvertito, fin dall'inizio, fortemente, il nesso fra la lotta al terrorismo e l'affermazione dei principi di civiltà e convivenza. Ricordo, qui, i forti richiami a tale lettura nel nostro ambito parlamentare, sia nel corso dei dibattiti in materia, sia negli atti di indirizzo formulati nei confronti del Governo. Di qui la diretta connessione logica fra il nostro intervento nell'ambito dell'Operazione "Enduring Freedom" e quello, che ora prospetterò, nell'ambito di una forza internazionale di sicurezza ed assistenza in Afghanistan.
La responsabilità internazionale ha trovato, in tal senso, espressione nella Risoluzione n. 1378 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, del 14 novembre, con cui le Nazioni Unite si sono impegnate a sostenere l'istituzione di una nuova Amministrazione di transizione che si adoperi per la formazione di un futuro governo. Entrambe le istituzioni dovrebbero rispondere ai seguenti criteri: - essere costituite su ampia base di consenso, multietniche, pienamente rappresentative di tutto il popolo afgano e impegnate a pacificare le varie aree dell'Afghanistan; - essere rispettose dei diritti umani per tutti gli afgani, senza distinzione di sesso, etnia o religione; - essere rispettose degli impegni internazionali dell'Afghanistan, compresa la piena cooperazione nella lotta al terrorismo ed ai traffici illeciti di droga; - essere impegnate a facilitare la urgente consegna degli aiuti umanitari e l'ordinato ritorno dei rifugiati e dei profughi. Con la stessa Risoluzione, le Nazioni Unite invitano gli Stati membri: - ad adoperarsi per fornire aiuti umanitari, alleviare le sofferenze degli afgani e assicurare un'assistenza di lungo termine per la ricostruzione sociale ed economica e per la stabilizzazione dell'Afghanistan; - ad assicurare la pace e la sicurezza dell'area.
Tale spinta delle Nazioni Unite, alla ricerca della definizione di istituzioni provvisorie in Afghanistan in grado di condurre al reinserimento di istituzioni permanenti di Governo, ha compiuto un passo significativo con l'accordo di Bonn, del 5 dicembre scorso, sottoscritto dai rappresentanti delle diverse etnie e tribù afgane. Tale accordo, nel sottolineare la determinazione delle varie fazioni a promuovere la riconciliazione nazionale, una pace durevole, la stabilità e il rispetto dei diritti umani, ha previsto, tra l'altro: - l'insediamento di un'Autorità ad interim, a partire dal 22 dicembre, presieduta da un Presidente già designato (HAMID KARZAI), e costituita da una Commissione per la convocazione di una Loya Jirga ( conferenza degli anziani) e da una Corte suprema dell'Afghanistan; - la convocazione della Loya Jirga, entro sei mesi, per istituire un'Autorità di transizione che dovrà guidare il Paese per due anni e dovrà procedere alla stesura della nuova Costituzione; - la sottomissione all'Autorità ad interim di tutti i mujaheddin, delle forze armate e dei gruppi armati all'interno del Paese.
Inoltre, nell'allegato I dell'accordo di Bonn, i partecipanti ai colloqui: - riconoscono che la responsabilità della sicurezza, della legge e dell'ordine in tutto il Paese spetta agli stessi afgani; - richiedono l'assistenza della comunità internazionale per il dispiegamento e l'addestramento delle nuove forze di sicurezza e forze armate afgane; - chiedono al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di autorizzare il rapido dispiegamento in Afghanistan di una forza ONU, per contribuire al mantenimento della sicurezza a Kabul e nelle zone vicine, estesa progressivamente, se necessario, ad altri centri urbani e ad altre aree; - si impegnano al ritiro di tutte le unità militari da Kabul e da altri centri urbani o aree nelle quali le forze ONU siano dispiegate; - dichiarano desiderabile che questa forza fornisca assistenza nel ripristino delle infrastrutture dell'Afghanistan. Una sottolineatura importante, al riguardo, è che questi impegni e queste richieste provengano direttamente dai rappresentanti del popolo afgano, riunitisi a Bonn.
Preso atto dell'accordo sottoscritto a Bonn, le Nazioni Unite, con la Risoluzione n. 1383 del 6 dicembre, hanno richiamato l'impegno della comunità internazionale a sostenere le istituzioni ad interim previste dall'accordo di Bonn e, durante la loro vigenza, il rispetto dell'accordo e dei suoi annessi. Con la stessa Risoluzione, inoltre, si invitano tutti i gruppi afgani a garantire un completo ed agevole accesso degli operatori umanitari.
Questa successione di iniziative internazionali, tanto rapida quanto lo è stata l'evoluzione operativa sul terreno, ha portato alle attività di queste ultime due settimane, nel corso delle quali la comunità internazionale, con un particolare impegno della NATO e dell'Europa, ha definito il possibile impiego in Afghanistan di una forza di intervento denominata "International Security Assistance Force", con la missione di garantire un ambiente sicuro a tutela delle istituzioni politiche dell'Autorità ad interim afgana che si insedierà a Kabul il 22 dicembre. I relativi compiti risultano direttamente deducibili dalle richieste dei rappresentanti afgani inserite nell'accordo di Bonn. La forza potrà essere schierata in Afghanistan solo successivamente al verificarsi delle due precise condizioni preliminari, che ne rappresenteranno l'indispensabile base giuridica: una specifica Risoluzione delle Nazioni Unite e la stipula di un apposito "Military Technical Agreement" con il Governo transitorio afgano.
La nuova Risoluzione è, in questo stesso momento, in discussione alle Nazioni Unite. Se ne prevede, dunque, oggi stesso l'approvazione. Allo stato ne conosciamo soltanto la bozza di lavoro, su alcuni punti della quale sono tuttora in corso negoziazioni tra le parti. Per certo la Risoluzione farà propri gli indirizzi già espressi nelle due precedenti Risoluzioni 1378 e 1383 e nell'Accordo di Bonn. Per quanto riguarda sotto quale capitolo della Carta dell'ONU debba configurarsi l'intervento della Forza di sicurezza, dovrebbe prevalere l'opzione del richiamo al Capitolo VII, che contempla missioni che prevedono l'uso coercitivo della forza al fine di ristabilire la pace ed il rispetto del diritto internazionale. Un altro aspetto di indeterminatezza è rappresentato dalla durata del mandato, che al momento sembra ipotizzabile in sei mesi, al termine dei quali dovranno essere identificate soluzioni alternative di più lungo periodo, che consentano di arrivare almeno alle elezioni politiche previste tra due anni.
Ieri, 19 dicembre, si sono riuniti, a Londra, i rappresentanti delle nazioni interessate alla cosiddetta Conferenza di generazione della forza, per definirne la composizione. In presenza della disponibilità di 22 paesi, è stata richiesta, entro oggi pomeriggio alle 18.00, una precisa formalizzazione delle offerte, con la specificazione del pacchetto di forze assegnabili da parte di ciascuno Stato. Quanto agli Stati Uniti, essi si sono resi disponibili perché la loro presenza in Afghanistan possa rappresentare un fattore aggiuntivo in termini di sicurezza e di supporto generale, ad esempio per il controllo aereo e l'intelligence.
Per la Forza sarà previsto un costante e robusto coordinamento operativo con la struttura di Comando e Controllo già costituita per l'operazione "Enduring Freedom". La condotta organizzativa e di comando della Forza sarà assegnata al Regno Unito. La composizione è attualmente prevedibile in 3.000 uomini, con significative capacità logistiche, elicotteristiche, sanitarie e del genio. Tali caratteristiche sono confacenti ad un ambiente operativo, le cui compromesse condizioni, ulteriormente aggravate dagli intensi bombardamenti statunitensi, precludono ogni forma di supporto locale, compresa la disponibilità di acqua e carburanti.
Quanto alla tempistica per lo schieramento è prevedibile una cadenza molto serrata, che, a valle dei richiamati adempimenti formali, potrebbe vedere i primi nuclei affluire già intorno al 22 dicembre, mentre il grosso delle forze dovrebbe essere immesso in teatro nel mese di gennaio 2002.
Il Governo italiano, anche sulla base dei richiamati indirizzi parlamentari, ha sostenuto, in tutte le sedi, la necessità di accompagnare la lotta al terrorismo con ogni utile iniziativa a favorire il processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Conseguentemente si è reso disponibile a partecipare con un contingente nazionale alla prospettata Forza di sicurezza, sempre subordinatamente all'attuazione delle condizioni preliminari ed al giudizio di accettabilità delle medesime a livello nazionale. In tale ottica, l'Italia ha preso parte alle attività di pianificazione e di organizzazione tra cui: - una prima ricognizione dell'area, alla quale hanno partecipato due nostri ufficiali, nel periodo 15-19 dicembre; - la conferenza logistica, tenutasi a Londra, il 18 dicembre; - la "Conferenza di generazione della Forza", tenutasi a Londra, il 19 dicembre. In tale quadro, come previsto entro oggi alle 18.00, formuleremo l'offerta di un "pacchetto", complessivo di circa 600 uomini, articolato su: - un contingente pienamente rispondente alle esigenze in termini operativi e di sicurezza, comprensivo, in particolare, di capacità peculiari, quali quelle dei Carabinieri e specialistiche; - un "advanced party" da inviare a Kabul quanto prima, allo scopo di occupare le aree di interesse e coordinare l'afflusso successivo del "main body", prevedibile nel mese di gennaio; - un'adeguata presenza nelle strutture di comando e nei settori intelligence, operazioni e logistica. Da tale "pacchetto", da noi reso disponibile sarà tratto, integralmente o solo parzialmente e nei tempi che saranno definiti in questi giorni, il contributo effettivo di nostre forze che farà parte del costituendo contingente multinazionale.
L'aliquota complessiva sarà, comunque, costituita da militari di professione, quantitativamente ricompresi tra quelli già resi disponibili per l'operazione "Enduring Freedom". Ricordo, infatti, che, già il 7 novembre nell'ambito del contributo nazionale all'operazione, indicai per l'Esercito, testualmente "un contingente di circa 1000 militari, il cui impiego potrebbe collocarsi in una fase successiva con compiti di scorta armata e supporto alle organizzazioni umanitarie", per l'Arma dei Carabinieri "circa 150 persone del 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti Tuscania" e fra le varie fasi dell'operazione: "il cessate il fuoco e l'avvio della pacificazione e stabilizzazione del paese; il prioritario impegno per attività umanitarie". E' in quell'ambito che individueremo il nostro contributo, quantitativamente da definire ma certamente molto qualificato rispetto ai compiti operativi da assolvere.
Signor Presidente, Onorevoli Senatori e Deputati, l'Italia non può restare indifferente a questo nuovo impegno della Comunità internazionale in Afghanistan, che affianca allo lotta al terrorismo l'intervento in favore della pace e dei diritti umani. Occorre essere realisticamente consapevoli del fatto che si tratta di una missione che presenta difficoltà e rischi. Si pensi alle difficoltà di afflusso dei rifornimenti per le precarie condizioni delle vie di comunicazione, rese insicure dalla presenza di mine, dalle attività di bande criminali e miliziani sbandati, dalle cattive condizioni meteorologiche. Si pensi, ancora, ai pericoli connessi ad uno scenario tanto distante dal territorio nazionale, fisicamente impervio, potenzialmente non amichevole e non collaborativo in alcune frange della popolazione, ipoteticamente disseminato di cellule ostili, non ancora neutralizzate nel corso del conflitto. Al Qaeda è stata sconfitta ma non debellata del tutto, essa conserva ancora le capacità per effettuare attentati, agguati, attacchi suicidi. Inoltre, anche se a Kabul si è determinata una relativa tranquillità, permane immanente il rischio di destabilizzazione tutt'intorno, nel Paese, da parte di fazioni armate potenzialmente dissenzienti nei confronti dell'Autorità costituita.
Sono rischi di cui dobbiamo essere consapevoli, noi tutti, i nostri uomini, la pubblica opinione. Non per creare allarmi o preoccupazioni, né tantomeno dubbi o perplessità sull'intervento. Semmai, per mettere in atto tutte le precauzioni più idonee ad operare in condizioni di maggiore sicurezza e fiducia.
Tuttavia, così come siamo intervenuti nell'operazione "Enduring Freedom", altrettanto giusto ed opportuno ci sembra, avendone le potenzialità e le disponibilità, offrirci di partecipare a questa missione che ne è la naturale e logica prosecuzione a difesa dei valori dell'uomo, dei diritti umani e della pace. Riteniamo la nostra presenza, in quella che è la parte più nobile dell'intervento della Comunità internazionale in Afghanistan, un nostro preciso dovere. Lo dobbiamo al nostro spirito di solidarietà ed al nostro senso della civiltà. Lo dobbiamo a chi mette a repentaglio o sacrifica la propria vita per la difesa della pace e del diritto, come il Colonnello Carmine Calò che, tre anni fa, rimase vittima, mentre prestava il suo servizio nell'ambito di una missione delle Nazioni Unite in quella stessa terra di Afghanistan dove ora torniamo.
Pagina pubblicata il 05-03-2011