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Audizione del:

9 ottobre 2001 , Roma - Senato della Repubblica

Comunicazione del Ministro della Difesa sugli sviluppi della crisi internazionale.

MARTINO, ministro della difesa. Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori, dall'11 settembre i meccanismi istituzionali ed operativi sul piano interno ed internazionale si sono attivati per dare una risposta adeguata ad una emergenza tanto grave quanto nuova. Da quel giorno, si è messa in moto una complessa macchina politica, diplomatica ed economica, prima ancora che militare. Essa è stata caratterizzata da una serie di passaggi graduali e misurati, che hanno visto maturare giorno dopo giorno la situazione odierna, frutto dunque di riflessione e confronto, di attenta preparazione e di responsabili scelte. Un percorso che noi condividiamo.
Il giorno successivo all'attentato, il Consiglio Atlantico fece un immediato richiamo all'applicazione dell'articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, posto in relazione con quanto sancito dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. In tale contesto, fu anche evocato quanto previsto dall'articolo 24 del nuovo concetto della NATO del 1999, laddove esplicitamente viene indicata la minaccia terroristica fra quelle di interesse dell'Alleanza. In realtà, alla piena attivazione dell'articolo 5 venne posta una clausola sospensiva, che è stata rimossa nella riunione del Consiglio Atlantico del 2 ottobre. In quella sede, da parte degli Stati Uniti è stata fornita una esauriente informativa sugli esiti delle indagini sulle responsabilità degli attentati.
Dunque, l'attacco terroristico è stato considerato, ai termini dello stesso articolo 5, come diretto a tutti i Paesi membri dell'Alleanza. Vorrei segnalare come le dichiarazioni del Consiglio Atlantico abbiano rappresentato una delle più ampie manifestazioni di solidarietà politica della storia recente.
Di conseguenza, la NATO ha posto in essere la cornice procedurale dell'articolo 5, che prevede una serie di passaggi decisionali e operativi che richiedono forme consensuali, unanimi e standardizzate. In tale quadro, il 3 ottobre, con la procedura del silenzio-assenso, è stata approvata una prima richiesta americana di alcune misure, individuali e collettive, di solidarietà e di assistenza logistica.
Su tali misure e sulle prove fornite dagli Stati Uniti tornerò fra breve; vorrei prima ricordare le più importanti iniziative degli altri maggiori organismi internazionali e quelle del Governo italiano.
Innanzitutto, le Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza ha adottato all'unanimità la risoluzione 1368, che ha classificato quelli dell'11 settembre come "atti di terrorismo internazionale, di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale", legittimando così giuridicamente il ricorso alla forza, e successivamente la risoluzione 1373 del 28 settembre, con la quale ha richiamato tutti gli Stati all'applicazione delle Convenzioni internazionali contro il terrorismo, imponendo controlli e interventi sui circuiti finanziari.
In sostanza, tali richiami individuano una vasta copertura della comunità internazionale alle azioni antiterroristiche come mai in passato e senza condizionamenti geografici, culturali o religiosi. Ma ciò che forse è più importante è il notevole impulso dato dalla comunità internazionale per fronteggiare quella crisi umanitaria, dalle dimensioni immani, che vede da alcuni anni milioni di afghani dipendenti dagli aiuti internazionali.
Le Nazioni Unite, attraverso l'Alto Commissario per i rifugiati, l'UNICEF e il nuovo incaricato per il coordinamento degli aiuti umanitari in Afghanistan e nei territori adiacenti stanno compiendo un grande sforzo per assicurare il massimo sostegno alle popolazioni della regione. Alleviare quelle sofferenze rappresenta un impegno prioritario; su quel fronte ? voglio sottolinearlo ? la comunità internazionale e con essa l'Italia si sono mosse ben prima che sullo stesso fronte militare.
L'Unione europea ha anch'essa fornito immediate risposte politiche ed avviato importanti misure operative. Ad una riunione straordinaria del Consiglio europeo del 21 settembre ha fatto seguito ieri, in Lussemburgo, un Consiglio dei Ministri degli esteri dei 15, cui ha partecipato il ministro Ruggiero.
L'Unione ha auspicato una coalizione più ampia possibile contro il terrorismo sotto l'egida delle Nazioni Unite, e in tal senso l'Unione ritiene legittima la risposta militare americana, mentre i Paesi membri dell'Unione, secondo i propri mezzi, sono pronti ad impegnarsi ad azioni mirate che possono essere dirette contro Stati sponsor dei terroristi.
Sul piano delle misure operative l'Unione ha previsto, tra l'altro, il rafforzamento della cooperazione giudiziaria, l'implementazione dell'organizzazione investigativa e dello scambio delle informazioni, lo sviluppo di strumenti giuridici internazionali contro il terrorismo, l'adozione di una direttiva sul riciclaggio del denaro sporco e la normativa quadro sul congelamento dei capitali, l'introduzione di misure per una maggiore sicurezza aerea.
L'Unione, inoltre, pone particolare impegno per la soluzione del problema mediorientale, nella consapevolezza del ruolo essenziale che una pace duratura in quell'area può avere in termini globali.
In questo quadro l'azione del nostro Governo è coerente con il ruolo del nostro Paese nel consesso internazionale e con la nostra necessità di una sicurezza che passi anche attraverso una regione orientale pacifica e sviluppata, che non sia terreno di cultura per la criminalità organizzata, per i traffici illeciti, per l'immigrazione clandestina, per la virulenta piaga del terrorismo.
In tale ottica, fin dall'inizio, il Governo ha sostenuto che farà la propria parte.
Lo ha fatto il 21 settembre, al quartier generale della NATO, il presidente del Consiglio Berlusconi, illustrando il forte sostegno fornito al nostro Governo dall?opinione pubblica e dal Parlamento, nel quale maggioranza e opposizione hanno reagito ai tragici avvenimenti di New York e di Washington sostanzialmente all?unisono. Il Presidente del Consiglio ha altresì insistito sull?esigenza di evitare che una reazione occidentale possa essere interpretata alla stregua di una contrapposizione con il mondo islamico, sottolineando come un?eventuale azione militare dovrebbe essere comunque integrata da iniziative politiche, economiche, finanziarie e di cooperazione internazionale di polizia, coinvolgendo il maggior numero di Stati, inclusi i Paesi musulmani.
Personalmente, vorrei ricordare la riunione informale dei Ministri della difesa dell?Alleanza che si è svolta il 26 settembre a Bruxelles. In quella occasione, il vice segretario alla difesa americano Wolfowitz aveva preannunciato l?opportunità di dar vita a coalizioni multiple, flessibili e variabili nel tempo, che possano consentire a ciascun Paese, in base all?articolo 5, di fornire i diversi contributi necessari e disponibili.
Nell?incontro bilaterale con Wolfowitz gli ho confermato la disponibilità italiana nel quadro della solidarietà di alleati e nei limiti delle nostre specifiche possibilità, ricevendone l?apprezzamento del suo Governo per il consistente contributo di forze italiane alla stabilità dell?area balcanica, che è secondo solo a quello degli Stati Uniti.
Ricordo ancora che in quella stessa riunione ho incontrato il ministro della difesa russo Sergej Ivanov, con il quale ho potuto verificare importanti convergenze tra NATO e Russia fortemente accelerate in ragione dell?emergenza terroristica.
Signor Presidente, onorevoli senatori, vorrei ora tornare alla questione delle prove, oggetto dell?informativa fornita a Bruxelles dall?ambasciatore Taylor, coordinatore delle misure antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano, e a Roma sul piano strettamente bilaterale. Si tratta di una informativa di elevata segretezza, come stabilito dal suo originatore, secondo la vigente normativa e prassi e come è ben comprensibile: innanzitutto perché rendere note le prove potrebbe mettere in pericolo le fonti; in secondo luogo, perché la divulgazione di ciò che è noto significherebbe contestualmente dichiarare anche ciò che non si sa, affidando così un?arma nelle mani dei terroristi.
In Parlamento sono state richieste al riguardo maggiori informazioni. Il Presidente del Consiglio, conseguentemente, ha provveduto a rimettere ai Presidenti delle Camere una sintesi riservata delle informazioni ricevute.
A tale quadro documentale si può senz?altro aggiungere l?intervista televisiva nella quale Bin Laden esalta l?azione terroristica dell?11 settembre, corredandola di motivazioni e di ulteriori minacce. Una sorta di assunzione di responsabilità. Inoltre, riteniamo importante che le prove siano state mostrate a ben 47 Paesi: quelli della NATO, i partner dell?Alleanza atlantica, la Russia, il Pakistan e anche altri. Esse sono risultate convincenti per tutti e ricordo che molti di quei Paesi hanno popolazioni a maggioranza islamica.
Le prove pongono in luce le responsabilità della rete terroristica Al Qaeda, capeggiata da Osama Bin Laden, nonché i collegamenti tra tale gruppo terroristico e il regime dei talebani in Afghanistan. Ne emerge una vera e propria centrale del terrore che ha messo in atto le più efferate azioni terroristiche del recente passato: dalla Somalia nel 1993 al Kenya e alla Tanzania del 1998, dalla Giordania a Los Angeles alla nave americana "Cole". Stesse modalità di azione con gli attentati dell?11 settembre: pianificazione meticolosa, obiettivi di massa, totale indifferenza per la vita umana, molteplici attacchi simultanei, impiego di attentatori suicidi.
Già tre dei diciannove attentatori dell?11 settembre sono risultati direttamente collegati all?organizzazione criminale di Bin Laden. Molte informazioni basate sulle attività, sulle comunicazioni, sui movimenti, sulle confessioni confermano tale quadro. Quanto ai collegamenti tra Bin Laden e il regime dei talebani, i cui finanziamenti provengono anche dal commercio della droga, vi sono le prove che il primo fornisce truppe, armi e denaro ai talebani, che assicurano all?organizzazione Al Qaeda la cornice ambientale in cui organizzare e addestrare le forze terroristiche i cui campi sono distribuiti sul territorio afgano.
Sulle singole misure operative ha riferito il Consiglio atlantico, dopo la scadenza della procedura del silenzio-assenso, stabilita per le ore 15 di giovedì 4 ottobre. Si tratta di misure modificabili nel tempo in funzione delle specifiche esigenze; in generale, misure di supporto, diretto e indiretto, sul piano della sicurezza, dell'assistenza e della logistica.
Il complesso delle misure si incentra sulle seguenti sei richieste generali; incrementare lo scambio e la cooperazione nel campo informativo, con particolare riferimento alle minacce terroristiche e alle azioni per contrastarle; fornire, su base individuale e collettiva, assistenza ai Paesi soggetti ad una maggiore minaccia terroristica a causa del loro sostegno alla campagna contro il terrorismo internazionale; incrementare le misure di sicurezza a favore di infrastrutture statunitensi e degli alleati sui territori nazionali; sostituire, nell'area di responsabilità dell'Alleanza, specifiche unità della Nato che sono impegnate in operazioni contro il terrorismo internazionale, fornire una permanente clearance diplomatica agli aerei statunitensi e dell'Alleanza per i velivoli militari assegnati alla lotta al terrorismo internazionale; utilizzare, con la possibilità di rifornimento, porti ed aeroporti sul territorio dell'Alleanza.
Oltre a dare il proprio benestare su queste richieste, il Consiglio ha deciso inoltre che l'Alleanza, sulla base delle specifiche richieste delle autorità militari americane, è pronta a dislocare nel Mediterraneo orientale la forza navale permanente della NATO nell'ambito della quale opera la nave italiana "Aliseo", unità della "classe fregate", con 240 uomini di equipaggio, dotata di un elevato grado di flessibilità di impiego - grazie alle proprie dotazioni operative, di scoperta, artiglieresche ed elicotteristiche - e a dislocare nel Mediterraneo orientale la forza navale permanente della NATO di "contromisure mine", nell'ambito della quale opera la nave italiana "Viareggio", unità della "classe cacciamine", con 47 uomini di equipaggio. Infine, ad impiegare in operazioni di supporto contro il terrorismo gli Awacs (airborne warning and control system), aerei di sorveglianza stanziati in Germania, sui quali opera personale italiano nel numero complessivo di 49 unità fra piloti ed equipaggio.
Il quadro che si va configurando è il coinvolgimento pieno dell'Alleanza, anche in un più complessivo contesto internazionale che tenga conto dei rispettivi compiti, che vede gli Stati Uniti e il Regno Unito prioritariamente dedicati in una specifica area di intervento.
Alle misure operative di sostegno all'azione contro il terrorismo internazionale si accompagnano alcune azioni precauzionali previste per la gestione delle crisi della NATO. Le due serie di misure sono sostanzialmente coerenti tra loro e anche con quelle già adottate su iniziativa nazionale. Relativamente a queste ultime, molte sono state intraprese fin dai primi momenti della crisi e sono state ulteriormente intensificate dall'inizio degli attacchi di domenica. Il Governo ha già riferito su di esse.
Il Consiglio dei ministri e conseguentemente tutti i Ministri interessati hanno adottato decisioni immediate nei rispettivi settori di competenza. Le misure di competenza della Difesa sono riconducibili all'elevazione dello stato di allertamento delle nostre unità sul territorio nazionale e all'estero, all'incremento delle attività di intelligence, al generale rafforzamento del dispositivo di difesa.
Tra le misure di futura attuazione è possibile l'impiego di personale militare ad integrazione dei servizi di polizia per la protezione di particolari siti fissi, quali edifici istituzionali e altri di interesse pubblico.
Signor Presidente, onorevoli senatori, gli attacchi di New York e Washington hanno confermato come il terrorismo possa seminare morte e distruzione in maniera indiscriminata e devastante e come al tempo stesso nessun Paese possa dirsi immune dagli attacchi di gruppi di estremisti.
Purtroppo, si sono avverate le peggiori previsioni, che esperti e analisti delle problematiche strategiche andavano facendo fin dalla caduta del Muro di Berlino. Una nuova minaccia, imprevedibile e multiforme, si delineava per le democrazie, annidandosi nelle pieghe del fanatismo; e, dopo quanto accaduto alle Torri gemelle, ci stiamo ancora chiedendo se è possibile vedere di peggio, cioè attacchi condotti con armi di distruzione di massa, chimiche o batteriologiche, contro obiettivi e popolazioni civili.
Noi siamo parte in causa nella lotta contro il terrorismo fondamentalista, la cui minaccia è globale. Tocca in primo luogo gli Stati Uniti, per la loro posizione nel mondo e per la forza simbolica di questo Paese, ma tocca l?Europa, tocca la Russia, tocca altre grandi entità statuali, come l?India e la Cina, e tocca molti di quegli stessi Paesi islamici che rifiutano le logiche del fanatismo.
I terroristi invocano l?Islam o, piuttosto, una loro distorta visione dell?Islam, ma non rappresentano il mondo islamico, né sono in grado di scatenare uno scontro di civiltà. In realtà, appare evidente la complessa relazione fra mondo occidentale ed Islam e i legami che, nel corso della storia, hanno unito queste due realtà prima ancora di dividerle. Non dimentichiamo che per ben cinque volte, nell?ultimo decennio, Paesi alleati, nel quadro NATO o di coalizioni ad hoc, sono intervenuti per difendere o pacificare Paesi o aree popolate da musulmani: in Kuwait, nel Nord dell?Iraq, in Somalia, in Bosnia e in Kosovo.
La lotta contro il terrorismo è destinata ancora una volta ad avvicinarci all?Islam, esso stesso minacciato da un nuovo fanatismo che ne nega quella tolleranza che invece lo ha caratterizzato nella storia. Non dimentichiamo anche le forti minoranze religiose, che con le loro tradizioni, spesso millenarie, sono radicate e rispettate in Paesi di antica cultura musulmana, quali l?Egitto, l?Iraq, la Siria, lo stesso Iran.
La lotta contro Bin Laden e le forze della sua ragnatela del terrore è allora una lotta del mondo della civiltà contro una nuova barbarie. Sarà una lotta lunga, complessa e non facile. Siamo di fronte ad una organizzazione terroristica non facilmente identificabile e localizzabile nel territorio e della quale non conosciamo esattamente gli obiettivi. Possiamo tuttavia fare alcune considerazioni.
La prima è che una rete del terrore richiede un suo santuario, ove impostare l?organizzazione logistica necessaria. Sappiamo che questo santuario è l?Afghanistan, anche se non è possibile escludere che vi siano basi in altre zone del mondo, magari controllate da forze in contrapposizione con le autorità statuali.
Una seconda riflessione riguarda gli obiettivi dell?organizzazione terroristica di Bin Laden. Gli attacchi dell?11 settembre hanno colpito a fondo l?emotività non solo dell?America, ma di tutti noi, e probabilmente a questo miravano: a far perdere la testa ad opinione pubblica e responsabili politici, al fine di far scattare una rappresaglia cieca, destinata a portare gli Stati arabi nelle braccia dei terroristi.
Forse è proprio lo scontro fra civiltà quello che questa cupola del terrore cerca e probabilmente ha cercato di tendere una trappola agli Stati Uniti e a tutti noi; ma la trappola non è scattata, anche per la saggezza dell?Amministrazione Bush e per la capacità degli Stati Uniti di mantenere la calma e di avere i nervi saldi.
Non si è mai pensato ad una reazione avventurosa e sconsiderata: si è subito iniziato a lavorare per individuare con precisione i bersagli sicuramente legati al terrorismo. Sono questi i bersagli che possono e devono essere neutralizzati con azioni realmente efficaci e la cui legittimità può essere spiegata al mondo intero e al mondo islamico in particolare.
Il terrorismo probabilmente cerca di scatenare reazioni militari indiscriminate da parte dell?America e dei suoi alleati, per ottenere almeno due vantaggi: il primo è quello di scatenare una reazione di operazioni terroristiche tali da scacciare gli occidentali dalla regione; il secondo ha il fine di esasperare la divaricazione fra l?Occidente e il mondo musulmano, per poi sfruttare l?impatto negativo di eventuali azioni militari contro i Paesi islamici.
Ebbene, queste masse islamiche sono forse il vero obiettivo delle azioni terroristiche, in uno scenario prospettico volto a sostituire i regimi moderati con regimi islamici radicali, fondati sulla visione dell?integralismo militante e aggressivo.
L?Asia centrale e il Golfo, ricchi di risorse naturali e poste al crocevia tra Europa, Russia, Cina e India, sono l?area in cui le forze del terrore stanno giocando il loro perfido gioco con una determinazione criminale e fanatica; e questa, dopo le dichiarazioni di Bin Laden, è più che un'ipotesi.
Appare sempre più chiaro come il suo obiettivo principale sia quello di far saltare i Governi dell?Arabia Saudita e del Pakistan e di sostituirli con dei regimi in linea con la sua visione di regime islamico militare. Ciò darebbe a lui e ai suoi seguaci il controllo sulla maggior parte dei luoghi sacri e ricchi di risorse del mondo islamico, nonché sul Pakistan, l?unico Paese islamico al mondo con capacità nucleare. Dunque, nelle azioni di Bin Laden ci sarebbe qualcosa di razionalmente calcolato, qualcosa che va ben oltre il semplice odio per gli americani.
Una terza riflessione, infine, riguarda la presenza della rete terroristica all?interno del mondo occidentale. La rete del terrore è una sola, ha le sue basi, il suo network finanziario, i suoi riferimenti logistici anche dentro i Paesi occidentali; dobbiamo quindi agire con una pluralità di strumenti, sapendo che ci stiamo avviando ad una nuova forma di conflitto che non è una guerra intesa nel senso classico della parola, anche se implica misure militari di grande portata. Qui non c?è uno scontro tra nazioni, e il terrorista e la sua organizzazione non possono essere accreditati della dignità di uno Stato sovrano.
D?altra parte, in questi difficili anni la stessa sovranità statale ha cessato di essere un valore assoluto e incontestabile nell?ordinamento internazionale; si va infatti gradualmente affermando la convinzione che la comunità internazionale abbia il diritto e il dovere di intervenire negli affari interni di un singolo Stato qualora questo si renda responsabile di gravi e ripetute violazioni dei diritti umani ai danni dei propri cittadini. In tali casi la condotta degli Stati appare di per sé idonea a infliggere un vulnus alla pace e alla sicurezza internazionale che non può lasciare indifferente.
La storia ci insegna che il terrore non si ferma, non si accontenta dei primi obiettivi raggiunti, non accetta compromessi o dialogo se non a fini strumentali per poi meglio colpire. Ebbene, l?Italia è unita alla comunità di tutti i Paesi che, riconoscendosi nei princìpi delle Nazioni Unite, credono nei valori della democrazia e vogliono sicurezza per i propri cittadini per distruggere questa rete del terrore.
La lotta al terrorismo si vince sotto la bandiera della solidarietà e della cooperazione internazionale. L?auspicio è che quella unione contro il terrorismo abbia carattere universale, ma siamo anche convinti che essa rappresenti non solo un dovere per i Governi di tutto il mondo, ma anche un preciso interesse nazionale. Nessuno, per alcun motivo, è disposto a rinunciare al bene supremo della libertà, a vivere in stato d?assedio o di militarizzazione permanente, a sopportare limitazioni delle garanzie e delle regole fondamentali del diritto.
In queste ore tornano alla mente le parole di un nostro patriota, Luigi Settembrini: "Nelle guerre" - diceva - "vince chi ha grandi princìpi da sostenere", e noi crediamo di avere sicuri valori per vincere questa sfida.
Per questo dobbiamo imporci che la lotta al terrorismo non ci faccia mettere da parte la soluzione dei problemi del mondo, i conflitti regionali (in particolare quelli in Medio Oriente), i diritti dell?uomo, lo sviluppo, l?ambiente, la democrazia.
Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori, quale Ministro della difesa ho già detto, e qui confermo, che le nostre Forze armate sono pronte e ben preparate per i compiti ai quali sono chiamate. E? tuttavia doveroso in questa circostanza interrogarsi sul loro ruolo e sulla loro capacità nei nuovi scenari; la strategia, le strutture e gli strumenti militari già da tempo si andavano adeguando alle nuove minacce, ma non c?è dubbio che la situazione comporti una drastica accelerazione di questo processo. Il passaggio da un sistema di difesa convenzionale, che ebbi a definire alcuni mesi fa di "macrodifesa", ad un sistema di sicurezza articolato, o di microdifesa, deve essere realizzato sulla base di scelte idonee e coraggiose: in ambito nazionale, il transito ad un sistema militare completamente professionale e funzionale a queste esigenze.
Per concludere, mi auguro che il medesimo senso di responsabilità nazionale che ha sorretto le grandi decisioni degli anni passati in merito alle nostre politiche nei Balcani si manifesti anche di fronte alle scelte odierne di questo Esecutivo. Lo abbiamo detto più volte: in una grande e matura democrazia occorre uno spirito bipartisan sulle grandi questioni di politica estera e di sicurezza e quindi sull?azione complessiva dello Stato. Le scelte che si adottano in questo campo non possono essere di parte o vissute come tali, in quanto sono compiute nell?interesse comune della Patria e nel solco di tradizioni, interessi e alleanze su cui si incardina la storia stessa della nostra Repubblica.
Sappiamo che esistono opinioni e voci discordanti; anche se numericamente contenute e fisiologiche al sistema parlamentare, ne apprezziamo lo stimolo alla riflessione sulle argomentazioni critiche; tuttavia, non ne condividiamo le posizioni. Mi sembra doveroso, dunque, richiamare l?importanza che le scelte odierne trovino un alveo comune fra maggioranza e opposizione, affinché attraverso il Parlamento, nel rispetto del suo ruolo e delle sue prerogative, esse realizzino la compiuta sovranità popolare rispetto ad eventi così importanti per l?interesse dell?Italia. (Applausi dai Gruppi AN, FI, CCD-CDU:BF, LNP, DS-U, Mar-DL-U, Misto-SDI, Aut, Verdi-U e dei senatori Amato e Togni).
Pagina pubblicata il 05-03-2011