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Versione Italiana

Disgelo USA-Cuba

Osservatorio Strategico - Gianluca Sardellone

Roma,  25 giugno 2015

​Ci sono eventi che segnano una svolta nelle relazioni internazionali e scrivono pagine storiche: rientra certamente tra questi l'incontro al vertice delle Americhe tra il Segretario di stato americano, Kerry, ed il suo omologo cubano, Rodrìguez (insieme con il colloquio tra Barack Obama e Ràul Castro). Il conseguente disgelo tra USA e Cuba, avviando il superamento di una contrapposizione iniziata nel 1961, sembra rimuovere l'ultimo lascito della guerra fredda e segna lo zenit di un processo avviato da qualche anno.
Nel 2000, gli USA avevano depennato Cuba dalla lista degli stati sostenitori del terrorismo e, sin dal 2009, Obama, proseguendo nella cosiddetta reset policy, aveva autorizzato la riduzione delle restrizioni sui ricongiungimenti familiari e le rimesse di denaro degli emigranti cubani residenti negli USA; nel 2013, dal canto suo, Raul Castro aveva semplificato le norme sui viaggi all'estero dei cittadini cubani. Nello stesso anno, infine, la storica stretta di mano tra Obama e Raul Castro ai funerali di Nelson Mandela sembrava dare l'incipit ad un nuovo corso nei rapporti bilaterali, confermato dall'accordo per lo scambio di prigionieri siglato nel 2015.Il nuovo corso nei rapporti con Cuba si inquadra, del resto, nell'evoluzione della politica americana legata all'imminente fine del mandato del Presidente Obama ed alle elezioni per la Casa Bianca in programma nel 2016. Ma, soprattutto, è frutto della realpolitik. Nel mutato contesto globale, ormai post-bipolare, USA e Cuba non rappresentano il liberalismo contrapposto al marxismo: il rischio di una guerra atomica è venuto meno e nuove sfide (a partire dai traffici di droga e clandestini) ne minacciano la sicurezza. Nonostante decenni di embargo, il regime castrista cubano, capace, per mezzo secolo, di sfidare gli USA e portare il comunismo nel Nuovo Continente, non è stato abbattuto: ultimo dichiaratamente marxista dopo la fine della guerra fredda, Cuba è, dopo il crollo dell'URSS, un paese isolato a livello regionale:  l'unico partner, il Venezuela di Chavez, è, infatti ad un passo dal default finanziario (a causa del crollo nel prezzo del petrolio) ed ha subito nuove sanzioni da parte americana sul finire del 2014.  Sotto l'aspetto strategico, un riavvicinamento sarebbe funzionale agli interessi di entrambi: gli USA potrebbero importare tabacco e frutta a basso costo e penetrare in un mercato che, complice il lungo isolamento internazionale, ha enorme bisogno di tecnologia e capitali. Cuba, grazie agli investimenti esteri, potrebbe vedere rilanciata la sua asfittica economia ed entrare nell'area nord-americana di libero scambio: coniugando socialismo politico ed economia di mercato, infatti, potrebbe adottare, mutatis mutandis, il modello cinese. La storia, del resto, conferma la portata epocale del disgelo tra Cuba e Stati Uniti.
La piccola Cuba (appena 110mila kmq con soli undici milioni di abitanti) ha rappresentato, per decenni, una spina nel fianco degli Stati Uniti, condizionandone le scelte strategiche.Occupata militarmente dagli USA nel 1899, visse, infatti, prima la dittatura filo-americana di Fulgencio Batista e, poi, la rivoluzione di Fidel Castro che, nel 1959, impose la nazionalizzazione delle piantagioni (tabacco, caffé e canna da zucchero) e delle miniere, fino ad allora controllate dalle compagnie straniere. Castro si avvicinò subito all'URSS: il suo modello di socialismo, senza toccare i livelli parossistici e totalitari di quello sovietico, ebbe successo in tutta l'America Latina (ove si affermarono numerosi governi marxisti), ingenerando negli USA il timore di un effetto domino per l'intero continente (le medesime considerazioni che, negli anni Settanta, portarono all'escalation militare in Vietnam).
Cuba, inoltre, avversata la cosiddetta Alleanza per il Progresso (una sorta di Piano Marshall per il Sud America), si dotò di un formidabile apparato militare con cui contribuì a destabilizzare il continente africano: i suoi militari operarono in Guinea, Tanzania, Algeria (contro il filo-occidentale Marocco), in Angola (a supporto del  regime di Kabila e del suo tentativo di invadere la provincia del Katanga, nello Zaire) ed in Etiopia (dove sostennero Menghistu, contribuendo a respingere l'offensiva delle forze armate somale). Ma, soprattutto, Cuba rischiò di portare USA ed URSS ad un passo dallo scontro armato vis-à-vis.
Nel 1961, il fallito sbarco di milizie anti-castriste (sostenute dagli USA) nella Baia dei Porci fece da prologo alla crisi determinata dal possibile arrivo di missili russi a Cuba, che il presidente americano Eisenhower aveva previsto sin dal 1959. Installando i missili nel Mar dei Caraibi, infatti, Mosca avrebbe compensato il gap rispetto agli USA, conferendo, de facto, portata intercontinentale ai suoi missili a medio raggio. Il volo di un aereo spia U-2 mostrò la fondatezza dei timori di Eisenhower: il suo  successore, John Kennedy, impose alle navi sovietiche dirette a Cuba una sorta di linea rossa (quarantena) da difendere anche manu militari. Il leader russo Krusciov, consapevole che una guerra con gli USA avrebbe comportato la distruzione reciproca, ordinò il rientro delle armi, permettendo la firme di un accordo che impegnava l'URSS a ritirare i missili da Cuba e gli USA a fare lo stesso in Turchia con i missili Jupiter (sul finire degli anni Settanta, peraltro, gli euromissili portarono nuovamente USA ed URSS ad un passo dallo scontro). Negli anni Ottanta, nonostante la definitiva distensione nei rapporti USA-URSS e la fine dell'assistenza economica e militare fornita a Cuba da Mosca (1991), la  contrapposizione tra USA e Cuba venne rinvigorita dall'intervento americano a Grenada (1983), dal rifiuto del governo castrista di avviare una politica di rinnovamento e dalle nuove sanzioni imposte con l'Helms-Burton Act.  Parafrasando Francis Fukuyama, quindi, il disgelo USA-Cuba sembra rappresentare, sotto certi aspetti, davvero la fine della storia.