Ministero della Difesa

Logo della rivista on line Informazioni della Difesa
Versione Italiana

“Nella Terra dei Merli: Kosovo tra passato e futuro”

Focus Difesa - Giuseppe Tarantino

Roma,  20 aprile 2016

​​​​​​“Nella Terra dei Merli: Kosovo tra passato e futuro”, in onda mercoledì 20 aprile su Sky Cinema Cult HD e su Sky TG24, è il nuovo docufilm di Andrea Bettinetti, che racconta la missione della NATO in Kosovo attraverso lo sguardo e le esperienze dei militari italiani. Il film, il cui titolo si ispira alla Piana di Kosovo Polje, teatro di un’epica battaglia avvenuta nel 1389 tra i cristiani dell’Alleanza balcanica e l’esercito ottomano, è stato prodotto da Good Day Films in collaborazione con Sky Cinema e realizzato con il supporto dello Stato Maggiore dell’Esercito e dello Stato Maggiore della Difesa.

Per realizzare il documentario, Bettinetti viaggia attraverso il Kosovo di oggi seguendo tre team di collegamento dell’Esercito Italiano, che raccolgono le necessità e le esigenze della popolazione. Si parte da Villaggio Italia, sede del contingente nazionale, per conoscere da vicino il “cuore” dell’impegno italiano e si prosegue attraversando l’intero Paese per dare voce a tutte le sfaccettature e le complessità di cui si compone. L’enclave di Gorazdevac, dove risiede una delle ultime comunità serbe rimaste in Kosovo, la città di Mitrovica dove la via del dialogo tra le due parti è ancora difficile, i monasteri ortodossi di Decani ancora sotto vigilanza armata e di Zociste, ricostruito da KFOR dopo la sua distruzione. L’antica moschea del villaggio di Prekouluka e la Grande Moschea di Pristina per confrontarsi sul rapporto tra identità nazionale e fede religiosa, tema particolarmente sensibile e di attualtà alla luce dei foreign fighters che scelgono di arruolarsi nelle fila di Daesh.

Dalle testimonianze degli intervistati, studenti, artisti, docenti universitari, politici, imam e monaci emerge chiaramente la fragilità della pace kosovara e l’indispensabile ruolo di garanzia svolto da KFOR per consolidarla. Se uno studente serbo ricorda che la pace non può essere infatti dettata da una sola parte, un docente albanese osserva che ancora oggi alla TV serba non passa giorno senza che venga ripetuto nei diversi programmi che il Kosovo è serbo e nel Kosovo serbo, prima della guerra, la discriminazione verso gli albanesi era forte anche all’università. La speranza è nel figlio, nato nel 2000, che non sa cosa sia la guerra. Sono speranzosi anche i monaci di Zociste, il cui monastero, distrutto da estremisti, è stato ricostruito da KFOR quando i rappresentanti delle tre confessioni lo chiesero espressamente quale segno di pacificazione tra le comunità locali. Nel villaggio di Prekouluka l’incontro con l’imam fa prendere coscienza del ruolo dell’islam nella rinascita kosovara. Nelle parole dell’imam tutti gli estremismi vanno banditi, religione e Patria hanno ruoli diversi nel cuore degli individui. Il dibattito sull’identità nazionale torna spesso nelle interviste, sempre in bilico tra identità religiosa e identità kosovara. Anche l’imam della Grande Moschea di Pristina riconosce che più debole è lo Stato, meno fa per i giovani, più gli estremisti troveranno terreno fertile per le loro dottrine contrarie al vero Islam. In effetti sebbene sia stata recentemente promulgata una legge contro i foreign fighters che prevede pene severe, il fenomeno è ritenuto, secondo una giornalista kosovara intervistata, in qualche modo correlato con il gran numero di moschee finanziate dalle monarchie del golfo negli anni successivi alla guerra.

Il documentario non trascura il punto di vista degli operatori militari: dai componenti dei Liaison Monitoring Team (LMT) che, in linea con la funzione della loro unità, raccordano con i loro vissuti le diverse testimonianze, sino al Comandante di KFOR, il Generale di Divisione Guglielmo Miglietta secondo il quale KFOR svolge un ruolo strategico in una regione che da sempre è stata crocevia di genti e di interessi e che oggi, complice la crisi economica mondiale e le turbolenze dell’area mediorientale, ha visto rallentare la rinascita post conflitto tornando a essere bisognosa del sostegno NATO per non disperdere quanto costruito sinora.

“Nella Terra dei Merli” è stato presentato il 15 aprile presso lo Stato Maggiore dell’Esercito. Al termine della proiezione, il produttore, Michele Bongiorno, ha sottolineato il ritardo culturale italiano rispetto al mondo anglofono nel condividere l’impegno delle Forze Armate e del lavoro svolto dai militari sia in Patria sia all’estero. Ritardo al quale ha deciso di non contribuire producendo il documentario che completa la trilogia iniziata con “Reduci” e “Lungo la Blue Line” sempre per la regia di Bettinetti.

Nel suo intervento il Generale Errico, Capo di SME, nel sottolineare il carattere interforze della missione, ha ricordato l’episodio, era allora comandante del contingente italiano, che favorì la ricostruzione del monastero di Zociste descritto nel documentario. Ringraziando inoltre il regista, Errico ha evidenziato l’attualità del docufilm dal quale emerge chiaramente, con uno stile coinvolgente, il Kosovo di oggi, raccontato dai protagonisti stessi, con i problemi ancora irrisolti (le tensioni inter e intra-etniche che ancora covano sotto la cenere, l’economia che non decolla e la disoccupazione giovanile, i flussi migratori, i foreign fighters) e la volontà ferma di quella che si considera una nazione giovane di proseguire il percorso di sviluppo e pacificazione, per il pieno riconoscimento internazionale diventando Stato membro di ONU, Unione Europea e NATO.

Il mandato della missione KFOR, attiva dal 1999, prevede il mantenimento di un ambiente sicuro, la libertà di movimento, il supporto alle istituzioni kosovare e ai diversi attori della Comunità internazionale impegnati nella stabilizzazione del Paese. Compiti rimasti invariati nonostante la progressiva riorganizzazione della Forza e una graduale cessione di responsabilità avvenuta nel corso degli anni. Attualmente KFOR vede la partecipazione di 31 Paesi che garantiscono la presenza di un contingente militare forte complessivamente di 5000 unità. In questo quadro, l’impegno dell’Italia è di primo ordine, esprimendo per la terza volta consecutiva il Force Commander e schierando sul campo 550 militari articolati in un Multinational Battle Group West – con sede nella base di ‘Villaggio Italia’ nei pressi di Pec/Peja, un Joint Regional Detachment Centre – operante con 10 Liaison Monitoring Team (LMT) e un Multinational Specialized Unit (MSU). L’Italia inoltre rende disponibili e pronti all’impiego altri reparti, operanti sul territorio nazionale, quali forza di riserva.