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La storia che oggi accelera

Osservatorio Strategico - Mario Renna

1 febbraio 2016

​“I fatti di Colonia e il Califfato sono figli di un’accelerazione della Storia, provocata dal domino di dissoluzione degli Stati arabo-musulmani, i quali hanno raramente rispettato le identità locali e sono stati investiti da una serie di rivolte che ne hanno rovesciato i regimi. Stati come l’Iraq, la Siria e lo Yemen non esistono più, mentre Turchia, Iran e Arabia Saudita temono a loro volta la frammentazione in atto”.

Così si è aperto – partendo dai fatti di Capodanno in Germania -  il dialogo tra Maurizio Molinari e Massimo Gramellini, rispettivamente nuovo direttore e direttore creativo del quotidiano La Stampa, tenutosi presso l’Unione Industriali di Torino il 26 gennaio in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti. Un dialogo che si è concentrato sui temi di attualità ripresi da Molinari nel suo ultimo libro, ‘Jihad – Guerra all’occidente’ edito da Rizzoli.
“L’accelerazione in atto sta portando a guerre locali e alla sostituzione del nazionalismo arabo con il jihadismo (con le varie sigle di Al Qaeda, Boko Haram, ISIS, etc.)”, prosegue il direttore. “Stanno riemergendo la religione e la tribù del periodo pre-islamico, contraddistinto dalla lotta per il controllo dei pozzi d’acqua, una lotta condotta con il terrore. Questa impalcatura è rimasta intatta fino alla fine dell’Impero Ottomano, quando gli imperi francese e inglese portarono il nazionalismo, al cui sfaldamento assistiamo ora”.

Gramellini si chiede se tutto ciò non fosse prevedibile e Molinari parla di sottovalutazione del fenomeno, ritenendo un errore il ritiro degli USA dall’Iraq, specie dal nord, la regione dove è nato l’ISIS. “Chi fa politica estera in Occidente non ha ancora colto l’accelerazione. Bisogna usare prudenza e investire in comprensione”. In quest’ottica andrebbe letto, secondo Molinari, il negoziato con l’Iran sul nucleare: accolto con sollievo in Occidente, in Medio Oriente è stato interpretato come un rafforzamento del  mondo sciita, provocando inquietudine nel ceto medio sunnita, un atteggiamento più aggressivo da parte dell’Arabia ed un incremento dei reclutamenti nelle file del Califfato, percepito proprio come protettore del mondo sunnita.

Passando alle ripercussioni di questa accelerazione in Europa, Molinari risponde a Gramellini che il Vecchio Continente e più in generale l’Occidente sono un palcoscenico per l’ISIS, sul quale dimostrare – nel quadro del conflitto tra sciiti e sunniti e all’interno del mondo sunnita – che la rivoluzione del Califfato è la più sanguinaria, con un ritorno alla visione terroristica tribale e pre-islamica. “La vera lotta in atto è intra-sunnita, con una proporzione tra moderati ed estremisti che è largamente minoritaria per questi ultimi”, aggiunge Molinari, sottolineando l’inclinazione dell’ISIS a cercare non tanto lo scontro di civiltà quanto la guerra civile tra occidentali e islamici: inclinazione che sconta però il problema rappresentato dal fatto che molti musulmani sono ormai integrati in Occidente.

“Come reagire senza sembrare remissivi?”, conclude Gramellini accennando anche al “senso di invulnerabilità italiano”: il neo-direttore non ha dubbi, ci vuole una grande coalizione che si basi anche sulla cooperazione tra i cittadini occidentali e le loro forze di sicurezza. “La linea di difesa sono i cittadini. Ci vuole riconoscenza per i connazionali che ci difendono. Aiutiamoli. In Italia nell’ultimo anno le forze dell’ordine hanno fatto un gran lavoro, con l’espulsione di decine di soggetti pericolosi. Bisogna integrarsi al massimo con gli altri Paesi dell’Unione Europea”.

Maurizio Molinari, 51 anni, è dal 1° gennaio il direttore del quotidiano torinese dopo esserne stato il corrispondente da Bruxelles, New York e Gerusalemme. Contestualmente, Massimo Gramellini ha assunto l’incarico di direttore creativo.