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Il Reporter di guerra: nascita di una professione

Tecnica, professione e società - Francesco Gallo

Roma,  1 settembre 2014

​​​La recente e tristissima morte del giovane Simone Camilli a Gaza, in seguito alla deflagrazione di una bomba, ha portato a riscoprire una delle figure professionali che si muovono tra gli scenari di crisi internazionali e che fa da filtro ai cittadini dei propri Paesi: il “reporter di guerra”.
Si tratta sicuramente di una professione che, si volesse risalire tanto indietro nel tempo, ci riporterebbe addirittura a Senofonte o a Giulio Cesare, ma che in verità trova la genesi della sua identità, nelle forme in cui la conosciamo oggi, nel XIX secolo. Infatti, molti individuano il primo  inviato di guerra in Henry Crabb Robinson, spedito dal direttore del Times, John Walter, prima a seguire la campagna Napoleonica di Prussia agli inizi dell'800, e poi la campagna Napoleonica di Spagna nel 1808. Entrambe le esperienze furono però fallimentari, tanto che Robinson fu licenziato. Se alcuni considerano Robinson il primo inviato di guerra (almeno cronologicamente, perché sul piano dei risultati lasciò molto a desiderare), altri individuano in Charles Lewis Guneison, l'inviato del Morning Post che nel 1834 seguì la guerra civile spagnola scoppiata alla morte di Ferdinando VII, un prototipo decisamente più completo. Quest'ultimo d'altronde per la sua “curiosità giornalistica” fini addirittura per essere arrestato come spia. Comunque con questi due nomi siamo nella protostoria del giornalismo di guerra, infatti il consenso unanime degli studiosi sul “primo inviato di guerra” ricade sul nome di William Russell mandato dal direttore del Times, John Delane,
sui campi di battaglia di Crimea (1854) per fornire ai lettori i resoconti di quel conflitto così lontano. Le sue cronache ebbero un successo enorme, ed il segreto stava nella volontà di scrivere tutto ciò che vedeva, anche gli aspetti meno nobili della guerra: il dolore, la sofferenza, i corpi
straziati dalle granate e le urla; ma anche gli errori dei generali e la presunzione di alcuni comandanti del corpo di spedizione britannico. In breve, faceva il cronista degli avvenimenti cui assisteva. Ovviamente ciò non piaceva molto né al governo inglese né all'esercito, tanto che proprio con lui si ebbe il primo episodio di  vera censura giornalistica della storia. Da non dimenticare,  inoltre, che in questa occasione ci fu la comparsa anche del primo “vero” fotoreporter di guerra:  Roger Fenton.
Da quel momento in poi il giornalismo di guerra iniziò ad affermarsi, ed i suoi inviati a moltiplicarsi.  In Italia, questa figura costituirà una schiera sempre più numerosa a partire dalla “Guerra d'Africa” e , quindi, dalla prima avventura coloniale italiana, in occasione della quale furono mobilitati illustri nomi come Vico Mantegazza ed Adolfo Rossi.
Questo breve excursus sulla nascita del “reporter di guerra” fa giungere sostanzialmente ad una verità: sicuramente sono cambiate nei secoli molte cose , in primis a livello tecnologico, ma ciò che rimane immutabile è la complessità di questa professione. L'assenza di scuole di formazione fa si che ad essere fondamentali siano la passione, la preparazione culturale, una buona dose di “agganci”  e tantissima intraprendenza. Scrive Mimmo Candito, grande inviato de La Stampa, che:
“il corrispondente di guerra deve anche saper essere un reporter, il migliore, il più attento, e sveglio, dei reporter. Deve cercare i fatti, e raccontarli, anche quando nessuno parla, o quando le bombe ti
piovono addosso, o quando ti minacciano che se scrivi quella roba lì ti espellono dal fronte”.