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Versione Italiana

Noi Soli Vivi

Tecnica, professione e società - Mario Renna

Roma,  20 febbraio 2017

Il Sottotenente del battaglione sciatori Monte Cervino Carlo Vicentini, reduce della campagna di Russia e di una lunga prigionia colma di patimenti, è "andato avanti", come dicono gli Alpini, alle soglie del secolo di vita: era nato nel 1917 a Bolzano e nel 1941 – da ufficiale di complemento – venne inviato sul fronte orientale, dove si guadagnò due medaglie di bronzo al Valor Militare; caduto prigioniero durante il ripiegamento italiano, tornò a casa solo nel 1946.

Recentemente ci aveva ricevuto nella sua bella casa alle porte di Roma, costruita da sé dopo una carriera brillante alle Ferrovie dello Stato, per raccontarci la sua esperienza in terra di Russia, narrata peraltro in un libro struggente: 'Noi soli vivi': il racconto dei combattimenti disperati degli Alpini per uscire dall'accerchiamento da parte dell'Armata Rossa, ma più ancora quello della terribile prigionia toccata a 85.000 soldati italiani, dei quali fu uno dei pochi sopravvissuti (solo diecimila furono i prigionieri rientrati in Italia). Vi riproponiamo oggi l'intervista a Carlo, in segno di omaggio e per continuare il suo sforzo di tenere viva la memoria di quei tempi, a modo suo: senza riserve e con il giusto distacco.

La testimonianza fredda e lucida del sottotenente del battaglione alpini sciatori Monte Cervino, schierato sul Don nell'inverno '42-'43, uno dei più rigidi di sempre inizia proprio dalla cattura. "Era il 19 gennaio del 1943. Fui catturato insieme a quel che restava del battaglione dopo le battaglie di Seleny Jar e Rossosc per uscire dalla sacca". L'Armata Rossa stava infatti sferrando nel settore italiano sul Don la terza fase della grande offensiva invernale, che aveva portato in primis alla caduta di Stalingrado e poi all'attacco al centro dello schieramento italiano, cui seguì l'accerchiamento delle divisioni alpine per il cedimento delle linee difensive ungheresi e tedesche, rispettivamente a nord e a sud. "Erano con me un centinaio di Alpini e il cappellano, Padre Leone", ricorda Vicentini, "stavamo riposando, stremati, in un villaggio, prima di intraprendere ancora una marcia notturna verso ovest per sfuggire alle incursioni russe. A un certo punto fui svegliato dagli spari che venivano da fuori. Accorsi all'esterno e mi ritrovai subito con quattro fucili puntati addosso al grido di 'Ruki vièr', mani in alto". All'ufficiale italiano viene tolto l'orologio – merce rarissima nell'Unione Sovietica di quei tempi – prima ancora della pistola: sono le tre del pomeriggio, l'inizio di un lungo calvario che si concluderà, solo per pochi, molto tempo dopo. "La parola che avrebbe risuonato migliaia di volte nelle nostre teste era 'davài', che in russo significa 'avanti'. Le sentinelle che ci sorvegliavano l'avrebbero abbaiata all'infinito: in marcia, nei campi di lavoro, all'adunata, alla distribuzione del rancio. Il simbolo della tragedia dei soldati italiani prigionieri in Russia". Poco dopo la cattura Vicentini rischia di essere ucciso a sangue freddo insieme al cappellano: un commissario politico li fa radunare insieme a tre ufficiali tedeschi, i quali vengono giustiziati sommariamente. I due italiani vengono risparmiati, perché "i governanti russi sono generosi, hanno visto che il soldato italiano è buono ed è vittima dei capitalisti e dei fascisti", disse il commissario politico. Le foto dei genitori e della fidanzata di Vicentini vengono stracciate dai soldati russi, col pretesto che non servono più. "In quei primi giorni, passati totalmente a digiuno, continuavano ad arrivare prigionieri a migliaia. Nelle estenuanti marce di trasferimento vedemmo cadaveri dappertutto lungo il ciglio della strada, insieme a carcasse di mulo, rottami di camion, cannoni riversi". Il gelo è imperante, la neve cade quasi orizzontalmente sulle colonne di uomini infagottati alla meno peggio e non equipaggiati per quelle temperature. "Noi del Monte Cervino eravamo ben vestiti; ma gli altri? Ricordo quelli che non avevano le scarpe, destinati al congelamento e alla setticemia, ma solo impacchi di stracci avvolti ai piedi. La fame e il sonno erano diventati una fissazione. Una volta trovammo un mulo congelato e recuperammo dei brandelli di carne con l'accetta, carne fibrosa e dura che ingoiammo con avidità. Ma la maggior parte di noi subì solamente stenti che a lungo andare furono fatali". I Russi non erano preparati a gestire la massa di mezzo milione di soldati nemici catturati, tutti in condizioni a dir poco precarie. Vicentini è chiaro su questo punto: "l'ecatombe dei prigionieri in Russia è legata a molti fattori: la priorità data al vettovagliamento dell'Armata Rossa, l'assenza di ferrovie per i trasferimenti che avvennero solo a piedi, i campi di smistamento assolutamente inadeguati. Il tifo petecchiale fece vittime a migliaia, la sopravvivenza dei prigionieri era un problema trascurabile, ma anche la popolazione civile soffrì la fame".

Le marce di trasferimento erano spesso costellate di umiliazioni: i soldati di scorta – dei giovani di nemmeno diciott'anni – sparavano ad altezza d'uomo per divertimento, la gente dei villaggi sputava sulle colonne di prigionieri, il cui numero si assottigliava di giorno in giorno per la fatica e il freddo patiti nei pernottamenti all'addiaccio. "Capitò anche di dover barattare del pane con… arie di opera lirica", dice Vicentini rievocando un passaggio drammatico del libro: "da un gruppetto di facce stralunate, con la barba di venti giorni, da quei fagotti di stracci sporchi e puzzolenti, da quei corpi solo pelle ed ossa, uscì esile, stonata e fuori tempo, l'aria della 'donna è mobile'", il tutto in cambio di una pagnotta.

Dopo giorni e giorni drammatici di viaggio, in cui i morti si contano a decine tra l'indifferenza dei carcerieri e l'ottundimento dei commilitoni, i prigionieri arrivano nei campi di lavoro di destinazione. "Io passai per ingegnere e mi fu affidata una squadra di operai. Avevamo diritto a un supplemento di rancio, che rimaneva comunque privo di grassi, proteine e verdure e quindi assolutamente inadatto a compensare gli sforzi fatti a temperature rigide". Poi, una lunga parentesi di malattia, trascorsa in lazzaretti come quello di Oranki, con letti a castello stipati all'inverosimile come quelli dei lager, autentici gironi danteschi dove regnano il delirio e i brividi della febbre da tifo e ogni giorno tre o quattro disgraziati passano all'altro mondo. Vicentini resiste e si riprende, nonostante pesi cinquanta chili scarsi.

Gradualmente le condizioni di prigionia si attenuano, pur rimanendo durissime, specie d'inverno. La guerra nel frattempo finisce e si alternano stagioni di lavoro – in cui Vicentini, come una bestia da soma, trainerà pesanti slitte cariche di legname, lavorerà nei campi e nei boschi e pure come imbianchino - a periodi di inattività, costellati dalle lunghe e talvolta umilianti sessioni di indottrinamento politico a cui vengono sottoposti i prigionieri, che per lungo tempo non hanno contatti con le loro famiglie: la prima lettera ricevuta dall'Italia è datata 31 Dicembre 1945, più di due anni dopo la cattura.

Dopo il referendum del 2 giugno del '46 la situazione cambia: l'annuncio del rientro, circolato addirittura un anno prima, inizia a farsi concreto. Un giorno, i superstiti di quasi quattro anni di prigionia vengono caricati su un carro bestiame che viaggerà per giorni verso Odessa. Vicentini ha con sé poca roba, oltre che un po' di appunti e un centinaio di rubli: la paga di anni di lavoro, che verrà spesa in vino con i compagni... Un mese dopo la marcia di ritorno riprende attraverso l'Europa centrale in rovine, sempre con la scorta russa. Ma l'eco del 'davài' diventa sempre più lontana, fino all'accoglienza commovente a Udine da parte di una folla destinata a rimanere in larga parte delusa, perché solo una decina di famiglie riabbraccia un reduce. "Sui vagoni qualcuno aveva scritto col gesso 'NOI SOLI VIVI', una scritta di cui ebbi vergogna, perché ero stato solo sfacciatamente fortunato a essere un reduce".