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Dalla moda a Svevo, la Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia

Libri e Eventi - Ada Fichera

Roma,  18 novembre 2016

Il centenario della Grande Guerra, che in Italia e in Europa, si sta celebrando nelle più varie e interessanti modalità, è attualmente al centro di alcuni importanti eventi in Friuli-Venezia Giulia: una mostra a Gorizia sulla storia dell'abbigliamento in quegli anni e un'altra documentaria a Trieste su testi e carte private degli anni 1914-1928 dello scrittore Italo Svevo.
Cominciamo dalla ricca e interessante esposizione dal titolo "Guerra e moda", aperta a Gorizia fino al 4 dicembre 2016 presso il Museo Provinciale di Borgo Castello. Come recita il suo leitmotiv, "anche ciò che consideriamo effimero può divenire sostanziale", dunque non è effimero né frivolo il suo ripercorrere il viaggio della moda tra gli anni 1905 e 1925, un periodo rivoluzionario per l'abbigliamento femminile, con particolare attenzione a quello degli anni della Grande Guerra.
Organizzata dal Museo della Moda e delle Arti Applicate e dal Museo della Guerra, realizzata grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia con la collaborazione della Kunstbibliotek-Staatliche Museen zu Berlin, e curata dalla Sovrintendente ai Beni Culturali di Gorizia Raffaella Sgubin, la mostra goriziana presenta innanzitutto diciotto abiti storici del periodo che va dalla Belle Époque alla Grande Guerra, inseriti in una ricca cornice di corsetti e biancheria intima, cappellini e borsette, riviste di moda, foto, modellini e stampe di giornali.
Vi sono poi gli abiti delle donne che da crocerossine prestano servizio al fronte, e delle quali è possibile vedere in mostra le antiche divise, unitamente a indumenti di donne "borghesi" fatti realizzare da celebri sartorie viennesi come la 'Wilhelm Jungmann und Neffe'.
Contadine e operaie, postine e bigliettaie, ristoratrici, maestre e crocerossine, imprenditrici e impiegate, le donne sono infatti protagoniste di una rivoluzione estetica che negli anni del primo conflitto mondiale si rivela non solo epocale mutamento "artistico", ma chiave importante di una rivoluzione che non si manifesta solo nello stile della donna, in modo rapido e irreversibile, ma come mutamento nella vita quotidiana della società del tempo. Mentre gli uomini vanno al fronte le donne si trovano infatti a dover svolgere delle mansioni quotidiane che richiedono abiti più comodi, più adeguati alle nuove, quanto necessarie, attività.
Si fa sempre più evidente una consapevole fiducia delle donne nelle proprie capacità e una più spiccata indipendenza. In guerra il patriottismo è ovviamente elemento dominante, come si può ammirare ad esempio dalla "borsetta patriottica" con tricolore e alabarda. Certamente, la moda della Grande Guerra non è solo bei vestiti e borsette. Le donne devono arare i campi, falciare, assumere ruoli da capofamiglia in assenza degli uomini, fabbricare munizioni, guidare tram, treni e trattori. Ecco perché inizia a sparire il corsetto, le gonne si accorciano, il punto vita dei vestiti si sposta più in basso, l'abito diviene più lineare e più sobrio nei materiali e nei colori.
Si tratta di mutamenti che hanno aperto la strada a quella che sarà la moda degli anni Venti, a cominciare da una delle principali artefici della moda internazionale del dopoguerra, ovvero Coco Chanel, antesignana del minimalismo sontuoso e delle contaminazioni tra guardaroba maschile e femminile, segno indelebile e inconfondibile di tutto il Novecento.

Diversa nei temi e negli intenti, ma non meno interessante, è la mostra dal titolo Era scoppiata la pace. Italo Svevo, la guerra e il pacifismo, a cura di Silvia Buttò e Riccardo Cepach, allestita presso il Museo Sveviano di Trieste.
«Qui tutti vanno alle armi entusiasti e felici. […] Non avevo mai prima ammirato e compreso la potenza della Germania come ora. Nessun dubbio possibile! La vittoria è qui.». Così scrive Svevo alla moglie, in tedesco per agevolare il visto di censura, il 12 settembre 1914 dalla Germania. Svevo, benché estraneo all'entusiasmo guerrafondaio di tanti, vive infatti da subito, e inevitabilmente, l'atmosfera, i fervori e le inquietudini tipiche del tempo bellico.
La guerra presenta problemi non di poco rilievo anche agli industriali, fra questi Ettore Schmitz, gerente unico del colorificio Veneziani, il quale, come "racconta" attraverso vari scritti la mostra documentaria di Trieste, deve recarsi a Vienna per trattare il pagamento delle forniture e gli indennizzi per i sequestri, dunque deve ingraziarsi il commissario nominato dalle autorità austriache, l'ingegnere ceco Karel Hlavka, con cui Svevo rimarrà in contatto fino agli ultimi giorni della sua vita.
Ma se nel primo anno di guerra Italo Svevo è ancora poco coinvolto dal conflitto, già nell'estate del 1915, con la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria, la situazione cambia radicalmente. Il 23 maggio dello stesso anno, nel suo diario, lo scrittore registra gli eventi della giornata ora per ora, dalla prima diffusione della notizia ai moti che portano alla devastazione dei negozi. Egli scrive dei caffè degli irredentisti, dell'imbrattamento del monumento a Giuseppe Verdi e dell'incendio della sede del quotidiano Il Piccolo del filo-italiano Teodoro Mayer.
Insieme a questi preziosi e interessanti documenti è possibile vedere una lettera di Svevo alla moglie Livia, del 10 dicembre 1915, in cui pur mantenendo un tono ironico, lo scrittore manifesta la sua crescente consapevolezza degli ostacoli presentati dal conflitto anche nelle piccole esigenze quotidiane, come ad esempio un episodio legato ad un violino, per lui fedele compagno ed efficace antidoto contro la "tentazione della letteratura", e all'impossibilità di andare ad acquistare le corde nuove, perché «bisogna andarle a prendere traverso un mare di fango».
Svevo così riprende la sua attività scriptoria. La Coscienza di Zeno innanzitutto trova il suo compimento proprio durante la Grande Guerra, insieme ad altri testi, in cui parla dei soldati che «vanno alle armi entusiasti e felici», come ad esempio il frammento di Trommelfeuer (che indica il fuoco di sbarramento delle artiglierie). Non vi è narrazione specifica di scontro bellico, anche perché, come è noto, Svevo non va di persona in guerra, ma il conflitto rimane, nei suoi scritti, una sorta di sfondo alle vicende narrate, "orizzonte di senso" ad esempio in La novella del buon vecchio e della bella fanciulla, Una bella giornata d'inverno, Una burla riuscita, L'odio. La guerra è per Svevo un evento epocale e rivoluzionario che rappresenta per i suoi personaggi una vera prova di vita, un'occasione di manifestare il meglio, ma più spesso il peggio, di sé.
La fine del conflitto spinge Svevo a meditare sulla lezione dei grandi pacifisti, dai liberali a lui contemporanei come Alfred Fried e Walther Schücking al socialista triestino Edmondo Puecher, fondatore nel 1918 della rivista "La Lega delle Nazioni". È proprio da qui che Svevo prende spunto per un suo saggio, dallo stesso titolo, dove analizza le modalità per mantenere in futuro la pace, trattando in particolare l'ultimo dei 'Quattordici punti' proposti dal presidente americano Woodrow Wilson l'8 gennaio 1918 davanti al Senato degli Stati Uniti. Il saggio, attualmente ripubblicato per l'occasione dal Museo Sveviano, è pregno di un lucido pessimismo basato sulla realtà del commercio e del diritto internazionale anziché sul pregiudizio, poco realista, della natura pacifica dell'essere umano. Per Svevo, infatti l'uomo è un «tristo animale guerresco» che può essere fatto convivere «in una guerra dall'aspetto di pace solo se si regolano al meglio le leggi della "gara", ossia della libera concorrenza che, in modo liberale, dovrebbe sostituire la "guerra", che è a sua volta un dispendioso e disfunzionale, oltre che inumano, sistema di trasferimento della proprietà territoriale».

La mostra a Trieste resterà aperta al pubblico fino al 16 dicembre 2016.