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Grande Guerra: La legione cecoslovacca tra le fila italiane

Retrospettive - Piero Crociani

Roma,  24 maggio 2018

Nel corso della Grande Guerra insieme a milioni di italiani hanno vestito l'uniforme grigio-verde anche alcune migliaia di volontari stranieri. La quasi totalità degli stranieri in grigio-verde era costituita da ufficiali e soldati appartenenti alle "nazionalità oppresse" dell'Austria–Ungheria che volontariamente avevano scelto di continuare a combattere, ma per la libertà della loro patria. L'organizzazione delle loro unità non fu facile, per intuibili motivi di carattere politico e giuridico. Il governo dette il suo assenso piuttosto tardi, spinto dal Comando Supremo, ma anche far accettare a quest'ultimo l'idea dell'impiego di volontari stranieri non era stato facile. Si era trattato di un'iniziativa degli ufficiali addetti agli Uffici Informazioni, spesso "irredenti" trentini o giuliani, conoscitori del "mosaico" costituito dall'impero di Vienna. Costoro avevano cominciato ad utilizzare questi stranieri, inizialmente disertori, mescolandoli ai prigionieri per "spremere" informazioni, poi avevano formato, con i volontari, in modo dapprima ufficioso e poi ufficiale, piccole unità "di contatto", per avvicinare agli avamposti soldati della medesima nazionalità ancora inseriti nell'esercito imperial-regio per indebolirne il morale, ricavarne informazioni e favorirne la diserzione. Si ebbero, dal 1917, delle compagnie di romeni, serbi, polacchi e soprattutto cecoslovacchi, suddivise a loro volta in pattuglie. L'uniforme era quella italiana, ma con mostrine, senza stellette, dei rispettivi colori nazionali.

L'azione degli esponenti politici delle nazionalità oppresse si faceva sempre più pressante per l'impiego di quanti, nei campi di prigionia erano pronti ad impegnarsi, combattendo, per il riscatto e la liberazione della loro patria, e che fino ad allora erano stati impiegati in compagnia di lavoratori. Nell'aprile del 1918, finalmente, il governo mutò politica e per i volontari cecoslovacchi si aprirono i cancelli. Affluirono a migliaia nell'Umbria dove venne costituita una divisione – spesso definita anche legione- cecoslovacca, la 6°, dopo quelle formate in Russia ed in Francia. Era forte di circa 10.000 uomini, con parte dei quadri e degli specialisti italiani, e composta da due brigate, su due reggimenti di tre battaglioni, oltre a due battaglioni complementari e dai servizi. Il 24 maggio, sul Campidoglio, erano consegnate le prime bandiere ai legionari, tutti in divisa da alpino ma con mostrine bianco-rosse e, sul cappello, il falco al posto dell'aquila.

Sul Piave, il I battaglione del 33° reggimento superava brillantemente la prova del fuoco a metà giugno, nonostante la forca o il plotone di esecuzione che attendevano i legionari caduti prigionieri, e durante la guerra se ne verificarono non pochi casi. La Divisione era poi impiegata sul fronte trentino, nella zona del monte Baldo, fino quasi alla fine della guerra. Gli "esploratori", operativi dall'anno precedente, erano stati riuniti nel "39° Reggimento Esploratori", che aveva le compagnie impegnate, in piccole pattuglie, lungo tutto il fronte, dallo Stelvio al mare.

Alla vigilia dell'armistizio la Divisone fu sdoppiata in un Corpo d'Armata, con aggiunti un gruppo squadroni di cavalleria, due autoblindo ed un aereo SVA. A Padova, l'8 dicembre i legionari prestavano giuramento di fedeltà alla neonata repubblica ed erano poi rimpatriati, dotati tutti di doppio armamento austriaco, mentre in Italia, con i prigionieri di Vittorio Veneto, cominciavano ad essere organizzati i primi degli oltre 50 battaglioni territoriali che sarebbero tornati in Cecoslovacchia nel corso del 1919.

I nostri ufficiali che, dopo averle accompagnate in Patria, avevano seguitato a comandare le truppe del corpo d'armata cecoslovacco, rimasero coinvolti loro malgrado nei combattimenti in Slovacchia contro gli ungheresi sino a quando il governo di Praga non li sostituì con una missione militare francese.