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La guerra in fieri: dalle bombe laser alle armi a energia diretta

Tecnica, professione e società - Francesco Palmas

Roma,  21 febbraio 2013

​​Nella 2° guerra mondiale occorrevano 9000 bombe per colpire un obiettivo voluminoso quanto uno shelter per velivoli. Nel Vietnam, 300. Oggi bastano 4 munizioni Lgb (Laser-guided bombs), se non meno. Nella recente campagna aerea in Libia, l’Italia ha bombardato con le Gbu-16; l’aeronautica francese con le Gbu-12, -22 e -49. La RAF britannica ha usato i kit Paveway II, III e IV, che significano precisione metrica al 70%.
Le Laser-guided bombs hanno debuttato presso Hanoi, in Vietnam. Dopo aver resistito ad innumerevoli bombardamenti, il ponte ferroviario Paul Doumer fu annichilito dai 454 kg di una GBU-10 Paveway. Era il maggio 1972. Pochi mesi dopo, l’aeronautica statunitense avrebbe abbattuto un drone con un laser ad alta energia. Sarebbe stato il primo di una lunga serie.
Il laser aveva appena esordito nel panorama tecnico-scientifico, ma si capì subito che la matassa offriva bandoli copiosi. In campo bellico, le applicazioni cominciarono a spaziare dalla telemetria alla designazione dei bersagli, dalla guida per missili e bombe al puntamento di armi portatili, dai sistemi di abbagliamento e disorientamento dell’avversario fino alle armi distruttive.
Guarda caso i militari vagheggiano armi a energia diretta dagli anni ’60. Come nel più segreto dei sancta sanctorum, tutto è avvolto da una luce opalescente. Di molti progetti si sa pochissimo. Ma la classe di armamenti è molto ampia, comprensiva di dispositivi non solo laser, ma anche a microonde e a radiofrequenza (bombe-e). Alcuni sono difensivi, altri offensivi. Tutti convertono l’energia elettrica o chimica, trasformandola in un fascio radiante o in impulsi, regolabili ad libitum in potenza. Che bisogno c’era? La verità è che la dirompenza degli esplosivi convenzionali ha raggiunto l’acme e quel limite superiore può esser valicato con le armi a energia diretta. La storia militare insegna che gli eserciti hanno sempre cercato un potere di fuoco decisivo, da usare in modo preponderante sull’avversario. Nella guerra robotica ventura, vi saranno sistemi più veloci, più invisibili e più intelligenti. Utilizzabili sinergicamente, eluderanno l’attuale generazione di sistemi d’arma, che ha mostrato molti limiti perfino nel contrastare le insidie di razzi, colpi d’artiglieria e mortai.
Cina e Russia hanno programmi avanzati di armi a energia diretta, la prima soprattutto in funzione antisatellitare. L’India punta su un laser antimissilistico. Ma il vero demiurgo del settore è il dipartimento americano della Difesa.
Al Pentagono hanno esplorato decine di filiere, sborsando negli ultimi tempi circa 1 miliardo di $ l’anno. «Alcune tecnologie sono ormai mature», afferma il colonnello Bruce Lewis, comandante il poligono missilistico White Sands. Ricordate bene: qui fu testata la prima atomica della storia (1945). Il dipartimento della Marina potrebbe essere il primo a mettere in servizio armi laser ad alta energia. L’Office of Naval Research dell’US Navy sta già lavorando ad un prototipo che dovrebbe sfociare in un sistema d’arma capace di mettere fuori combattimento piccole imbarcazioni e sistemi aerei.
A fine ventennio, le armi laser combatteranno alla velocità della luce, cambiando radicalmente la natura della guerra. I dispositivi saranno aerei, navali, terrestri e, più in là, spaziali. Avranno capacità d’ingaggio selettive e istantanee; agiranno contro bersagli multipli, con un’autonomia sconosciuta alle armi convenzionali, presentando costi unitari assai inferiori. Un esempio: esplodendo, un intercettore a energia cinetica Pac-3 brucia 3 milioni di $, un tiro laser non supera le poche migliaia di schei. Come se non bastasse, le nuove armi offrono capacità reostatiche, potendo graduare la potenza del colpo a seconda delle necessità, con effetti letali o meno. A bassa potenza, il laser può esser impiegato in funzione antipirateria e nelle operazioni di peacekeeping, senza gli inconvenienti delle armi a energia cinetica. Ad alta potenza, abbatte missili e aerei, distrugge droni in volo e annienta veicoli, come dimostrato nei test dell’ultimo biennio.
L’inglese Bae System ha appena svelato il suo laser non letale, sviluppato pensando alle difese dei mercantili mondiali.
L’americana Boeing ha un grande interesse nel settore e ha messo in piedi una divisione aziendale per ricercare, sviluppare e integrare laser mobili contro obiettivi aerei e terrestri. Fra i programmi principali spicca l’Advanced tactical (Atl), laser polivalente aria-terra, montato su cannoniera volante C-130H. Si tratta di un mezzo ideale per sferrare attacchi segreti di guerra elettronica, senza intaccare le infrastrutture nemiche, né causare danni collaterali.
Nell’ultimo test, l’Atl è riuscito a perforare il paraurti di un veicolo in movimento. Può sparare a una ventina di km un centinaio di salve, di 30-40 secondi ciascuna. Inutile dire che il programma è supervisionato dal Comando per le operazioni speciali, con la partecipazione dell’aeronautica, dell’esercito e del direttorato interforze per le Armi non letali (Nlw).
I dipartimenti della Difesa, della Giustizia e dell’Energia hanno giocato negli Usa un ruolo chiave nell’istituzionalizzare i programmi di ricerca sulle Nlw a energia diretta. In anni recenti si è aggiunto anche il Dipartimento per la sicurezza interna, attratto dalle tecnologie a radiofrequenza, dai laser abbaglianti e dai dispositivi elettrici senza fili.
E l’Italia che fa? Il nostro paese non è molto attivo nel settore. L’unico progetto è partito nel 2010: si chiama Desto (Direct electromagnetic stopper) ed ha come ideatore Selex sistemi integrati, azienda della galassia Finmeccanica. Il programma è finanziato dal Piano nazionale della ricerca militare e coinvolge anche l’Università Federico II di Napoli e la statunitense Eureka Aerospace. L’obiettivo è sviluppare un’arma non letale a radiofrequenza, che danneggi o distrugga l’elettronica di un sistema propulsivo. I test preliminari sono stati eccellenti e, risorse permettendo, si potrà pensare in futuro all’industrializzazione e alla produzione.