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La crisi in Mali

Osservatorio Strategico - Alessandra Mulas

Roma,  4 aprile 2013

Per comprendere cosa stia attualmente accadendo nell’Africa nord occidentale è necessario dare una visione allargata del contesto generale. La crisi maliana è attualmente al centro dell’attenzione mediatica, in particolare a seguito dell’intervento delle forze militari francesi, attraverso l’Operazione “Serval” a supporto del governo maliano. Anche l’ECOWAS (Economic Community of West African States), alla fine di gennaio 2013, ha schierato un consistente numero di uomini che prenderà in mano le redini della situazione non appena si sarà creata una situazione di equilibrio. Che il Sahel poteva diventare una nuova frontiera di formazione dell’attività terroristica e che le lotte interne rischiavano di condurre alla destabilizzazione in questa parte dell’Africa, aveva cominciato a preoccupare già da tempo la comunità internazionale. Le rivolte dei paesi del nord Africa e del Medio Oriente dell’ultimo periodo, denominate “Primavera Araba”, hanno acutizzato e accelerato le tensioni nel Sahel. Alla fine del 2012 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato due risoluzioni (2071 del 12 ottobre 2012 e 2085 del 20 dicembre 2012) che autorizzavano il dispiegamento di una forza militare internazionale e il sostegno all’ECOWAS  per il controllo dell’aerea e per le attività di pianificazione e  preparazione organizzativa e logistica dell’esercito maliano richieste del governo stesso. L’Unione europea, attraverso l’iniziativa EUTM (EU Training Mission), ha deciso di intervenire con l’invio di un contingente di oltre 500 unità, di carattere addestrativo, partite il 18 febbraio di quest’anno ed ancora in fase di completamento.
Ma cosa ha fatto precipitare così repentinamente la situazione? Una delle più importanti cause è da ricercarsi nella Guerra Civile libica del 2011, infatti gli indipendentisti tuareg, dopo avervi partecipato come mercenari assoldati dai sostenitori di Gheddafi, sono tornati nei loro territori armati a sufficienza per mettere in crisi il Governo del Mali. Si sono riuniti nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) chiedendo l’indipendenza dei territori del Sahel nei quali vivono, ossia le regioni settentrionali di Timbouktou, Gao e Kidal (denominate appunto Azawad). La precaria preparazione dell’esercito del paese facilita le azioni del MNLA, cosa che mette in crisi tutte le Forze Armate, portando la maggioranza dei militari ad appoggiare il capitano Amadou Sanogo, addestrato negli Stati Uniti, in un colpo di stato nel marzo 2012. Le pressioni internazionali conducono però il capitano a rimettere presto il potere nelle mani di un nuovo governo ad interim sotto la guida di Dioucounda Traorè, manifestamente filo-francese.
Il problema però non è da ascrivere solo ai tuareg, ma anche e in particolare, alle forze islamiche di Ansar al Din, sostenute dalle brigate AQIM (al-Qaeda nel Maghreb islamico) branca del movimento jahadista, che riescono a sottomettere proprio le regioni di Kidal, Gao e Timbouktou a nord instaurando un regime islamico basato sulla applicazione della sharia. Il controllo del territorio consente alle falange islamiche radicali di radunare militanti da varie parti dell’Africa e dell’Asia costituendo campi di addestramento per guerriglieri islamici della jihad mondiale e preparare l’espansione stessa verso il sud del Mali.
A settembre 2012 Il governo locale con l’aiuto dell’Unione Africana  ha cercato di aprire un dialogo con Ansar al Din, il gruppo fondamentalista guidato da Iyad ag Ghali, sia per cercare di indebolire la loro alleanza con l’organizzazione militante AQIM, sia per cercare di coinvolgerlo in un processo di pace basato sulla concessione di alcune autonomie politiche. I tentativi in tal senso non hanno dato risultati positivi, anzi le forze islamiche hanno rivolto immediatamente le loro mire offensive verso il sud del paese e verso l’aeroporto di Sevarè, punto nevralgico per la gestione logistica delle forze armate maliane. AQIM, Ansal al Din e MUJAO (Movimento pe l’Unità e la Jihad nell’Africa Occidentale) riescono a prendere il controllo della città di Konna; a questo punto il presidente Traorè, viste le relazioni economiche privilegiate esistenti, chiede l’intervento immediato militare della Francia.
Il presidente François Hollande invia in Mali 2500 soldati francesi dando avvio all’operazione “Serval”, a protezione anche dei 6000 cittadini francesi attualmente residenti nel Mali. Gran Bretagna, Belgio, Danimarca e Germania hanno già definito un supporto logistico alle forze francesi. L’Italia è attivamente coinvolta nell’iniziativa EUTM – Mali fornendo addestratori e componenti dello staff, inoltre il Vice Comandante della missione è un colonnello italiano dei  bersaglieri. Contribuisce poi, a fronte di specifica richiesta UE,  a operazioni di trasporto strategico.
La necessità di contrastare il terrorismo internazionale e di neutralizzare la guerriglia islamica con l’ausilio e il controllo del territorio da parte delle forze africane è il progetto interventista francese, le cui truppe hanno costretto al ritiro gli insorti dalle città del nord e recuperando le città di Konna e Djabali; alcune brigate stesse della MNLA si sono affiancate all’esercito maliano, dopo essere state attaccate dalle milizie qaediste. La situazione certo non è definita, la massiccia presenza militare ha però permesso di pacificare le città, mentre purtroppo nei territori circostanti, nei villaggi la situazione rimane ancora incerta; qui infatti le forze jahadiste possono facilmente confondersi con la popolazione locale, riuscendo a determinare instabilità. Un elemento che potrebbe far volgere positivamente lo stato delle cose è il fatto che le sconfitte subite dalle frange islamiche hanno generato conflitti interni alle stesse con la costituzione di movimenti separatisti, alcuni dei quali rifiutano apertamente il terrorismo e sono disposte a cercare un accordo per la soluzione pacifica della crisi.
Se la propaganda di estremismo islamico riuscisse ad inoltrarsi all’interno delle società locali il rischio di instabilità prolungata del Mali e dei Paesi confinanti diventerebbe concreto e rischierebbe di espandersi velocemente a macchia d’olio in altre regioni dell’Africa con ripercussioni anche nel Mediterraneo. Tentare pertanto di  arginare il radicalismo islamico diventa un elemento imprescindibile, visti anche i risultati delle rivolte della Primavera Araba sviluppatesi in alcuni paesi in cui si era percepita la necessità di ritrovare la propria identità, che ancora però non ha trovato una sintesi di stabilizzazione e quotidianamente ogni singolo focolaio di malcontento rischia di accendere un incendio. L’impegno della comunità internazionale dovrebbe essere quello di creare con le popolazioni locali le basi e il supporto per un aiuto ed un confronto possibile per la costruzione di uno strumento sociale e politico di stabilizzazione. Purtroppo le previsioni non fanno ben sperare in una soluzione nel breve periodo e sarà necessario un grande sforzo diplomatico e politico oltre che militare. Anche la storia più recente insegna che le strategie nazionali e/o internazionali, in paesi nei quali sono presenti pluralità di etnie locali, una forte componente di radicalismo religioso e di società che non sono basate su solidi principi di democrazia e uguaglianza, necessitano di proposte alternative alle volte molto differenti al modello occidentale. Molti dei paesi toccati dall’energia della Primavera Araba sono ancora animate da forti disordini, nonostante in alcuni di questi vi siano state elezioni democratiche; quasi tutti hanno visto prevalere i partiti islamici ecco perché è importante continuare a costruire relazioni e progetti. Le operazioni militari tendono a trasformarsi sempre più in azioni diplomatiche, in quanto gli uomini in uniforme sono i primi interlocutori con i quali le popolazioni di interfacciano in momenti di crisi.
Attribuire tutto però alla paura del terrorismo potrebbe però risultare parziale. Vista le ricchezza di risorse naturali della regione è chiaro possano esserci anche interessi economici. Europa, Stati Uniti, Qatar (paese che si muove oramai a livello internazionale anche per “rubare” il primato del mondo musulmano sunnita all’Arabia Saudita) e non ultima della Cina, che ha ormai allungato i suoi interessi oltre il Mediterraneo prediligendo proprio la parte nord occidentale dell’Africa, guardano con interesse verso quest’area. La stessa Al-Qaida nel Maghreb mostra interesse per “l’economia” della zona, occupandosi del traffico illecito di droga, di sigarette e di immigrati clandestini e ha come obiettivo la necessità di controllare zone nevralgiche per svolgere i suoi traffici. Ecco perché si rende sempre più necessario agire in maniera integrata a livello internazionale.
Non esiste forse una sola formula risolutiva, ma interventi programmatici in aree a rischio per l’esportazione di buone pratiche di istruzione, diritti e  interventi a livello sociale utili per un investimento sulla pace e sulla sconfitta dell’illegalità sono certamente tra gli elementi principali che dovrebbero muovere le logiche internazionali di azione. La soluzione delle armi risolve nell’immediato, nel caso specifico del Mali l’intervento francese ha, di fatto, determinato la sopravvivenza dello stato,  ma se non sono coadiuvate da investimenti per della crescita sociale, economica e politica, questi focolai di rivolta e di controllo religioso da parte dei fondamentalisti, che conoscono perfettamente il territorio, potrebbero produrre modelli e strategie vincenti proponibili in altri regioni dell’Africa e dell’Asia.