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Kosovo, progressi difficili ma costanti

Osservatorio Strategico - Marco Cochi

Roma,  5 marzo 2015

Sono ormai trascorsi più di sette anni da quando la Repubblica del Kosovo si è auto proclamata indipendente e durante questo periodo il giovane Paese è stato protagonista di profondi cambiamenti.
Il Kosovo adesso è riconosciuto da 108 Paesi e ha operato importanti passi avanti per la sua integrazione nelle organizzazioni internazionali, primo tra tutti, nel giugno 2010, il suo ingresso nel Fondo monetario internazionale (IMF) e nella Banca mondiale; mentre dal novembre 2012 figura anche tra i Paesi aderenti alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD). Senza dimenticare, che pochi mesi prima dell’auto proclamazione d’indipendenza era entrato ufficialmente a far parte dell’Accordo centroeuropeo di libero scambio, conosciuto come CEFTA.
Ciononostante, il piccolo Stato ma non è ancora entrato a far parte delle Nazioni Unite, a causa del non riconoscimento da parte di due membri permanenti del Consiglio di sicurezza, quali Russia e Cina. Tale impedimento rende il Kosovo un Paese con uno status internazionale incompleto.
Inoltre, per ragioni di natura meramente politica, la Repubblica balcanica non è riconosciuta neanche da Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia. La posizione dei cinque Stati membri dell’Unione europea stride con quella ufficiale di Palazzo Charlemagne, che, il 5 febbraio 2009, votò a larga maggioranza una risoluzione in favore del sostegno alla Repubblica del Kosovo.
E’ anche importante ricordare che il riconoscimento della piena sovranità del piccolo Stato fu raggiunto l’11 settembre 2012, grazie alla decisione dell’International Steering Group, che appoggiò l’attuazione del piano proposto dall’ex presidente della Repubblica finlandese Martti Ahtisaari, su cui si basa l’organizzazione istituzionale del Kosovo.
Sul piano economico la situazione potrebbe sembrare abbastanza soddisfacente, almeno stando ai dati resi noti lo scorso settembre dell’Agenzia di statistica del Kosovo (KAS), che certificano una crescita del PIL del Kosovo nel 2013 pari al 3,4%; mentre dal 2008 al 2013, il PIL pro capite ha registrato la migliore performance della regione salendo dai 2.258 euro del 2008 ai 2.935 euro del 2013.
Tuttavia, a dispetto di questi risultati positivi, il PIL pro capite resta sempre il più basso della zona balcanica e l’economia del Kosovo è ancora tra le meno sviluppate in Europa. Tale arretratezza è in gran parte determinata dal fatto che la produzione industriale non è ancora ripresa a pieno regime e l’agricoltura, che rappresenta il settore più rilevante nella strategia economica e occupazionale del Paese, pur contribuendo per circa il 12.9 % al PIL e per il 18% alle esportazioni, è ancora a bassa produttività.
Di conseguenza, sebbene sia in calo rispetto agli ultimi due anni, la disoccupazione si mantiene ancora elevata con un tasso che la KAS fissa al 35,1 %, che aumenta sensibilmente tra i giovani, arrivando al 55,3%. Dati inquietanti che hanno portato gran parte della forza lavoro a emigrare, per lo più in Germania e in Svizzera. Consistente anche la percentuale di popolazione che vive sotto il livello di povertà nazionale, che nell’ultimo rilevamento della KAS si attesta al 29,7%, concentrandosi prevalentemente nelle aree rurali e nelle province di Mitrovica e Ferizaj.
La maggior parte degli osservatori è concorde nel ritenere che uno dei principali ostacoli verso lo sviluppo del Paese sia riconducibile alla mancata normalizzazione dei rapporti con la Serbia. L’Unione europea ha dimostrato grande assertività nel tentativo di ricomporre il divario, avviando un dialogo tra Pristina e Belgrado nel tentativo di normalizzare le relazioni tra i due Paesi.
Il risultato più importante del soft power di Bruxelles è stato raggiunto il 19 aprile di due anni fa, quando i rappresentanti delle delegazioni dei due Paesi hanno siglato un accordo, che nella sostanza avrebbe regolato l’autonomia delle aree a maggioranza serba del Kosovo settentrionale e garantito l’integrità statuale di Pristina.
L’intesa ha di certo segnato una svolta storica nell’ambito delle travagliate relazioni serbo-kosovare, spianando la strada dei due Stati verso l’integrazione europea, ma non ha risolto la questione di fondo: il totale riconoscimento internazionale del Kosovo. Un traguardo che dopo sette anni appare molto difficile da raggiungere, per il rischio, sempre latente, di una grave crisi diplomatica con la Serbia, ma soprattutto per i negativi effetti che avrebbe con la Russia e con la Cina.
L’evoluzione del delicato dossier è comunque sempre rimasta al centro dell’agenda europea, come provano gli ultimi progressi raggiunti, lo scorso 10 febbraio, con l’accordo sull’organizzazione del sistema giudiziario in Kosovo, che ha chiuso un altro capitolo cruciale nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali tra i due Stati.