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‘Io non mi arrendo’ gli atleti paralimpici della Difesa scendono in campo - colloquio con il Ten. Col. Gianfranco Paglia

Idee ed Esperienze - Giuseppe Tarantino

Roma,  5 maggio 2016

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"Io non mi arrendo" è il principale hashtag del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa: militari innanzitutto, poi atleti paralimpici, che domenica prossima scenderanno in campo a Orlando negli Invictus Games, la manifestazione sportiva dedicata ai militari che hanno contratto disabilità permanenti in servizio, nata nel 2014 su iniziativa del Principe Harry. La competizione prende il nome da Invictus, la suggestiva poesia di William Ernest Henley, autore inglese dell'800, che si conclude così:"Non importa quanto stretto sia il passaggio,/Quanto piena di castighi la vita,/Io sono il padrone del mio destino:/Io sono il capitano della mia anima". I versi di Henley – il quale a causa di una grave tubercolosi contratta da bambino, subì l'amputazione della gamba sinistra – venivano letti durante la lunga prigionia da Nelson Mandela, un personaggio che è un esempio per chi ha deciso di non arrendersi mai.

Come dice il capitano della squadra, il Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d'Oro al Valor Militare: "siamo militari che vestono, o che hanno vestito, l'uniforme e che hanno scelto di continuare a servire il nostro Paese nonostante le sfide che la vita ci ha posto davanti. Anzi, forse proprio per questo, siamo più motivati e convinti di poter essere di esempio per chi sceglie di non arrendersi, anche per quanti sono in carrozzina o hanno perso un arto o un'altra abilità. Il sacrificio e la dedizione che mettiamo in quello che facciamo sono gli stessi di sempre".

Nell'edizione 2014 degli Invictus, dove c'è stato il battesimo della squadra paralimpica della Difesa, il bottino fu di ben cinque medaglie (2 ori, 2 argenti e 1 bronzo), nonostante non fosse partita favorita. Ricorda Paglia che "la vittoria è stata partecipare. Sono rimasto molto colpito dall'affetto della gente. Eravamo applauditi. Anche chi arrivava ultimo riceveva più applausi del primo perché spesso ci metteva ancora più grinta e il pubblico lo capiva e lo incoraggiava. Ma siamo stati soddisfatti anche delle medaglie perché sono state comunque un riconoscimento al nostro impegno. Un segno, se mai ce ne fosse bisogno, che non eravamo in gita di piacere ma gareggiavamo al meglio delle nostre capacità. Con la stessa grinta ci siamo preparati per Orlando 2016 dove parteciperemo in 20. Sarà difficile confermare gli stessi risultati perché gareggeranno più Paesi e come siamo cresciuti noi sono cresciute anche le altre squadre ma faremo del nostro meglio".

Il gruppo sportivo paralimpico nasce ufficialmente nel dicembre del 2014 con un accordo tra il Ministero della Difesa e il Comitato Italiano Paralimpico per promuovere un programma sportivo a favore dei militari con invalidità contratta in servizio. Il protocollo impegna la Difesa a valorizzare lo sport paralimpico, mettendo a disposizione le infrastrutture militari e quanto necessario per agevolare la crescita agonistica degli atleti in vista della partecipazione alle competizioni sportive nazionali e internazionali.

Prosegue Paglia: "prima della fase agonistica, che è lo step finale, il protocollo prevede di intervenire già nella fase post traumatica e riabilitativa. È questo forse il momento più difficile da superare ma allo stesso tempo è quello in cui bisogna maturare la consapevolezza delle proprie potenzialità e di come svilupparle, di lanciare il cuore oltre l'ostacolo. Quando si decide di aderire al gruppo inizia la seconda fase, quella di avviamento allo sport. Se prima il percorso è più che altro individuale ora entra in gioco la dimensione collettiva che agisce sempre da volano".

La fase di avviamento allo sport è possibile grazie ad un'apposita Sezione dello Stato Maggiore della Difesa il cui compito è di definire la policy sportiva per i disabili, favorendo l'affermazione dei valori culturali e sociali per la piena integrazione nello sport, promuovendo attività di studio e organizzando i raduni tecnico sportivi anche al fine di raggiungere la terza fase del progetto, ovvero l'agonismo. Ma è opportuno fare un passo indietro, ai raduni che, sempre nelle parole del capitano della squadra, "coinvolgono tutti i partecipanti al progetto: ad oggi sono presenti 30 atleti di cui 2 donne. Sono momenti di aggregazione che permettono di conoscere e provare diverse attività sportive sotto la supervisione di tecnici federali dei settori paralimpici. Con i tecnici inoltre vengono definiti i programmi di allenamento nelle discipline ritenute più appropriate per ciascuno di noi e individuate le sedi migliori per la preparazione sportiva. Periodicamente viene fatta una valutazione dei progressi. I raduni però hanno anche una funzione motivazionale importantissima. Aiutano a fare gruppo e lo spirito di gruppo vince sempre sull'individuo. Quando siamo insieme i singoli vissuti rimangono a casa, è raro che si parli di quello che ci è successo. Non fa differenza come hai subito una disabilità ma come la affronti. Ognuno segue il suo percorso individuale ma grazie al gruppo può trovare una spinta in più per rimettersi in gioco. Non vorrei essere retorico, ma nei raduni la gerarchia rimane a latere, siamo piuttosto una famiglia, una squadra nel senso pieno del termine".

Se da un lato il progetto dello Stato Maggiore persegue una importante finalità di carattere sociale, ovvero favorire il recupero psico-motivazionale dell'individuo con nuovi stimoli sportivi che si innestano sui valori militari, dall'altro la chiave per vincere è proprio accettare la sfida e gettarsi nella mischia. Sebbene Paglia ci tenga a precisare che "siamo sportivi ma non abbiamo ancora l'ambizione a definirci atleti tout court", una rappresentanza della squadra ha partecipato ai VI Giochi mondiali militari, organizzati dal Comitato Internazionale dello Sport Militare, tenutisi in Corea del Sud nell'ottobre 2015 mentre altri atleti paralimpici con le stellette si stanno preparando per le Paralimpiadi di Rio 2016, forti anche dell'esperienza maturata nelle competizioni nazionali e internazionali alle quali singoli esponenti del gruppo hanno partecipato.

Il fenomeno dello sport per disabili oggi è una realtà in forte sviluppo, le cui origini sono militari: nasce infatti nel secondo dopoguerra grazie all'intuizione di Sir Ludwig Guttmann, neurologo tedesco poi riparato in Gran Bretagna per fuggire dall'antisemitismo nazista. Fu lui ad intuire che la pratica sportiva poteva essere la terapia ideale per la riabilitazione dei moltissimi reduci del conflitto, militari con disabilità sia fisiche sia psichiche, il cui stile di vita sedentario e senza stimoli ne aumentava il livello di mortalità per l'insorgere di complicanze cardiache e di altro genere. Nacquero così i Giochi di Stoke Mandeville dal nome dell'omonima cittadina dove il medico assisteva i suoi pazienti. La prima edizione si aprì il 28 luglio 1948, scelta non casuale in quanto lo stesso giorno si inauguravano le Olimpiadi di Londra.

"Proprio per la storia dei giochi, la nostra speranza è di portarli in Italia. Il Ministro Pinotti ci è molto vicina e sostiene il progetto. Vedremo quando sarà possibile perché l'organizzazione richiede un impegno logistico e finanziario non indifferente. Nel frattempo per ricambiare la fiducia che il Ministro ripone in noi ci sentiamo in dovere di impegnarci al massimo e di contribuire a diffondere la cultura dello sport paralimpico. In effetti quando il gruppo nacque i primi ad essere coinvolti furono i militari del ruolo d'onore, poi siamo riusciti a coinvolgere anche il personale congedato o transitato nel ruolo civile. Il prossimo obiettivo sul quale stiamo ragionando sarà far entrare in squadra anche chi a causa della sua disabilità non ha potuto fare il militare ma avrebbe voluto. Sono molti i ragazzi che ce lo chiedono e se forse prima era prematuro oggi può essere un sogno realizzabile. Sarebbe un bellissimo segnale di inclusione e di rivincita, così come lo è stato sfilare l'anno scorso ai Fori Imperiali per l'anniversario della Repubblica. È stato un momento importante. Abbiamo mostrato che siamo in condizione di fare tutto".​