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La holding del Jihad

Osservatorio Strategico - Roberto Colella

Roma,  20 luglio 2013

La sopravvivenza di un gruppo terroristico è legata a molteplici aspetti. Innanzitutto uno strato sociale o meglio un'area geografica in cui è possibile nascondersi e trovare appoggi logistici, materiali e informazioni e, soprattutto, di finanziamenti.

L’attentato alle Torri Gemelle è costato ai terroristi ben 500.000 dollari. Quando si parla di jihad globale si fa riferimento al jihad offensivo caratterizzato dall'intraprendere una guerra di aggressione e di conquista contro i non-musulmani al fine di sottomettere dei territori al dominio islamico. A causa della mancanza di organizzazione ecclesiastica all'interno della vasta maggioranza dei musulmani, qualsiasi aderente può autoproclamarsi 'ālim (esperto in materia di religione) e proclamare un jihād offensivo per mezzo di una fatwa. Fu infatti proprio un kuwaitiano, finanziatore di Al Qaeda, Hamid bin Abdullah al Ali ad emettere una fatwa che autorizzava l’utilizzo di aerei per colpire bersagli, autorizzando di fatto l’attentato alle Torri Gemelle.

La holding del jihad globale per sopravvivere si base su un circuito ben collaudato basato in primis sul riciclaggio del denaro attraverso il Kenya, il Libano, la Svizzera, la Tanzania, lo Yemen, il Pakistan. A questo si aggiunge il traffico di armi attraverso i Balcani e la Svizzera; il traffico di diamanti comprendente l’Olanda, il Congo, il Libano, il Pamir e la Sierra Leone; la prostituzione dai Balcani verso l’Europa Occidentale, e infine non meno importanti i fondi di investimento tra Londra, Dubai e Singapore, conti bancari di prestanome e il commercio della droga attraverso la Thailandia ma soprattutto l’Afghanistan lungo la direttrice dell’oppio e i diversi circuiti del narcotraffico mondiale.

L’attività di finanziamento risulta segnata da due strategie: quella del money laundering, sicuramente la più conosciuta, basata sui proventi derivati dall’attività criminale, di seguito ripuliti per poi essere integrati nel mercato legale e quella del money dirting basata sulla raccolta illecita dei fondi da parte dei terroristi per poi occultare la finalità ultima dei vari movimenti di capitali ed impiegarli nell’attentato terroristico.

Una parte della holding è dedicata poi atutta la produzione video che avviene principalmente nel Golfo Persico, in Libano e Pakistan. Ricordiamo soprattutto i video di Bin Laden e Al Zawairi. In genere, le azioni terroristiche hanno per scopo principale non tanto la distruzione e la morte in sé, quanto proprio la risonanza mediatica sui mass-media che le azioni stesse hanno: si sfruttano i media come cassa di risonanza che amplifica le gesta dei gruppi terroristici.

Scopo finale può essere tanto la modifica dello status quo oppure nel caso del terrorismo islamico l’impresa verso il jihad globale. Per questo motivo molte azioni terroristiche prendono di mira persone, monumenti, edifici o luoghi con un forte valore simbolico e molto presenti nell'immaginario collettivo popolare. Funzionale a questo effetto di risonanza è anche l'efferatezza, la ferocia e l'enormità dei gesti stessi di distruzione: sequestrare 100 bambini in una scuola è più efficace, ai fini della strategia del terrore, che sterminare 100 adulti in una caserma, perché il risalto mediatico dato all'evento sarà maggiore.

Ovviamente i terroristi hanno bisogno anche di documenti falsi (passaporti e carte di credito). Su tutti lo Yemen, il Pakistan, i Balcani e la Spagna si sono specializzati negli anni in questo servizio. In Europa Occidentale preoccupa la situazione della Svizzera, paese extracomunitario che ospita diverse cellule terroristiche, uno “Stato Canaglia” a tutti gli effetti come lo ha definito qualche analista e che possiede dei veri e propri forzieri e depositi di denaro tanto da diventare un nodo strategico per la holding del jihad globale.